Intervista ad Alberto Calandriello

Alberto Calandriello è un assistente sociale e scrittore. Ha pubblicato nel 2014 Scusa, Ameri e nel 2016 I diari della varicella, entrambi per Matisklo Edizioni. Collabora con Radio Savona Sound al programma Mr. Rock e con BRG Radio, per cui ha ideato e conduce il programma Championship Vinyl. Da sempre grandissimo appassionato di musica, vanta una collezione di più di 9000 dischi oltre che un enorme assortimento di magliette rock. Da questa sua passione nasce il romanzo Abbassa quello stereo! edito da Gli Elefanti, in cui racconta della sua storia d’amore con la musica, e di ciò che significa per lui assistere con il cuore e con l’anima a un concerto. Ripercorrendo gli anni insieme alla sua fedele compagna, Alberto Calandriello racconta di sé, delle sue vittorie e dei suoi dolori, e del potere salvifico di piccoli romanzi scritti su un pentagramma.

A cura di Antonella Quaglia

alberto calandriello

«Nel tuo romanzo Abbassa quello stereo! parli di musica come solo chi l’ha capita fino in fondo sa fare. Nella musica tu trovi la prova più concreta di essere vivo, di avere un cuore che batte forte e tanti sogni nella testa. Nella musica cerchi anche un consiglio sulla strada da seguire, sulle scelte da intraprendere. Per dirlo “alla Dylan” la musica ti dona un riparo dalla tempesta. Cosa racconteresti del tuo romanzo/memoir? Cosa ha significato per te scriverlo?». Alla base di “Abbassa quello stereo” c’è la mia grande passione per la musica e la voglia di condividerla; è stato scritto in un arco di tempo molto lungo perché le prime cose risalgono a più di una decina di anni fa e le ultime sono state scritte un paio di mesi fa; è un po’ un modo per raccontare quello che provo per la musica e raccontare me stesso, sperando quantomeno che si capisca che cosa vuol dire per me essere appassionato di musica e questo magari spieghi anche un po’ determinati i miei atteggiamenti oltranzisti

«Raccontaci qualcosa del tuo lavoro in radio». Ho iniziato a fare radio perché il mio amico che si chiama Roberto aveva messo su una web radio all’Università di Savona qui vicino e mi aveva invitato per parlare di calcio e del mio primo libro Scusa, Ameri; poi avevo chiesto se qualcuno avesse voglia di farmi fare un programma e si era resa disponibile Arci Liguria e per un paio di anni su Radio Gazzarra avevo condotto un programma che si chiamava Come Don Chisciotte. Dopodiché sono entrato in contatto con dei ragazzi di Finale Ligure che hanno una web radio che si chiama BRG Radio e sto facendo da tre anni un programma che si chiama Championship Vinyl (ennesimo tributo e citazione di Alta fedeltà) dove racconto la storia del Rock. Poi ho conosciuto Sabrina, una delle speaker storiche di Radio Savona Sound che è una delle radio più longeve qui in Liguria ed ho incontrato Marco, in arte Mr rock e mi sono proposto, così adesso una volta al mese faccio anche l’ospite fisso a Mr Rock; quest’anno da gennaio una volta al mese ci siamo inventati una sorta di sfida tra le band, con puntate dedicate ai Beatles agli Stones, Bob Dylan, Springsteen mettendoli per gioco uno contro l’altro. Come penso si sia capito, a me piace parlare e piace proporre musica e l’idea che ci sia qualcuno che mi che mi ascolti sicuramente mi diverte molto.

«Ampia parte del tuo romanzo è dedicata al racconto dei concerti a cui hai partecipato. Tu parli di vera e propria catarsi, di momenti in cui tutti i pezzi della tua anima vanno al loro posto e tutto appare nuovo ai tuoi occhi, rigenerato. Riesci a emozionare, a far ricordare a chiunque legga la sensazione di completezza che si prova stando ai piedi di un palco. Per chi non ha ancora letto il tuo romanzo, che importanza riveste per te la musica, quanto pensi possa cambiare la vita di una persona?». La musica può cambiare la vita di una persona nella misura in cui questa persona si predisponga a farsela cambiare da una canzone di 4 minuti o da un disco o appunto da un concerto; ognuno trova ispirazioni e consigli e dove ritiene opportuno trovarli. Io ho incominciato ad ascoltare musica in maniera sempre più intensa e mi sono accorto che lì dentro trovavo risposte alle mie domande e soprattutto dubbi che mi facevano porre ulteriori domande da cui poi penso di aver sviluppato il mio percorso di maturazione.

«Durante la lettura del tuo romanzo mi sono divertita a mettere in sottofondo i brani di cui parlavi, di fermarmi ad ascoltare i testi e compararli all’analisi che ne facevi. Che consigli musicali vuoi dare ai tuoi lettori? Quali sono gli autori imprescindibili che dovrebbero essere presenti nella vita di ognuno?».  Gli autori imprescindibili secondo me sono quelli che hanno cambiato qualcosa, che hanno portato qualcosa di nuovo nella nella musica; quindi in ordine assolutamente cronologico direi Robert Johnson Woody Guthrie, Elvis, Bob Dylan, i Beatles, Jimi Hendrix e David Bowie. Questi sono quelli senza i quali la musica oggi (e per musica intendo chiaramente quella con la M maiuscola) sarebbe diversa e probabilmente più povera; poi chiaramente ognuno trova dentro alla singola canzone ed al singolo gruppo motivi personali per per entrarci sempre più a fondo e quindi per renderli più presenti nella vita di tutti i giorni. Questi sono secondo me i punti cardinali senza i quali non si riesce a capire veramente che cosa sia la musica contemporanea. Se invece devo dire nomi nuovi da scoprire dico Filippo Andreani, Davide Geddo, Lorenzo Piccone, Samuele Puppo

«Rimanendo in tema di consigli, nel tuo romanzo citi spesso lo scrittore Nick Hornby e il suo lavoro Alta fedeltà. Come te Hornby è un grandissimo appassionato di musica, che è presente in molte sue opere. Hai altri scrittori che ti sono stati di ispirazione, e che vuoi condividere con noi?». Alta fedeltà non è stato un libro, è stato un un’epifania, perché mi ricordo esattamente il momento in cui ho iniziato a leggerlo, una sera in cui avevo la febbre ,ma sono rimasto sveglio penso fino alle 2 di notte, perché dovevo assolutamente leggerlo tutto. Sono arrivato a un certo punto in cui ho iniziato a seriamente a pensare che parlasse di me, quindi è un qualche cosa che va oltre alla semplice ammirazione letteraria. Da un punto di vista musicale, ci sono diversi autori che mi hanno ispirato, uno fra tutti Peter Guralnick. Poi ci sono i giornalisti musicali, persone che grazie ai loro articoli mi hanno fatto venire voglia di andare ad ascoltare musica che non conoscevo, che è una cosa che molto umilmente spero possa succedere anche a chi leggesse il mio libro; sono ad esempio Mauro Zambellini, Paolo Vites, Roberta Maiorano (che mi ha regalato una meravigliosa introduzione) Daniela Amenta; persone che raccontano la musica e e parlano di musica in modo da fartene innamorare prima ancora appunto di conoscere realmente la musica in senso stretto uno ad esempio è Antonio Gramentieri in arte Don Antonio che è un musicista magistrale, che per assurdo fa musica per la maggior parte strumentale, ma che ha un modo di parlare di scrivere di raccontare che mi affascina sempre.

ABBASSA-QUELLO-STEREO copertina

«In Abbassa quello stereo! racconti delle storie narrate nelle canzoni e delle tue impressioni su di esse, e ci tieni a precisare come ogni brano musicale sia un piccolo romanzo, un pezzo di letteratura. La musica è cultura, ma spesso il suo potere narrativo viene cancellato dalle logiche di mercato. Nel tuo romanzo fai un’aspra critica ai testi telecomandati della musica dei nostri giorni, a come essi nascano per toccare corde precise che antepongono una effimera visibilità emotiva alla profondità del messaggio di una canzone. È un panorama davvero così desolante, o pensi ci sia una parte della produzione musicale odierna che ancora ha da dire qualcosa di importante?». Io penso che al giorno d’oggi ci sia un sacco di bella musica in giro, quello che trovo veramente desolante non è il panorama degli artisti ma il panorama del pubblico; pubblico assolutamente anestetizzato, pubblico senza la minima volontà di cercare qualche cosa che vada oltre al piatto pronto che gli viene propinato in diverse salse, ma sempre con pochissimi ingredienti: pubblico che quindi non cerca e non va a scoprire, una cosa che è lontanissima dal mio essere e soprattutto lontanissima dal mio modo di approcciarmi alla musica; per quanto io abbia, come questo libro dimostra, dei punti fissi su cui sono abbastanza ripetitivo come lo stesso Springsteen, i Pearl Jam gli U2, gli Stones, ho anche una grande voglia di scoprire cose nuove e di andare ad approfondire territori sconosciuti. Quindi secondo me la musica odierna magari con modalità diverse da quelle della musica che amo e quindi ad esempio con sempre meno strumenti e sempre più elettronica, ha ancora un sacco di cose da dire di importante. Bisogna capire se i ragazzi trovano i canali giusti per per ascoltarli; l’esempio secondo me più lampante e tragico è Spotify; Spotify al di là di quello che rappresenta ti da la possibilità di accedere a tutta la musica del mondo, ma se tu vai a vedere soprattutto in Italia, quali siano gli artisti più ascoltati, sono gli stessi che trovi ogni 5 minuti delle radio commerciali; questo vuol dire che tu hai a disposizione una cucina con tutti gli ingredienti possibili e ti fai una pasta olio e formaggio

«Sei un assistente sociale e consideri la tua professione come un modo positivo di approcciarsi al mondo, così come quando si accende uno stereo. Per te la musica, e in generale l’arte, ha lo scopo nobile di migliorare la realtà, e di dare esempi concreti per poter attuare un cambiamento. Citi Thunder road di Bruce Springsteen, in cui si cerca una via per fuggire dalla città dei perdenti, o come affermi “perché apre porte”, e citi Darkness on the edge of town, un’altra canzone del Boss, in cui si insegna a resistere, a non rinunciare a vivere. Quanto degli insegnamenti della musica metti nel tuo lavoro? Hai esempi in cui sei riuscito ad aiutare qualcuno anche grazie ad essa?». Sì io faccio l’assistente sociale e ritengo di fare un lavoro Politico, nel senso Alto del termine, cioè di servizio alla comunità; la musica ritengo sia un’arma politica fortissima, potremmo fare milioni di esempi su come determinate canzoni abbiano cambiato il corso della storia non soltanto raccontandola ma anche influenzando le generazioni che le ascoltavano; nel mio lavoro trovo spesso spunti collegati alla musica; ad esempio un cardine del mio lavoro è l’autodeterminazione delle persone, Born To Run è un disco che parla principalmente di autodeterminazione, Thunder Road, che nel libro spiego in maniera penso abbastanza esauriente essere la mia “Canzone Assoluta” è un inno all’autodeterminazione, una canzone che finisce dicendo “questa è una città di perdenti e io me ne sto andando per vincere” vuol dire “voglio farcela, voglio cavarmela da solo, voglio diventare autonomo e indipendente”; altro esempio sicuramente sono i Pearl Jam, che sono venuti fuori a inizio anni 90 quando io ho iniziato a fare la scuola per assistente sociale, quindi contemporaneamente mentre studiavo determinati principi e determinate idee, sentivo parlare di Jeremy che in classe era bullizzato, della ragazzina di Why go, che veniva inserita contro la sua volontà in un istituto e i genitori non andavano a trovarla; queste due cose sono andate molto in parallelo e sono cresciute insieme

«In Rob di Alta fedeltà di Nick Hornby riconosci il tuo credo che nei dischi c’è un mondo migliore. Citi Rain King dei Counting Crows che si riferisce a sua volta al romanzo di Saul Bellow Henderson, il re della pioggia, in cui il protagonista trova il coraggio di reagire e di capire il vero sé stesso. In Furore di John Steinbeck si racconta della vita di Tom Joad, ripresa da Bruce Springsteen nella canzone The ghost of Tom Joad, in cui parla di chi combatte per la libertà. Un matrimonio intenso e significante, quello tra musica e letteratura. Cosa ne pensi?». La musica è sicuramente letteratura e mi fermerei a Bob Dylan, per motivi abbastanza chiari, il premio Nobel per la letteratura! È stata una dimostrazione lampante che raccontando storie, parlando di emozioni, raccontando vite, anche musicandole si può assolutamente fare letteratura! È un matrimonio che non bisogna trascurare, cosa che in realtà vedo purtroppo che accade soprattutto da parte dei giovani, perchè se per letteratura intendiamo una parola scritta che lasci un segno e che tracci un cammino, se questo avviene con una base musicale, con un apporto musicale, secondo me il segno ed il tracciato sono ancora più forti, ancora più incisivi nella vita di chi li ascolta.

«Il titolo del romanzo Abbassa quello stereo! rimanda ai tuoi giorni da adolescente e a quando i tuoi genitori ti intimavano di non distruggere le loro orecchie, e come tu racconti fa riferimento anche al momento in cui diventi padre ma non sei tu, bensì le tue figlie a chiederti di abbassare lo stereo. Corsi e ricorsi storici raccontati in un libro che comprende circa trent’anni di amore per la musica e soprattutto di passione per artisti quali Bruce Springsteen, Pearl Jam e U2. A che livello di rassegnazione è arrivata la tua famiglia?». Le mie figlie sono abbastanza rassegnate al fatto che papà ogni tanto esca: “dove vai?” “a sentire suonare” “Oh di nuovo!”; mia moglie invece più che rassegnata ha capito che la musica comunque è una benzina importante per me. Anzi spesso è lei che mi spinge ad andare ai concerti qua in zona o comunque a uscire se sa che c’è qualcuno che mi piace che suona dalle mie parti, proprio perché è un modo per tirar via un po’ di ruggine, di stanchezza dalla giornata. Quindi forse è talmente rassegnata che ormai è oltre e dice “va bene, vai, tanto abbiamo capito che se non ci vai è peggio quindi esci sentiti un po’ di musica”.Pensa che ad esempio in casa mia quando tocca a me lavare i piatti non si può fare conversazione perché io lavo i piatti usando le cuffie e quindi anche lì ormai sono rassegnate che se qualcuno ha bisogno di parlarmi deve venire in cucina a tirarmi per il braccio sennò non sento; questo perché io ho dei momenti in cui DEVO sentire musica, spesso anche una sola, particolare canzone, ma DEVO farlo, subito.

«A quando il prossimo concerto di Bruce Springsteen? Arriverà il momento in cui dirai: “Basta, non vedrò più un suo live”?». Ti dirò in linea di massima il concertone da stadio mi ha un po’ stufato, nel senso che non ho più la voglia ed il fisico, nè la tolleranza di fare ore di coda sotto il sole, circondato da tanta gente. Sono andato l’estate scorsa a vedere gli U2 a Roma e sono felicissimo di esserci stato ma ho veramente patito il prima, mentre quando avevo vent’anni stavo giorni sdraiato sul marciapiede; ad esempio sempre gli U2, a Reggio Emilia quando fecero il concerto in quello che adesso si chiama Campovolo, fu una una cosa fuori dal mondo da quanto venne organizzato male il prima ed il dopo, però fu una bellissima avventura; invece adesso questa cosa mi pesa e soprattutto mi piace molto l’atmosfera da piccolo club, da circolo, da teatro, con poca gente, un po’ più raccolta e tranquilla, dove magari ti puoi godere il concerto senza dover difendere la postazione come in trincea. Però ho comunque il biglietto per i Pearl Jam a Padova! Devo dire che io ho Bruce l’ho visto 20 volte che è un numero un po’ carogna perché per chi non segue Bruce la reazione è “Così tante??” per chi invece è uno Springsteeniano Vero porta alla reazione opposta cioè “Così poche???” Però se anche non riuscissi più a vederlo, ma ovviamente spero di no, comunque ne sarei sarei soddisfatto.Non sono riuscito ad andare l’ultima volta, quando fece due serate a Milano ed il mio rimpianto principale è che la prima sera fece Independence Day che è una canzone di cui parlo anche nel libro, per motivi molto personali e tristi, ed è una canzone che probabilmente non riuscirò più a sentire dal vivo.

Link per acquisto

Il Taccuino Ufficio StampaSei uno scrittore o una casa editrice? Vuoi proporre un’ intervista del tuo libro al Taccuino ufficio stampa? Proponi il tuo libro scrivendo alla nostra redazione all’indirizzo iltaccuinoufficiostampa@gmail.com ; non è richiesto nessun tipo di contributo economico

 

Intervista a Valentina Farinaccio

Valentina Farinaccio: scrittrice, giornalista e critico musicale molisana. Le poche cose certe (Mondadori, 2018) è il suo secondo romanzo, una storia intima e struggente del vuoto che una persona può creare dentro di sé, a volte tanto grande da inglobare e annullare un’intera esistenza.

Esordisce nella narrativa nel 2016 con il romanzo La strada del ritorno è sempre più corta, edito da Mondadori e vincitore del premio “Rapallo Carige Opera Prima”, del premio “Edoardo Kihlgren Opera Prima” e del premio “Adotta un esordiente”. Come esperta di musica è coautrice del libro-intervista La sindrome di Bollani (Vanni editore, 2009) e di Yesterday. Storia di una canzone (Arcana, 2015). 

valentina farinaccio

A cura del Taccuino Ufficio Stampa

«Il tuo primo romanzo La strada del ritorno è sempre più corta parla di assenza e di perdita, ma non lo fa con amarezza. La tematica del lutto e della sua elaborazione è molto frequentata in letteratura, ma tu le hai dato una luce nuova, ironica, a tratti gioiosa. Nel tuo secondo romanzo Le poche cose certe l’assenza non riguarda la perdita di una persona amata ma il senso di vuoto per un’esistenza mai veramente vissuta. È solo una mia impressione, o le due opere hanno davvero un filo conduttore?». Il filo conduttore è probabilmente la paura, che è spesso paura di dirsi la verità. Nel mio primo romanzo, le tre protagoniste passano buona parte della vita a fare finta di niente, a nascondere goffamente il dolore sotto al tappeto, per paura di soffrire. E Arturo, pure, il protagonista de Le poche cose certe, ha paura di crescere, paura di andarsi a prendere quello che vuole, paura di tirarsi fuori da quel male di vivere un poco infantile che sta diventando quasi un rifugio. Ha paura, Arturo, di prendersi la responsabilità della sua vita e, soprattutto, della sua felicità.

«Non è la prima volta che intervisto uno scrittore che per mestiere si occupa anche di musica. Molti musicisti trovano nella pagina bianca e nell’intimità di una stanza silenziosa un bilanciamento al meraviglioso “rumore” che riempie le loro esistenze professionali. Come critico musicale e come scrittrice avrai la vita invasa da suoni e parole. Quando e come sono nate queste due grandi passioni, e quanto si influenzano reciprocamente?». Da molti anni, ormai, il mestiere di critico musicale l’ho messo da parte per dedicarmi alla scrittura soltanto. Resta la passione per la musica, però, che quando ero piccola mi faceva passare ore e ore con i libretti dei cd in mano, per imparare i testi. Mi sarebbe piaciuto molto imparare a suonare uno strumento: ho provato con la chitarra, poi con il trombone, ma ho capito che no, non faceva per me. La delusione, come nel più classico dei cliché, mi ha allora spinto a unire la scrittura (la mia prima e più grande passione) alla musica. “Scriverò di musica”, mi sono detta a un certo punto. Ho seguito una scuola di giornalismo musicale, ho studiato molto, e per un po’ l’ho fatto per mestiere. Poi, da quando ho cominciato a scrivere romanzi, mi sono accorta che non scrivo più di musica, è vero, ma scrivo sempre con la musica. E di musica, infatti, sono piene le storie che racconto, inclusa quest’ultima.

«Il protagonista Arturo di Le poche cose certe è un quarantenne tormentato da mille paure. Ma più di tutto ha paura di sé stesso, delle scelte che non sa fare e degli anni vuoti dietro e di fronte a lui. È un personaggio talmente reale che a volte spunta fuori dalla pagina e mostra al lettore le sue ferite, la maggior parte delle quali sono autoinflitte. È una storia, quella di Arturo, che non si dimentica. Parlaci di lui, della sua creazione, e di ciò che ti ha ispirata per delinearlo». Ho scritto Arturo rubando pezzi di tante persone che ho incontrato, nell’ultimo periodo della mia vita. Arturo, come me, fa parte di una generazione (quella dei quarantenni di oggi) che è precaria da tutti i punti di vista: lavorativi, sentimentali, pratici. Una generazione che può permettersi un mutuo, soltanto se i genitori ci mettono la firma. Una generazione che non riesce a emanciparsi dalla condizione eterna, e un po’ ridicola, di “giovani”: veniamo trattati come tali, dal mondo degli adulti, ma intanto gli adulti siamo diventati noi, e forse dovremmo cominciare ad averne la consapevolezza. Ho scritto Arturo, allora: un uomo che indugia, arriva tardi, fa i capricci, sta male anche quando non dovrebbe, e che congela tutto quello che prova, per paura che poi lo faccia soffrire.

«Qual è stato il tuo percorso per diventare scrittrice? È una dote innata o hai frequentato una scuola o dei corsi specializzati?». Non ho mai frequentato scuole di scrittura, ma ho scritto sempre, e sempre di più. Dalle scuole medie in poi ho capito che quella cosa mi rendeva felice. Mi permetteva di infilarmi nel mondo che volevo, tutte le volte che volevo. Con il tempo, poi, è diventata necessità, urgenza, e anche, ci tengo a specificarlo ogni volta, perché scrivere è molto faticoso, disciplina.

Le poche cose certe di Valentina Farinaccio

«Ho trovato molto interessante l’idea di ambientare una buona parte del romanzo su un tram, in due differenti momenti della vita di Arturo. Tutto ciò che gli accade in questo spazio ristretto è la metafora della vita: c’è chi sale e chi scende e mai più si vedrà, ci sono scossoni e imprevisti, e sensi di colpa per essere seduto in un posto che un altro merita di più. E alla fine c’è la scelta – o l’obbligo – di scendere, e fa paura. Arturo incarna quest’angoscia del futuro e del cambiamento “la voglia di perdere per paura di prendere”. È questo un ruolo importante della letteratura, mostrare le fragilità e i timori dell’essere umano?». Ho scelto di ambientare questo romanzo su un tram perché è un mezzo di trasporto lentissimo e con una strada imposta dai binari. Questa lentezza e i binari costringeranno Arturo a riflettere, a resistere, a osservare gli altri cercando, così, di capire meglio sé stesso e quello che sta cercando, fermata dopo fermata, di diventare. Certe volte le nostre gambe non bastano, ci tremano troppo, e allora abbiamo bisogno di un aiuto, per trovare il coraggio di andare. Ecco, l’aiuto che ho voluto dare, ad Arturo, è stato questo tram che fa la strada al posto suo.

«Da esperta di musica, puoi consigliare una colonna sonora da tenere di sottofondo mentre si legge Le poche cose certe? Hai ascoltato qualcosa in particolare per ispirarti nella stesura del romanzo?». L’esergo di questo romanzo è di Giovanni Truppi, un cantautore bravissimo e, a mio avviso, necessario per l’attuale panorama musicale italiano. Capace di scrivere canzoni di rara bellezza. Il mio romanzo è pieno della sua musica, per cominciare. C’è poi Atlantide, il capolavoro di Francesco De Gregori, a cui la protagonista di questo romanzo, la donna che Arturo sta andando a incontrare all’inizio della storia, deve il suo nome. C’è anche Anna e Marco di Lucio Dalla, a un certo punto: perché trovo che sia bellissima, e che sia un romanzo bonsai, quella canzone. Racconta due vite, e lo fa con una poesia inarrivabile.

«La paura di agire in Le poche cose certe è palpabile, la si può vivere insieme ad Arturo, che rimane immobile, come certi animali che fingono di essere morti di fronte a un predatore. Per Arturo il predatore è la vita stessa. La figura del padre, per quanto compaia poche volte, è una guida nella sua incerta esistenza. È lui a dirgli: “Vai tranquillo, che i topi non esistono”. Una frase che acquista un senso oltre il significato letterale, se si conosce il romanzo. Anche in La strada del ritorno è sempre più corta il padre di Vera, pur se nella sua assenza, è una ispirazione per la figlia. Come riesci nel difficile compito di creare personaggi secondari che in poche scene riescono a riempire lo spazio con tanta sostanza?». Cerco semplicemente di osservare molto, e di osservare tutti. La nostra vita è piena di persone che sono di passaggio, e di altre che, invece, in pochi gesti, e con poche parole, sanno farsi indispensabili. Si tratta solo di riconoscerle, e di prendersene cura.

«Le poche cose certe è raccontato con la leggerezza di una scrittura poetica e la brutalità di una prosa onesta e diretta. Il tuo è uno stile molto personale, riconoscibile. Hai degli autori a cui ti ispiri, e che ti hanno indicato la strada da seguire?». Sono una lettrice molto disordinata, ma ho dei libri che mi hanno di certo segnato. La storia e L’isola di Arturo di Elsa Morante, per esempio, ma anche La noia, Agostino e La ciociara di Moravia, o La bella estate e Il mestiere di vivere di Pavese, o l’opera di Jane Austen, e quella di Carver, e Il giovane Holden, che è banale, lo so, ma è stato il primo libro che ho voluto rileggere daccapo, una volta finito. E Buzzati: da quando ho incontrato Un amore, di Dino Buzzati io leggo tutto con occhi diversi.

«Hai mai pensato di scrivere un romanzo ambientato nel mondo della musica?». Onestamente no. Ma non è detto che non possa essere un’idea per il futuro.

«In Le poche cose certe scrivi: “Perché nulla è certo, nella vita. Solo una cosa: che tra un’isola e l’altra c’è sempre il mare”. La donna idealizzata da Arturo, Atlantide, condivide il nome con l’isola leggendaria di Platone. Anche lei per Arturo diventa mitologia, con un finale amaro, di perdita. Quali sono le poche cose certe nella tua vita?». La cosa certa è una: che bisogna muoversi, fare, rischiare. Siamo gli unici responsabili della nostra vita, di quello che abbiamo come di quello che non abbiamo.

«Cosa fa secondo te di Le piccole cose certe un romanzo che vale la pena leggere?». No, a questa domanda non posso rispondere. De Le poche cose certe io so soltanto che era per me necessario scriverlo.

«Qual è l’aspetto che più ami dello scrivere e dell’essere una scrittrice?». Di alzarmi al mattino con l’impegno di dover fare quello che ho sempre sognato di fare: scrivere.

«Da critico musicale hai pubblicato due saggi in collaborazione con altri scrittori. Con la cantautrice Erica Mou stai portando in giro un reading musicale: Ragazze posate, e lei ha anche accompagnato con le sue composizioni alcune presentazioni del tuo primo romanzo. Quanto è importante per te la comunicazione tra gli artisti, anche di diversi ambiti? Hai in mente altri progetti in merito?». Credo molto nella collaborazione fra gli artisti, a patto che sia sempre sostenuta da una sincera e reciproca stima. Non credo in quelle cose che si mettono su soltanto per chiamare pubblico, o vendere qualcosa. Penso, invece, che alla base dell’incontro fra arti diverse ci debba essere la voglia di provare a raccontare una storia nuova, e sempre vera. Per ora mi dedico ad Arturo, poi si vedrà.

«Come nasce un tuo romanzo? Hai un posto particolare in cui scrivi, una routine che segui? Hai già in mente una scaletta della storia o ti lasci trasportare da ciò che immagini giorno dopo giorno?». Scrivo quasi esclusivamente nel salotto di casa mia, a Roma. Per questa storia, però, mi sono concessa la meraviglia di andare a scrivere a Procida, in una casa gialla che faceva la smorfiosa col mare e dalla cui finestra si vedeva il profilo di Capri. Lo dovevo ad Arturo, al nome che porta. E no, non faccio mai scalette, e mai so quello che accadrà. So soltanto da dove comincio e dove voglio andare a finire. Ecco, di questo romanzo l’unica cosa di cui ero certa, quando l’ho iniziato, era proprio il finale.

«Ti è mai capitato, durante la lettura di un romanzo, di pensare: l’avrei voluto scrivere io? E se sì, per quali motivi?». Più che altro mi capita spesso, durante la lettura di un romanzo bello, di pensare: “Beato lui/lei, io non riuscirò mai a scrivere una cosa così bella!”. E la lista è lunga, lunghissima.

Valentina Farinaccio«Nelle tue storie si trovano molte citazioni musicali e letterarie. Ad esempio il nome del protagonista Arturo, come viene spiegato da lui stesso, deriva dal romanzo di Elsa Morante L’isola di Arturo. Vi sono altre affinità tra le due opere?». A parte Procida, che compare proprio per omaggiare (con la mia testa sotto ai suoi piedi!) Elsa Morante, quel che unisce i due romanzi è che L’isola di Arturo racconta di un bambino che si fa uomo, mentre Le poche cose certe di un uomo che prova a smettere di essere bambino: sempre di crescita, in fondo, si parla.

 

«Cosa c’è nel tuo futuro di autrice? Stai già scrivendo una nuova storia?». Ho il cervello in movimento, ma è ancora presto per cominciare a scrivere una storia nuova.

Intervista a cura di Antonella Quaglia

________

Leggi anche del Taccuino:

Guida ai programmi radiofonici sulla letteratura

Intervista a Gianluca Morozzi

La promozione di un evento letterario dentro e fuori dai social

Festival Nazionali ed InternazionaliIl Taccuino Ufficio Stampa

Resta sempre aggiornato con il mondo della letteratura e degli scrittori in tempo reale segui Il Taccuino su Facebook 

Programmi televisivi e radiofonici 
Riviste Letterarie
Presentazioni nuovi libri
Recensioni
Video-interviste introvabili
Booktubers e video recensioni
Recensioni Internazionali
Booktrailer
Audiolibri
Blog e webzine culturali

Se gradisci proporre un’intervista alla redazione del Taccuino Ufficio Stampa Bologna puoi scriverci su iltaccuinoufficiostampa@gmail.com