Booktubers: intervista con Giulia De Martini (Julie Demar)

Giulia De Martini è una booktuber, graphic designer e web creator. Secondo Il Sole 24 ORE è al terzo posto nella lista dei personaggi più influenti sui social in relazione al mercato dei libri in Italia. Studia Design della Comunicazione alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti).  All’interno del suo seguitissimo canale Youtube “Julie Demar” (più di 73000 iscritti),  si occupa di recensioni, book-haul, book tag, consigli letterari e bookshelf tour…, ma anche di vlog sulla sua vita da fuorisede, sull’università e viaggi. 

A cura dello Staff del Taccuino Ufficio Stampa

julie demar

«Essere influencer in campo letterario ha il duplice vantaggio di fare da tramite per la cultura e quindi educare i propri follower al piacere della lettura, e in più essere in contatto con il mondo editoriale, avendo accesso a eventi e collaborazioni. Come giudichi da “interna” il mondo dell’editoria italiana? Quali sono secondo te le realtà più interessanti, soprattutto nell’ambito della piccola e media editoria?». Nel corso degli ultimi anni ho visto una evoluzione netta sui social da parte delle case editrici, sia da interna che da esterna, e credo che questo aiuti fortemente a creare una community di lettori più coinvolti. Le collaborazioni tra case editrici e “booktubers” sono ancora da affinare e rinnovare ma sicuramente utili ed in miglioramento continuo.

 

«Curiosando nel tuo social Goodreads, tra i tuoi libri preferiti figurano le classiche storie di Sherlock Holmes e di Agatha Christie, capolavori moderni come Mattatoio n° 5 di Kurt Vonnegut o Stoner di J. E. Williams, diversi romanzi di Stephen King e capisaldi della letteratura per l’infanzia come Harry Potter di J.K. Rowling e Il giardino segreto di F. H. Burnett. Se però dovessi sceglierne solo uno, qual è il libro che più ha influenzato la tua vita, quello a cui ritorni ogni volta che ne senti il bisogno?». Una mia peculiarità, che si può scoprire anche nei miei video, è che non so mai scegliere un libro solo, in “i libri che mi hanno cambiato la vita” spiego come e quali libri mi hanno ispirata ed aiutata a crescere, ma se devo sceglierne uno a cui ritorno spesso è “Il giardino segreto” di Burnett, mi aiuta a ricordarmi quello che voglio essere.

 

«Il 3 settembre 2018 è uscito su Il Sole 24 ORE un articolo dal titolo: “Libri, tempo di booktuber: ecco gli influencer che ‘spostano’ i lettori”. Si racconta come i booktuber stiano effettivamente spostando l’attenzione dei loro fruitori verso i romanzi e le case editrici di cui parlano, e viene anche fatta una classifica dei più influenti in cui il tuo canale YouTube risulta in terza posizione. Come gestisci la responsabilità che consegue all’essere una ispiratrice per così tante persone?». Devo dire che non la sento molto come una responsabilità ma più come una incredibile possibilità, è un piacere scambiare idee sui libri letti e vedere come le persone mi condividano post di letture consigliate da me con ringraziamenti o opinioni, mi illumina sempre la giornata, direi che è tra le mie parti preferite dell’essere booktuber.

julie demar booktuber

«C’è chi pensa che i booktuber trascorrano le loro giornate solo a leggere ingenti quantità di libri. Che poi non sarebbe certo un brutto modo di passare il tempo. Ma tu non ti occupi solo di letteratura, sei anche una graphic designer e un’appassionata di arte e moda. Chi è davvero Giulia De Martini quando non è Julie Demar?». Non credo che ci sia molta differenza tra la me digitale e la vera me perché ho sempre voluto così. Ma nella vita analogica sono una designer, fino a poco fa lavoravo in una azienda come grafica, ora mi concentro per finire al meglio il mio percorso di studi magistrali, il design e l’arte occupano gran parte del mio tempo, ad esempio ci sono moltissime mostre che non vedo l’ora di visitare a Milano questo inverno! Alla fine nella quotidianità cerco di bilanciare tutto tra studio, lavori e amici.

«La Giulia del futuro avrà una professione legata all’editoria o alla grafica (o magari coniugherai entrambi i mondi)? Qual è il tuo sogno nel cassetto?». Come Giulia ho sempre voluto lavorare nel mondo della grafica, con il tempo spero di far convergere le mie passioni e lavorare nell’ambito della comunicazione culturale: musei, mostre o progetti editoriali sarebbero il mio sogno.

«Se potessi scegliere uno scrittore o una scrittrice di qualsiasi epoca, con cui trascorrere ventiquattro ore a chiacchierare, con chi le passeresti, e cosa gli/le chiederesti?». Come ho detto prima non sono in grado di dare una risposta univoca, posso ridurre a Charlotte Bronte perché è una delle mie scrittrici preferite, l’idea di donna che traspare dai suoi libri è una ispirazione continua e mi farebbe piacere passare con lei una sua giornata tipo. Ma la me più giovane avrebbe sicuramente scelto Stephen King, da quando ho letto “Il miglio verde” ho iniziato a seguirlo e a stimarlo come persona oltre che come scrittore.

«Cosa stai leggendo in questo momento Giulia?». Al momento  “Tito di Gormenghast” edito Adelphi editore, primo capitolo di una trilogia fantasy che si distacca molto dal panorama attuale di questo genere con l’eleganza e la individualità che distingue questa casa editrice. Sono ancora all’inizio ma già completamente rapita dalle ambientazioni tetre e dai personaggi assurdi.

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Intervista ad Alberto Calandriello

Alberto Calandriello è un assistente sociale e scrittore. Ha pubblicato nel 2014 Scusa, Ameri e nel 2016 I diari della varicella, entrambi per Matisklo Edizioni. Collabora con Radio Savona Sound al programma Mr. Rock e con BRG Radio, per cui ha ideato e conduce il programma Championship Vinyl. Da sempre grandissimo appassionato di musica, vanta una collezione di più di 9000 dischi oltre che un enorme assortimento di magliette rock. Da questa sua passione nasce il romanzo Abbassa quello stereo! edito da Gli Elefanti, in cui racconta della sua storia d’amore con la musica, e di ciò che significa per lui assistere con il cuore e con l’anima a un concerto. Ripercorrendo gli anni insieme alla sua fedele compagna, Alberto Calandriello racconta di sé, delle sue vittorie e dei suoi dolori, e del potere salvifico di piccoli romanzi scritti su un pentagramma.

A cura di Antonella Quaglia

alberto calandriello

«Nel tuo romanzo Abbassa quello stereo! parli di musica come solo chi l’ha capita fino in fondo sa fare. Nella musica tu trovi la prova più concreta di essere vivo, di avere un cuore che batte forte e tanti sogni nella testa. Nella musica cerchi anche un consiglio sulla strada da seguire, sulle scelte da intraprendere. Per dirlo “alla Dylan” la musica ti dona un riparo dalla tempesta. Cosa racconteresti del tuo romanzo/memoir? Cosa ha significato per te scriverlo?». Alla base di “Abbassa quello stereo” c’è la mia grande passione per la musica e la voglia di condividerla; è stato scritto in un arco di tempo molto lungo perché le prime cose risalgono a più di una decina di anni fa e le ultime sono state scritte un paio di mesi fa; è un po’ un modo per raccontare quello che provo per la musica e raccontare me stesso, sperando quantomeno che si capisca che cosa vuol dire per me essere appassionato di musica e questo magari spieghi anche un po’ determinati i miei atteggiamenti oltranzisti

«Raccontaci qualcosa del tuo lavoro in radio». Ho iniziato a fare radio perché il mio amico che si chiama Roberto aveva messo su una web radio all’Università di Savona qui vicino e mi aveva invitato per parlare di calcio e del mio primo libro Scusa, Ameri; poi avevo chiesto se qualcuno avesse voglia di farmi fare un programma e si era resa disponibile Arci Liguria e per un paio di anni su Radio Gazzarra avevo condotto un programma che si chiamava Come Don Chisciotte. Dopodiché sono entrato in contatto con dei ragazzi di Finale Ligure che hanno una web radio che si chiama BRG Radio e sto facendo da tre anni un programma che si chiama Championship Vinyl (ennesimo tributo e citazione di Alta fedeltà) dove racconto la storia del Rock. Poi ho conosciuto Sabrina, una delle speaker storiche di Radio Savona Sound che è una delle radio più longeve qui in Liguria ed ho incontrato Marco, in arte Mr rock e mi sono proposto, così adesso una volta al mese faccio anche l’ospite fisso a Mr Rock; quest’anno da gennaio una volta al mese ci siamo inventati una sorta di sfida tra le band, con puntate dedicate ai Beatles agli Stones, Bob Dylan, Springsteen mettendoli per gioco uno contro l’altro. Come penso si sia capito, a me piace parlare e piace proporre musica e l’idea che ci sia qualcuno che mi che mi ascolti sicuramente mi diverte molto.

«Ampia parte del tuo romanzo è dedicata al racconto dei concerti a cui hai partecipato. Tu parli di vera e propria catarsi, di momenti in cui tutti i pezzi della tua anima vanno al loro posto e tutto appare nuovo ai tuoi occhi, rigenerato. Riesci a emozionare, a far ricordare a chiunque legga la sensazione di completezza che si prova stando ai piedi di un palco. Per chi non ha ancora letto il tuo romanzo, che importanza riveste per te la musica, quanto pensi possa cambiare la vita di una persona?». La musica può cambiare la vita di una persona nella misura in cui questa persona si predisponga a farsela cambiare da una canzone di 4 minuti o da un disco o appunto da un concerto; ognuno trova ispirazioni e consigli e dove ritiene opportuno trovarli. Io ho incominciato ad ascoltare musica in maniera sempre più intensa e mi sono accorto che lì dentro trovavo risposte alle mie domande e soprattutto dubbi che mi facevano porre ulteriori domande da cui poi penso di aver sviluppato il mio percorso di maturazione.

«Durante la lettura del tuo romanzo mi sono divertita a mettere in sottofondo i brani di cui parlavi, di fermarmi ad ascoltare i testi e compararli all’analisi che ne facevi. Che consigli musicali vuoi dare ai tuoi lettori? Quali sono gli autori imprescindibili che dovrebbero essere presenti nella vita di ognuno?».  Gli autori imprescindibili secondo me sono quelli che hanno cambiato qualcosa, che hanno portato qualcosa di nuovo nella nella musica; quindi in ordine assolutamente cronologico direi Robert Johnson Woody Guthrie, Elvis, Bob Dylan, i Beatles, Jimi Hendrix e David Bowie. Questi sono quelli senza i quali la musica oggi (e per musica intendo chiaramente quella con la M maiuscola) sarebbe diversa e probabilmente più povera; poi chiaramente ognuno trova dentro alla singola canzone ed al singolo gruppo motivi personali per per entrarci sempre più a fondo e quindi per renderli più presenti nella vita di tutti i giorni. Questi sono secondo me i punti cardinali senza i quali non si riesce a capire veramente che cosa sia la musica contemporanea. Se invece devo dire nomi nuovi da scoprire dico Filippo Andreani, Davide Geddo, Lorenzo Piccone, Samuele Puppo

«Rimanendo in tema di consigli, nel tuo romanzo citi spesso lo scrittore Nick Hornby e il suo lavoro Alta fedeltà. Come te Hornby è un grandissimo appassionato di musica, che è presente in molte sue opere. Hai altri scrittori che ti sono stati di ispirazione, e che vuoi condividere con noi?». Alta fedeltà non è stato un libro, è stato un un’epifania, perché mi ricordo esattamente il momento in cui ho iniziato a leggerlo, una sera in cui avevo la febbre ,ma sono rimasto sveglio penso fino alle 2 di notte, perché dovevo assolutamente leggerlo tutto. Sono arrivato a un certo punto in cui ho iniziato a seriamente a pensare che parlasse di me, quindi è un qualche cosa che va oltre alla semplice ammirazione letteraria. Da un punto di vista musicale, ci sono diversi autori che mi hanno ispirato, uno fra tutti Peter Guralnick. Poi ci sono i giornalisti musicali, persone che grazie ai loro articoli mi hanno fatto venire voglia di andare ad ascoltare musica che non conoscevo, che è una cosa che molto umilmente spero possa succedere anche a chi leggesse il mio libro; sono ad esempio Mauro Zambellini, Paolo Vites, Roberta Maiorano (che mi ha regalato una meravigliosa introduzione) Daniela Amenta; persone che raccontano la musica e e parlano di musica in modo da fartene innamorare prima ancora appunto di conoscere realmente la musica in senso stretto uno ad esempio è Antonio Gramentieri in arte Don Antonio che è un musicista magistrale, che per assurdo fa musica per la maggior parte strumentale, ma che ha un modo di parlare di scrivere di raccontare che mi affascina sempre.

ABBASSA-QUELLO-STEREO copertina

«In Abbassa quello stereo! racconti delle storie narrate nelle canzoni e delle tue impressioni su di esse, e ci tieni a precisare come ogni brano musicale sia un piccolo romanzo, un pezzo di letteratura. La musica è cultura, ma spesso il suo potere narrativo viene cancellato dalle logiche di mercato. Nel tuo romanzo fai un’aspra critica ai testi telecomandati della musica dei nostri giorni, a come essi nascano per toccare corde precise che antepongono una effimera visibilità emotiva alla profondità del messaggio di una canzone. È un panorama davvero così desolante, o pensi ci sia una parte della produzione musicale odierna che ancora ha da dire qualcosa di importante?». Io penso che al giorno d’oggi ci sia un sacco di bella musica in giro, quello che trovo veramente desolante non è il panorama degli artisti ma il panorama del pubblico; pubblico assolutamente anestetizzato, pubblico senza la minima volontà di cercare qualche cosa che vada oltre al piatto pronto che gli viene propinato in diverse salse, ma sempre con pochissimi ingredienti: pubblico che quindi non cerca e non va a scoprire, una cosa che è lontanissima dal mio essere e soprattutto lontanissima dal mio modo di approcciarmi alla musica; per quanto io abbia, come questo libro dimostra, dei punti fissi su cui sono abbastanza ripetitivo come lo stesso Springsteen, i Pearl Jam gli U2, gli Stones, ho anche una grande voglia di scoprire cose nuove e di andare ad approfondire territori sconosciuti. Quindi secondo me la musica odierna magari con modalità diverse da quelle della musica che amo e quindi ad esempio con sempre meno strumenti e sempre più elettronica, ha ancora un sacco di cose da dire di importante. Bisogna capire se i ragazzi trovano i canali giusti per per ascoltarli; l’esempio secondo me più lampante e tragico è Spotify; Spotify al di là di quello che rappresenta ti da la possibilità di accedere a tutta la musica del mondo, ma se tu vai a vedere soprattutto in Italia, quali siano gli artisti più ascoltati, sono gli stessi che trovi ogni 5 minuti delle radio commerciali; questo vuol dire che tu hai a disposizione una cucina con tutti gli ingredienti possibili e ti fai una pasta olio e formaggio

«Sei un assistente sociale e consideri la tua professione come un modo positivo di approcciarsi al mondo, così come quando si accende uno stereo. Per te la musica, e in generale l’arte, ha lo scopo nobile di migliorare la realtà, e di dare esempi concreti per poter attuare un cambiamento. Citi Thunder road di Bruce Springsteen, in cui si cerca una via per fuggire dalla città dei perdenti, o come affermi “perché apre porte”, e citi Darkness on the edge of town, un’altra canzone del Boss, in cui si insegna a resistere, a non rinunciare a vivere. Quanto degli insegnamenti della musica metti nel tuo lavoro? Hai esempi in cui sei riuscito ad aiutare qualcuno anche grazie ad essa?». Sì io faccio l’assistente sociale e ritengo di fare un lavoro Politico, nel senso Alto del termine, cioè di servizio alla comunità; la musica ritengo sia un’arma politica fortissima, potremmo fare milioni di esempi su come determinate canzoni abbiano cambiato il corso della storia non soltanto raccontandola ma anche influenzando le generazioni che le ascoltavano; nel mio lavoro trovo spesso spunti collegati alla musica; ad esempio un cardine del mio lavoro è l’autodeterminazione delle persone, Born To Run è un disco che parla principalmente di autodeterminazione, Thunder Road, che nel libro spiego in maniera penso abbastanza esauriente essere la mia “Canzone Assoluta” è un inno all’autodeterminazione, una canzone che finisce dicendo “questa è una città di perdenti e io me ne sto andando per vincere” vuol dire “voglio farcela, voglio cavarmela da solo, voglio diventare autonomo e indipendente”; altro esempio sicuramente sono i Pearl Jam, che sono venuti fuori a inizio anni 90 quando io ho iniziato a fare la scuola per assistente sociale, quindi contemporaneamente mentre studiavo determinati principi e determinate idee, sentivo parlare di Jeremy che in classe era bullizzato, della ragazzina di Why go, che veniva inserita contro la sua volontà in un istituto e i genitori non andavano a trovarla; queste due cose sono andate molto in parallelo e sono cresciute insieme

«In Rob di Alta fedeltà di Nick Hornby riconosci il tuo credo che nei dischi c’è un mondo migliore. Citi Rain King dei Counting Crows che si riferisce a sua volta al romanzo di Saul Bellow Henderson, il re della pioggia, in cui il protagonista trova il coraggio di reagire e di capire il vero sé stesso. In Furore di John Steinbeck si racconta della vita di Tom Joad, ripresa da Bruce Springsteen nella canzone The ghost of Tom Joad, in cui parla di chi combatte per la libertà. Un matrimonio intenso e significante, quello tra musica e letteratura. Cosa ne pensi?». La musica è sicuramente letteratura e mi fermerei a Bob Dylan, per motivi abbastanza chiari, il premio Nobel per la letteratura! È stata una dimostrazione lampante che raccontando storie, parlando di emozioni, raccontando vite, anche musicandole si può assolutamente fare letteratura! È un matrimonio che non bisogna trascurare, cosa che in realtà vedo purtroppo che accade soprattutto da parte dei giovani, perchè se per letteratura intendiamo una parola scritta che lasci un segno e che tracci un cammino, se questo avviene con una base musicale, con un apporto musicale, secondo me il segno ed il tracciato sono ancora più forti, ancora più incisivi nella vita di chi li ascolta.

«Il titolo del romanzo Abbassa quello stereo! rimanda ai tuoi giorni da adolescente e a quando i tuoi genitori ti intimavano di non distruggere le loro orecchie, e come tu racconti fa riferimento anche al momento in cui diventi padre ma non sei tu, bensì le tue figlie a chiederti di abbassare lo stereo. Corsi e ricorsi storici raccontati in un libro che comprende circa trent’anni di amore per la musica e soprattutto di passione per artisti quali Bruce Springsteen, Pearl Jam e U2. A che livello di rassegnazione è arrivata la tua famiglia?». Le mie figlie sono abbastanza rassegnate al fatto che papà ogni tanto esca: “dove vai?” “a sentire suonare” “Oh di nuovo!”; mia moglie invece più che rassegnata ha capito che la musica comunque è una benzina importante per me. Anzi spesso è lei che mi spinge ad andare ai concerti qua in zona o comunque a uscire se sa che c’è qualcuno che mi piace che suona dalle mie parti, proprio perché è un modo per tirar via un po’ di ruggine, di stanchezza dalla giornata. Quindi forse è talmente rassegnata che ormai è oltre e dice “va bene, vai, tanto abbiamo capito che se non ci vai è peggio quindi esci sentiti un po’ di musica”.Pensa che ad esempio in casa mia quando tocca a me lavare i piatti non si può fare conversazione perché io lavo i piatti usando le cuffie e quindi anche lì ormai sono rassegnate che se qualcuno ha bisogno di parlarmi deve venire in cucina a tirarmi per il braccio sennò non sento; questo perché io ho dei momenti in cui DEVO sentire musica, spesso anche una sola, particolare canzone, ma DEVO farlo, subito.

«A quando il prossimo concerto di Bruce Springsteen? Arriverà il momento in cui dirai: “Basta, non vedrò più un suo live”?». Ti dirò in linea di massima il concertone da stadio mi ha un po’ stufato, nel senso che non ho più la voglia ed il fisico, nè la tolleranza di fare ore di coda sotto il sole, circondato da tanta gente. Sono andato l’estate scorsa a vedere gli U2 a Roma e sono felicissimo di esserci stato ma ho veramente patito il prima, mentre quando avevo vent’anni stavo giorni sdraiato sul marciapiede; ad esempio sempre gli U2, a Reggio Emilia quando fecero il concerto in quello che adesso si chiama Campovolo, fu una una cosa fuori dal mondo da quanto venne organizzato male il prima ed il dopo, però fu una bellissima avventura; invece adesso questa cosa mi pesa e soprattutto mi piace molto l’atmosfera da piccolo club, da circolo, da teatro, con poca gente, un po’ più raccolta e tranquilla, dove magari ti puoi godere il concerto senza dover difendere la postazione come in trincea. Però ho comunque il biglietto per i Pearl Jam a Padova! Devo dire che io ho Bruce l’ho visto 20 volte che è un numero un po’ carogna perché per chi non segue Bruce la reazione è “Così tante??” per chi invece è uno Springsteeniano Vero porta alla reazione opposta cioè “Così poche???” Però se anche non riuscissi più a vederlo, ma ovviamente spero di no, comunque ne sarei sarei soddisfatto.Non sono riuscito ad andare l’ultima volta, quando fece due serate a Milano ed il mio rimpianto principale è che la prima sera fece Independence Day che è una canzone di cui parlo anche nel libro, per motivi molto personali e tristi, ed è una canzone che probabilmente non riuscirò più a sentire dal vivo.

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Intervista a Franco Roselli

Franco Roselli è uno scrittore eclettico. Nella sua lunga carriera ha regalato parole al teatro, alla letteratura e al cinema. Ha lavorato e vissuto in Italia, Francia, Spagna e America, facendo tesoro di esperienze e incontri che hanno arricchito il suo modo di vedere la vita e di creare. Ad attività come ghostwriter, sceneggiatore, regista e autore, affianca il mestiere di scrittore. Nel 2000 pubblica la raccolta di racconti Prima un idiota, per la casa editrice Filippi Editore Venezia, in cui già emergono i temi cari alla sua poetica. Nel 2010 è la volta di Finestre e Porte, libro fotografico edito da Vada Crosby. Nel 2014 esce la sua ultima fatica letteraria, il romanzo Un Buddha in giardino (Joshua Hill) edita da Graphofeel edizioni, una saga famigliare che riesce a sorprendere e a commuovere, raccontando con delicatezza la lotta per la sopravvivenza e la felicità in un mondo di ingiustizie e pregiudizi per chi si percepisce come diverso.

A cura di Antonella Quaglia 

Franco Roselli

«Lei è sceneggiatore, regista, ghostwriter, autore televisivo e scrittore. Quali sono stati i primi approcci alla creatività? Il percorso intrapreso era nei suoi piani o la vita l’ha sorpresa con svolte inaspettate?».

Non ho memoria precisa di quando la scrittura è diventata parte importante della mia vita, ho avuto una infanzia e adolescenza piena di suggestioni letterarie e artistiche, i miei primi regali furono dei libri e una scatola di marionette e un teatrino di legno e cartone. È capitato che incontrassi persone che scrivevano per il cinema e per il teatro, alcuni artisti, altri semplici invisibili che lavoravano all’ombra di registi e sceneggiatori conosciuti. Ho scoperto la mia passione poco a poco, incontro dopo incontro, seguivo gli studi universitari e contemporaneamente rincorrevo il mio sogno di scrivere lavorando per altri; non era previsto un tal percorso, non conosco le istruzioni per un percorso tipo che porti a un lavoro come il mio, io per tanti anni sono stato invisibile, un ghostwriter senza nome nei titoli di coda o nelle schede di produzione. Il mio lavoro ha preso vita nelle opere di altre persone, nelle storie di altre persone, nelle immagini di altre persone. Consegnando i fogli con le pagine della sceneggiatura o le parti di un copione teatrale, io sparivo, le mie parole non erano più mie, anche i personaggi frutto della mia fantasia e ricerca non mi appartenevano più. Avrebbero avuto vita propria sullo schermo, su di un palcoscenico, grazie al soffio creativo di un regista o di un attore.

«Ha avuto la grande fortuna di lavorare con geni del cinema quali François Truffaut e Rainer Werner Fassbinder. Ci racconta una conversazione o un aneddoto che li riguarda, e che ha contribuito alla sua visione della scrittura e dell’esistenza?».

Durante il lungo percorso della mia carriera ci sono stati incontri importanti che hanno segnato, spesso spostato la direzione del cammino, rallentato o accelerato il passo. L’incontro con François Truffaut avvenne per caso, lavoravo per uno degli sceneggiatori che doveva ritrarre alcuni personaggi minori del racconto; lui mi affidò un personaggio femminile, io scrissi parecchie pagine, forse troppe, preso dall’entusiasmo. Sul set, all’alba, il regista mi fece avvicinare e notando il mio terrore sul volto, sorrise. “Un po’ troppo lungo, deve imparare a scrivere l’essenziale, quanto basta a non far annoiare il lettore o lo spettatore, liberi il suo talento denso di passione, sia calmo e leggero. Basta il tempo di una canzone, non vada oltre…”.Questa lezione di stile nella scrittura ha inciso nel mio lavoro e la misura di “UNA CANZONE” è diventata una mia regola nello scrivere. Nel folto gruppo di persone che lavorava con il regista tedesco Fassbinder, io entrai spinto da uno dei suoi musicisti, Peer Raben. Per i primi mesi si trattò di tradurre in corti piani sequenza alcuni passaggi del romanzo Berlin Alexanderplatz. Era un lavoro di precisione nell’appuntare i dettagli dei luoghi, degli ambienti, degli oggetti. Con Rainer gli incontri erano sempre fugaci e io non parlavo una parola di tedesco, ero teso, mi sentivo un oggetto estraneo in una oliata catena di montaggio. I luoghi comuni e i pettegolezzi su Rainer incutevano in me un terrore infantile, e oltre a non parlare tedesco, il mio francese o inglese avvolto dalla mia nervosa balbuzie dava origine a ilarità. Una sera mi arrivò un plico, nella pensione dove vivevo: erano una ventina di pagine in francese di un progetto per un film, Veronika Voss. La storia di un’anziana coppia scampata allo sterminio dei campi di concentramento, che decide di non sopportare più il dolore. Era una breve storia dentro un racconto complesso, la storia di due perdenti, di due sconfitti. Il traduttore in lingua italiana che lavorava per Fassbinder aveva scritto alcune note di suggerimento: “niente drammi, grande dolore, più silenzio che parole, dignità”. Ricordo che iniziai la sera stessa provando un enorme affetto per i due anziani, penso di aver immaginato che quella fosse la storia appartenuta alla mia famiglia. Consegnai il lavoro fatto, ogni tanto incontravo Rainer che entrava o usciva dalle sale di edizione e io evitavo di fermarmi. Passarono due mesi e una mattina mi dissero di andare in una sala di edizione, stavano visionando i giornalieri del film Veronika Voss; nella sala buia oltre a Raben c’era anche Fassbinder. Partì la proiezione e sullo schermo apparvero i due anziani, io scivolai sotto la poltrona dalla vergogna, era solo la prima scena delle dieci che avevo scritto. Si riaccesero le luci, Rainer si alzò, venne verso di me, mi diede la mano, e rivolto a Peer disse alcune parole. “Grazie, buon lavoro, li immaginavo così, fragili, dignitosi, bravo, lei ha aggiunto la tenerezza e la compassione, grazie.” Prima di uscire dalla sala Rainer disse una frase a Raben: “Dovresti andare a scuola di tedesco”.

«Nel romanzo Un Buddha in giardino vi è un’atmosfera di serena lucidità, di abbandono a una visione del mondo libero da dogmi e chiusure mentali e di ricerca di una gioia profonda attraverso il coraggio di affermare la propria unicità. Essere di fede buddhista ha apportato un valore aggiunto al mestiere di inventare storie?».

L’incontro con il buddismo è avvenuto 30 anni fa, io già scrivevo e già avevo la mia personale visione del mondo libero dalle stupidità, che rinchiudono la mente e provocano sofferenze inaudite. Aderire al buddismo è stato un passo semplice e che mi ha rafforzato dentro, mi ha insegnato ad avere un profondo rispetto per ogni esistenza, per ogni vita, ma prima di tutto ha fortificato una mia attitudine, quella di “ascoltare” le storie delle persone. Ciò che racconto sovente nasce dalle storie non sentite per caso ma ascoltate con il cuore. Ogni storia, ogni incontro, anche il più insignificante per me è prezioso, custodisco ogni cosa nella mia memoria aspettando l’occasione e il modo per ridarle vita e dignità. Il buddismo mi ha insegnato la disciplina nel lavoro e ha rafforzato il mio amore per lo studio, la lettura e la scrittura. 

«Nel libro fotografico Finestre e Porte punta l’obiettivo su oggetti che si utilizzano ogni giorno, ma che decontestualizzati acquisiscono una dimensione simbolica. Entrambi possono rimandare all’ignoto e alla chiusura in sé stessi o viceversa alla comunicazione e all’apertura al mondo. Mi ha colpito come in alcune fotografie sia presente la sua immagine riflessa. Vuole raccontarci il motivo che ha originato questo progetto?».

Fotografare per me è un personale modo, anche se lo ammetto non del tutto originale e inconsueto, per raccontare, per scrivere con le immagini. Il progetto e il libro Finestre e Porte è nato dalla raccolta di fotografie che l’editore americano ha scelto tra le mie foto. Sono foto in cui per me è importante osservare l’atmosfera di quei luoghi, oltre a ogni specifica situazione, che sia la porta di un palazzo famoso, di una casa antica, di un museo o di una normale abitazione; mi affascina la funzione: entrare, uscire, attraversare. Ho scelto che fosse la luce a dare energia alla foto. Lo stesso vale per le finestre, raramente ci sono delle persone dietro le finestre, lasciando così la fantasia per immaginare l’oltre. È per caso o per personale civetteria che io appaia nelle trasparenze di alcune delle foto.

«Lei è uno degli autori del programma televisivo Blob, in onda su Rai 3. Un lavoro in cui bisogna essere onnivori, e avere un grande spirito di osservazione. Come riesce a fare ordine nell’universo audiovisivo che ogni giorno esamina? Lo paragonerebbe al lavoro dello scrittore, che cerca un senso nelle immagini e nelle suggestioni della sua mente?».

Lavorare a Blob è un’esperienza massacrante, è un lavoro duro, impegna la mente, il corpo e la memoria. Non si tratta solo di vedere ore e ore di televisione nei tanti canali. Bisogna avere una mente veloce e paziente, non deve sfuggire nulla, anche i dettagli più banali sono utili alla costruzione di una trasmissione che rimarrà unica nel suo genere. Non esiste una trasmissione uguale all’altra, se anche nello stesso giorno i diversi membri della redazione di Blob lavorassero sullo stesso materiale televisivo del giorno precedente, avremmo una trasmissione differente per ognuno dei montaggi dei redattori. Perché il gusto personale, la memoria storica, l’emozione e la fatica sono diverse per ogni persona. Si scrive una storia con le immagini, o meglio, si scrive con frammenti, a volte di pochi secondi, creati da altri. Usiamo i suoni, i volti, il ritmo di racconti tra loro diversi che vengono spappolati e ricomposti per essere altro, un altro racconto, Blob. La disciplina dello scrittore aiuta certamente. I miei quaderni di appunti, o segnalazioni di situazioni televisive sono un dizionario decifrabile solo dagli autori di Blob. Non trovo difficoltà nel metodo artigianale del lavoro, uso sempre penna e carta, piccoli foglietti di appunti sparsi che raccolgo in un unico blocco, fisso le mie intuizioni in piccoli notes, mentre mi dedico a un lavoro letterario o alla scrittura di una sceneggiatura o di un testo teatrale.

«In una sua intervista ho letto che lei ama molto ascoltare e prendere spunto dalle storie e dai gesti di chi incontra. Si immerge nella vita e cerca di raccontarla aprendo “porte” su altri modi di vedere e sentire. In quest’ottica esperienziale, cosa pensa dell’uso dei social network come fonte principale di comunicazione, e in generale della maggiore frequentazione del mondo virtuale rispetto a quello reale?».

Uso i social network per curiosità, non sono un patito della comunicazione virtuale, mi è difficile aprirmi a rapporti che vivono solamente di contatti sulla tastiera di un pc o nelle righe di uno smartphone. Mi annoia il mondo virtuale, mancano i colori, i suoni, gli odori che sono parte essenziale del mio mondo creativo. Preferisco sbadigliare per noia davanti a una persona e chiedere scusa per la mia maleducazione, che chiudere il tablet perché non ho nulla da dire in alcune chat dove si delira. Uso le nuove tecnologie come una persona che prende un taxi per andare da un luogo all’altro. La creatività è frutto di lavoro solitario, di disciplina, di metodo, di lunghe letture e di ascolto della voce vera delle persone. In altre parole, nel mio caso personale, posso affermare che non credo solo all’ “ispirazione creativa”, ma credo soprattutto alla “traspirazione” creativa, al sudore della fatica quotidiana.

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«Nella raccolta di racconti Prima un idiota ricorre un motivo presente anche nel suo romanzo: l’uso dei profumi e dei colori per rendere viva una descrizione o per esprimere un moto dell’anima. Nel primo racconto lei afferma “In fondo le storie della gente sono uguali come percorso, mai come colore, sapore, intensità”. In Un Buddha in giardino spiega come per Selma le tonalità di pelle di diverse etnie le sembrino profumi. Lo stesso passato, nelle azioni di Linette, torna come fosse un profumo perduto. Questa attenzione agli stimoli sensoriali è sempre stata una cifra stilistica del suo lavoro di autore?».

Profumi e suoni sono degli elementi indispensabili nella mia scrittura, la memoria personale è alimentata, protetta da essi. Suoni come la voce umana, il canto, il suono di lingue sconosciute, le variazioni melodiche degli strumenti musicali, degli oggetti e della musica in sé stessa. Io scrivo sempre con la musica accanto, uso il silenzio totale quando devo correggere ed essere spietato nel rileggere ciò che ho scritto. I profumi sono uno stimolo ancora più profondo della musica, forse nasce dal mio passato, dalla mia infanzia: gli odori e i profumi della casa, del collegio, dei primi amori, a volte profumi piacevoli, seducenti, a volte evocativi di sofferenze. Sono sempre stato affascinato dalla presenza dell’aspetto sensoriale in letteratura; ricordo i miei primi turbamenti nel provare delle sensazioni leggendo le pagine di Proust, i suoi dolci e i profumi delle donne, l’aria densa del profumo dei lillà in Guy de Maupassant o Flaubert, l’odore acre del sale e del mare in Joyce, l’odore del pollo fritto e del sudore della schiena dei lavoratori neri nei romanzi di Tony Morrison o James Baldwin. Si impara a scrivere leggendo, ascoltando i suoni, annusando gli odori e i profumi dentro le pagine di questi scrittori.

«Un altro motivo ricorrente nel romanzo è l’uso simbolico della musica. Selma aspetta la canzone che l’avrebbe scossa dentro rivelandole il vero amore. Strange fruit di Billie Holiday diventa la metafora gentile attraverso cui Tony racconta ai figli degli orrori del razzismo. Non, je ne regrette rien di Edith Piaf ha il potere di abbattere il muro di dolore che Henry ha costruito, e quindi di curarlo. Quanto è importante la musica nella sua vita?».

La musica per me non è un espediente simbolico nella scrittura, è parte vitale, vorrei che si potesse ascoltare la musica mentre si leggono le mie pagine. Premetto che vorrei saper leggere la musica e suonare un qualsiasi strumento, ma sono negato per tale capacità. Ammiro chi sa suonare, anzi, invidio chi sa diventare musica suonando, o componendo. Per me tale persona possiede un’anima più estesa degli altri esseri umani. Nel mio lavoro sovente sento che una canzone o un brano musicale appartiene a un personaggio, che è parte della sua anima, e allora la musica diventa parte del suo corpo e del suo linguaggio. La musica per me non è mai un accompagnamento; quando si manifesta le azioni, le parole dei personaggi o ciò che accade attorno a lei diventano secondari.

«In Un Buddha in giardino si percepisce il senso di una responsabilità karmica conseguente alle proprie scelte. I personaggi lottano quotidianamente contro i pregiudizi e lo fanno mettendosi in discussione, cadendo e rialzandosi. Nel romanzo si affrontano temi quali il razzismo, l’omofobia e l’antisemitismo, senza indulgere nell’autocommiserazione ma dando invece una forte lezione di coraggio, di riscatto e di voglia di vivere e amare. In quali dei personaggi, se è successo, ha riversato più di sé stesso?».

Io provo una profonda tenerezza per i perdenti, i secondi in una gara di velocità, gli abbandonati che vivono dietro le quinte, quelli che non osano più perché si sono rassegnati. È facile raccontare i due aspetti delle vite dei protagonisti principali, il buono o il cattivo, spesso bastano pochi segni e poi si deve lasciarli andare verso il destino che gli appartiene, sia nel bene che nel male. Ne Un Buddha in giardino ogni personaggio si è preso una parte della mia anima, delle mie gioie, come delle mie vergogne.

«La famiglia Crosby, protagonista di Un Buddha in giardino, porta con sé una componente magica di cui Linette non è che la materializzazione. Ciò implica che, verso la conclusione del romanzo, tutti i fili delle vite dei personaggi secondari si uniscano grazie agli interventi più o meno consci degli elementi della famiglia. Lei crede nella possibilità che la nostra esistenza sia influenzata da qualche tipo di energia?».

Anche prima di diventare buddista non ho mai pensato al caso, o al fato come motore dell’esistenza umana. Sono convinto che esista una legge fondamentale, quella di causa ed effetto, credo nel karma delle persone come credo che la buddità esista in ogni essere vivente, e insieme a tutto ciò credo che ci siano delle energie e delle relazioni magiche che uniscono passato e futuro in un grande affresco di cui non ho compreso il senso, ma che non mi interessa scoprire. Non ci incontriamo per caso, non ci ignoriamo per caso, non ci amiamo per caso, non ci uccidiamo per caso, non ci ritroviamo per caso. I gradi di separazione tra gli esseri umani sono mistici, alle volte ci spingono a scelte crudeli e a errori, ma ci riservano pure sorprese imprevedibili.

«So che sta lavorando a un nuovo libro fotografico, intitolato My little America. Si può sperare anche in un seguito delle storie della famiglia Crosby?».

Le storie della famiglia Crosby hanno un seguito appena concluso nella fase di scrittura e assemblaggio a cura del mio editor americano. La seconda parte della storia dei Crosby ha dato origine a un romanzo dal titolo provvisorio Il profumo degli occhi. Il mio progetto è quello di unificare i due romanzi in un unico volume, per avere così l’intera saga familiare dei Crosby raccolta sotto un unico titolo (provvisorio) La canzone dei CrosbyMy little America è il progetto fotografico nato per mostrare quella parte dell’America dove vivo, il New England, fotografando la provincia americana con i suoi paesaggi e i resti del passato dei primi coloni che ancora resiste alla “mania del nuovo” degli americani. Nel frattempo ho iniziato un nuovo progetto, un romanzo storico, frutto di anni di ricerche presso le diocesi di Vienna e la Biblioteca Marciana di Venezia, ritrovando i documenti originali e leggendo gli studi di alcuni autori britannici per raccontare, in stile goldoniano, gli ultimi mesi di permanenza a Venezia di un musicista spesso trascurato, Antonio Lucio Vivaldi. Un ritratto della Venezia del 1740, una città in decadenza desiderosa di recuperare gli antichi splendori, e un romanzo storico sugli ultimi mesi di permanenza nella città lagunare del prete rosso, prima della sua misteriosa fuga verso Vienna.

Antonella Quaglia

Intervista a Christian Rovatti

Christian Rovatti è uno scrittore bolognese, edito da Giraldi Editore. È anche un batterista e un insegnante di musica e, se rispondendo al dilemma del Cappellaio Matto: «perché un corvo è simile a uno scrittorio?» diamo come soluzione che entrambi producono note, benché piatte, si può presumere che il ritmo che scorre nel sangue di un batterista è linfa vitale anche per la penna di uno scrittore. Se riesci a pescare il lettore nel mare della storia già dalle prime pagine, molto dipende anche dalla scorrevolezza e dal ritmo della scrittura. Christian Rovatti riesce a coinvolgerti, a farti ballare con lui. E lo ha fatto, per il momento, in due romanzi: Comodo buco addio del 2014 e Corpi estranei del 2016. In questa intervista ci racconta un po’ di quello che vaga nella sua mente.

A cura di Antonella Quaglia.

«Ciao Christian, benvenuto. Domanda lampo per rompere il ghiaccio e raccontare qualcosa di te. Una citazione da un libro che hai letto, una che ti è entrata dentro e non ti abbandona mai». Resto spesso folgorato da un passaggio letto in qualche libro, ma purtroppo ho una pessima memoria e altrettanto spesso me lo scordo. La citazione più di vecchia data che riesco ancora a ricordare è un aforisma di Nietzsche che ho letto da ragazzo e che ho inserito anche nel mio ultimo romanzo; diceva più o meno così: “La tua vita sia un tentativo; il tuo successo o insuccesso una dimostrazione. Ma fai in modo che si sappia che cosa hai voluto tentare e dimostrare”. Un monito d’altri tempi, pieno di passione e magnificenza. Pensare poi che è stato scritto da un uomo che avrebbe finito i suoi giorni in manicomio, prima ancora di sapere quanta influenza avrebbe avuto il suo pensiero sulla cultura del Novecento, mi mette davvero i brividi.

«Il tuo secondo romanzo, Corpi Estranei, è stato paragonato alle opere di Nick Hornby. Fa parte delle tue fonti di ispirazione? Quali sono gli scrittori e i libri che ami?» Non ho mai letto nulla di Hornby, ma so che è un grande appassionato di calcio e di musica; forse è questo suo secondo interesse ad avere suggerito un tale parallelismo, perché anche nei miei due primi romanzi si parla spesso di musica. In realtà non sono un grande lettore. Lo sono stato da ragazzo, però: amavo Baudelaire, Flaubert e Rimbaud, ed ero un vero divoratore dei libri di Hermann Hesse. Leggevo un po’ tutto quello che mi capitava per le mani, a dire la verità: Oscar Wilde, Virginia Woolf, George Orwell, Henry Miller, John Fante, Charles Bukowski, Jack Kerouac, Johann W. Goethe… Poi per un lungo periodo ho letto pochissimo, assorbito da altri interessi. Ultimamente ho ricominciato, ma sono una vera lumaca: posso metterci mesi a finire un romanzo. Tra gli ultimi libri che mi hanno appassionato potrei citare Il Signore delle Mosche di Golding, Stoner di Williams, Il Giocatore di Dostoevskij, L’autobiografia di Malcolm X e Il Piacere di D’Annunzio; se proprio dovessi citare una fonte di ispirazione per il mio ultimo libro, Corpi Estranei, scomoderei proprio quest’ultima lettura, che terminai proprio la sera prima di mettermi a scrivere il mio romanzo. Ma in generale cerco sempre di evitare influenze troppo ingombranti, quando scrivo qualcosa di mio; preferisco concentrarmi totalmente su ciò che voglio dire e su come lo voglio scrivere. Imitare lo stile di qualche altro narratore non rientra nelle mie capacità, né tanto meno nei miei obiettivi.

Corpi estranei

 

«La nostalgia e la musica sono motivi ricorrenti nei tuoi romanzi. Nelle tue storie parli di rimpianto per un amore perduto, per una identità perduta, per delle occasioni mancate, e lo fai mettendo sempre dei brani musicali di sottofondo. Crei una lettura stratificata, che coinvolge più del senso della vista. Una scelta stilistica o semplicemente una diretta conseguenza del tuo essere musicista e scrittore?» Se non suonassi resterei comunque un grande appassionato di musica, perché trovo che l’espressione musicale sia un mezzo potentissimo per veicolare non solo idee e concetti, ma soprattutto emozioni. La capacità evocativa di un verso poetico viene amplificata in modo esponenziale se anziché essere solo recitato esso viene cantato, o catalizzato in qualche modo da un accompagnamento musicale; lo sapevano bene anche gli antichi Greci, da cui tutta la metrica classica prende origine. Il ruolo che certe canzoni hanno ricoperto nella mia crescita personale è incalcolabile, e travalica ogni insegnamento scolastico. Sono stato molto fortunato, in questo senso, perché ho vissuto la mia adolescenza negli anni novanta, un’epoca in cui la musica era ancora in grado di aggregare le persone in una grande famiglia, trasmettendo valori e regalando emozioni autentiche. Basta confrontare la top ten di oggi con quelle di quegli anni, per dedurre che forse i ragazzi di quest’epoca non sono stati altrettanto fortunati, ma è una considerazione del tutto personale (forse sto solo invecchiando). È per questa ragione che, scrivendo i miei primi due libri, mi sono trovato spesso a considerare una citazione musicale il modo più efficace per fare pervenire al lettore l’emozione precisa che volevo trasmettergli: laddove la parola in sé non riesce, la musica può arrivare. Ora però vorrei liberarmi di questo espediente, e nel mio terzo lavoro sto cercando di evitare accuratamente ogni “scorciatoia emotiva” che la musica potrebbe fornirmi, demandando alle mie sole capacità narrative l’arduo compito di suscitare le sensazioni che intendo evocare.

«Il tuo primo romanzo, Comodo Buco Addio, prende spunto dai diari in cui raccontavi delle inquietudini della tua adolescenza. In Corpi Estranei ritroviamo ancora il tema dell’angoscia esistenziale, vista con gli occhi di un adulto. Mettendo nero su bianco una parte così intima di te, pensi che la scrittura ti abbia salvato?» Risposta numero uno: magari ci fosse riuscita, risparmierei molti soldi in alcool e psicoterapia. Risposta numero due: per poterlo affermare dovrei prima sapere che fine avrei fatto se non avessi deciso di cominciare a scrivere… In realtà non credo che esista una vera salvezza, ma solo un tentativo di restare a galla in attesa del grande vortice finale, che presto o tardi finirà per risucchiarci tutti negli abissi dell’ignoto. Può sembrare pessimista, ma è la realtà, e scrivere non salverà di certo nessuno né da questo destino né dall’inquietudine che questa inevitabile prospettiva può infondere. Però, trovarsi da soli davanti a una pagina bianca può avere una grande funzione liberatoria: può regalare la sensazione che la nostra breve esistenza su questa Terra abbia un senso profondo e permanente, elevandoci al di sopra della mera sopravvivenza. Qualcuno ha detto che ci sono tre modi per diventare immortali: fare un figlio, piantare un albero, o scrivere un libro. Per ora non ho figli, e non so se pianterò mai un albero, ma intanto sto cercando di scrivere libri, non si sa mai… Di certo, immergermi nella scrittura mi dà una certa soddisfazione e a tratti mi fa stare bene: questo basta e avanza. Tutti dovrebbero provare a farlo, ogni tanto; in una società che impone l’ipocrisia come abilità imprescindibile per conquistarsi la sopravvivenza, scrivere è di certo uno dei metodi più efficaci per restare in contatto con se stessi, evitando di immedesimarsi troppo in quella maschera che si è spesso costretti ad indossare nella vita cosiddetta adulta. In questo senso, forse, può davvero salvarci: non dall’angoscia, che in una qualche misura è probabilmente una componente inalienabile dell’esistenza umana, ma dal profondo disagio che questa angoscia può procurarci se non le diamo ascolto e se non individuiamo un canale attraverso il quale permetterle di fluire dall’interno verso l’esterno; proprio come una penna di tanto in tanto deve lasciare riversare il proprio inchiostro su un foglio di carta se non vuole che si secchi, inceppando la sua sfera.

Comodo buco addio

«Raccontaci delle tue abitudini nella scrittura. In che luogo preferisci scrivere? Ascolti della musica, che poi inserisci nei tuoi romanzi, per ispirarti? Fai leggere ciò che scrivi a una o più persone fidate, o ti chiudi nella solitudine dello scrittore?» Scrivo nei ritagli di tempo, solitamente di sera. Ho la mia piccola postazione: una scrivania, un pc, una stampante e una piccola abat-jour rossa. Scrivo possibilmente in silenzio, spesso in compagnia di una birra, o di un bicchiere di rum. Ogni poche righe mi alzo e faccio lunghi giri per la casa parlando da solo, in cerca magari di un termine più calzante, o di una frase più fluida. Capita però che mi prenda una gran voglia di scrivere nei momenti meno opportuni, magari mentre sono alla guida, o quando sono impegnato in altre faccende; in tal caso mi segno qualche idea sul bloc-notes del cellulare, ripromettendomi di elaborarla quando ne avrò l’opportunità (cosa che poi spesso non accade). Ho il telefono pieno zeppo di queste brevi annotazioni, che dimostrano quanto sia difficile fare coincidere i momenti prolifici con quelli effettivamente liberi e produttivi. In fase di revisione sì, chiedo una mano a qualche malcapitato per aiutarmi a scovare errori e ricevere una prima impressione del manoscritto; solitamente sono persone che mi sono vicine e di cui mi fido, anche a livello tecnico. Una di esse è Francesco Cunsolo, un amico che ha già scritto una splendida prefazione al mio primo libro, e che spero vorrà curare anche quella della mia prossima (mi auguro) pubblicazione.

«In Corpi Estranei racconti della crisi di Ivan, un trentenne in fase di transizione. È un uomo anestetizzato dalla routine e da un’ideale di vita borghese, che si chiede se sia in pace con le scelte che ha fatto nella vita. Ivan si trova faccia a faccia con lo spettro del «E se…». È successo anche a te, quando hai scelto di scrivere, dopo una vita dedicata alla musica? Ti sei voluto aprire un possibilità che, forse per paura, non avevi considerato?» Il mio primo libro è in realtà una sorta di diario che avevo scritto nel 1996, quando avevo diciassette anni, cui sin dal principio avevo tentato di dare un taglio romanzato, forse per allontanare dalla realtà le spiacevoli vicende che mi stavano accadendo. Poco dopo averlo concluso, lessi Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di Enrico Brizzi. Mi piacque, ma al tempo stesso mi scoraggiò, perché assomigliava molto, se non altro per stile, ambientazione e tematiche, al mio manoscritto. Nel frattempo la mia vita, proprio a causa delle vicissitudini narrate in quel racconto, era cambiata drasticamente, e cercare di pubblicare un libro diventò l’ultima delle mie priorità. Fu un periodo molto intenso, ricco di stravolgimenti, pieno di energie, di nuove amicizie e di emozioni. Fu in quegli anni che decisi di concentrarmi sulla musica: studiavo dalle quattro alle sei ore al giorno, poi andavo alle prove, o a suonare da qualche parte. Molti anni più tardi, durante alcune faccende domestiche, mi è capitato di ritrovare quella vecchia bozza scritta a mano in una carpetta che non ricordavo neanche più di avere in casa, e rileggendola mi si è acceso il desiderio di dare finalmente voce a quell’antico urlo adolescenziale. Ricopiai il testo sul mio pc, aggiustandolo un po’, e lo inviai a diverse case editrici. Se la Giraldi non mi avesse risposto, dichiarandosi intenzionata a pubblicarlo, probabilmente la mia parentesi da scrittore emergente si sarebbe chiusa prima ancora di aprirsi. Trovare un canale editoriale che credeva in me mi ha spinto a risuscitare una passione che evidentemente non si era mai spenta del tutto, e ora eccomi qua… Che poi questo sia stato un bene o un male non saprei dirlo: già faccio uno dei mestieri più precari e peggio retribuiti che si possano svolgere in Italia, ossia il musicista; ora che mi sono messo pure a scrivere non saprei proprio immaginarmi un quadro professionale più disastroso. Ma è così che è andata, e con gli “E se…” si potranno anche scrivere un paio di libri, ma di certo non la vita.

«Che significa per te vivere a Bologna, città che fa da sfondo a entrambi i tuoi romanzi?» Non saprei dire con esattezza cosa significhi vivere a Bologna, poiché sono nato e cresciuto qui e non ho alcun raffronto con quella che avrebbe potuto essere la mia vita abitando altrove. Posso dire che di Bologna mi piace molto lo slang, quel modo di parlare che se vieni da fuori non puoi comprendere senza qualcuno del posto che ti faccia da traduttore simultaneo. Una lingua vivace non può che rappresentare un popolo vivace, e per certi aspetti i bolognesi sono effettivamente persone piacevoli e dalla mentalità aperta, se non altro paragonati agli abitanti di altre città del nord delle dimensioni di Bologna. Per altri versi, però, ciascun bolognese nasconde un animo irremovibilmente borghese e provinciale, ben rappresentato dalla classe politica che da tempo immemore amministra la città. I miei romanzi sono ambientati a Bologna soltanto perché è qui che abito ed è questa la dimensione che ho avuto modo di conoscere meglio. Mi piace partire dalla realtà, quando scrivo, e ambientare un mio racconto in un posto che non conosco profondamente quanto la mia città natale, mi sarebbe risultato un po’ artificioso, sebbene non creda che avrebbe alterato così significativamente le tematiche e le idee di fondo che emergono dai miei scritti; a ben vedere, come si dice, tutto il mondo è paese.

«Il romanzo Corpi Estranei è, a mio parere, il ‘diario di un’inadeguatezza’ in cui si intravede una delle più grandi paure dell’uomo contemporaneo: essere un perdente. Si è pronti a calpestare i propri ideali e i propri sogni per non esserlo, spesso diventando la versione peggiore di se stessi. È quello che è accaduto a Ivan, o a te?» Non è accaduto del tutto né a Ivan né a me. Ma il prezzo da pagare è molto alto in entrambi i casi. Ivan resta intrappolato in un disagio che non ha la forza di contrastare, alla ricerca disperata di un filo di Arianna che lo aiuti a trovare la strada per uscire dal labirinto della sua desolata perdizione. Forse lo trova, forse no. Ma lui è solo un personaggio di carta. Nella vita reale, certi smarrimenti hanno talvolta esiti drammatici e molte persone, da adulte, si ritrovano a essere qualcosa di molto diverso da ciò che in gioventù avrebbero voluto diventare. Forse questo processo fa parte della crescita e della maturazione di un individuo, o forse è solo una triste degenerazione di tutti quegli ideali giovanili che alla prova dei fatti si rivelano incompatibili con i modelli di sopravvivenza che questa società, nel bene o nel male, impone. Come diceva il buon vecchio Aristotele: “l’uomo è un animale sociale” ed è impensabile che possa sfuggire all’influenza dell’ambiente che lo circonda. La grande magia di questa epoca è che, instillando in ogni singolo individuo il terrore di essere un perdente, e di trovarsi in quanto tale escluso dalla società, ha creato in realtà una massa di perdenti, eleggendo la mediocrità come rassicurante parametro di finta fratellanza e reciproca complicità. Se siamo tutti dei mediocri e dei perdenti, il vero escluso è chi cerca di emergere e di distinguersi. Questo processo, catalizzato in particolar modo dai social media e dai talent show, ha reso molto meno problematica la rinuncia ai propri sogni e l’abdicazione ai propri ideali, rendendole persino alla moda. In un mondo di zoppi, il vero storpio è chi cerca di camminare normalmente. Al di là di queste considerazioni di carattere generale, posso dire che, alla soglia dei quarant’anni, poche cose della mia vita hanno seguito il corso che speravo. E l’insoddisfazione ha un sapore molto più amaro, quando si diventa adulti; finché si è ragazzi si guarda avanti e si confida nel futuro, poi a un certo punto ti accorgi che il tempo a tua disposizione per aggiustare certe cose si sta riducendo, e da predatore cominci a sentirti preda. Non corri più per raggiungere qualcosa, ma per fuggire: fuggire dalla paura di avere giocato male le tue carte, paura di avere puntato sul cavallo sbagliato, paura di cadere e non riuscire più a rialzarti, paura di non essere all’altezza delle tue stesse aspettative, paura di non avere più il tempo e le risorse per trovare una via di fuga alternativa. Puoi continuare a credere in te stesso fino a un certo punto, ma quando ti rendi conto che più corri e più il traguardo si allontana, il rischio di crollare sotto il peso di un’invincibile frustrazione è molto concreto.

«Sei un musicista e uno scrittore. Hai altri sogni nel cassetto?» Trovarmi un lavoro serio? Oppure imparare a dare il massimo in quello che già faccio, senza farmi ostacolare dall’insicurezza, dalla paura di fallire, dal timore del giudizio degli altri, e da tutte le altre insidie caratteriali con cui spesso mi trovo a fare i conti. L’unica alternativa sarebbe scappare… dove, a fare che, e con quali soldi non lo so, ma lasciatemi sognare. Andrei a vivere in un posto lontano dalla città, magari vicino al mare, circondato dagli animali. Gli animali non si fanno cambiare dalle epoche in cui vivono. Un gatto era un gatto anche nell’antico Egitto, e sarà sempre un gatto. Le sue esigenze non cambiano, la sua anima è inaccessibile, inalterabile. Dagli animali c’è molto da imparare. Quando tutto intorno ci appare falso, corrotto e snaturato, guardare un cane negli occhi può aiutarci a ritrovare il senso arcaico e immutabile della vita, quel punto zero da cui un giorno l’umanità sarà costretta a ripartire.

Rovatti
Christian Rovatti

«Jennifer Egan ne Il tempo è un bastardo scrive del passare del tempo, della paura di crescere e fallire, e anche nel suo romanzo la musica è parte integrante della trama. Come reagisci al passare del tempo? Pensi anche tu che sia un bastardo?». Sì. Il tempo è come la madre: ti dà la vita e al tempo stesso ti condanna a morte. Ma al contrario della madre non muore mai; ti consuma, ti seppellisce e si dimentica di te, proseguendo beffardo il suo corso eterno. Credo però che, come dice Seneca, l’uomo abbia in qualche modo la possibilità di imparare a gestirsi la fugacità della sua vita, sfruttando al meglio il tempo che gli è concesso. Di un nemico troppo potente si dice: “Se non puoi sconfiggerlo, fattelo amico”. Quale nemico è più potente del tempo? E quale alleato è più prezioso di lui? Da batterista, poi, il tempo è di certo un problema che non posso ignorare; però posso imparare a giocarci, nella musica come nella vita. Anche i cani più aggressivi diventano dei cuccioloni mansueti, se impari a giocarci. E non dimentichiamoci che il tempo, per quanto bastardo sia, aggiusta tutto: appiana i problemi, guarisce le ferite, perdona i peccati, dimentica gli errori, lenisce il dolore, e talvolta dona anche belle sorprese. Come si fa a non amarlo? Proprio come una madre.

«So che stai scrivendo un nuovo romanzo. Puoi darci qualche dettaglio? Stai esplorando nuove strade?» I miei primi due romanzi, seppure diversi tra loro da tanti punti di vista, hanno in comune alcuni tratti distintivi, come l’utilizzo frequente della citazione, la tematica della musica, l’ambientazione strettamente territoriale e il linguaggio diretto e colorito dei dialoghi (spesso in netto contrasto con lo stile volutamente sobrio e introspettivo della narrazione). Nel terzo romanzo sto cercando di affrancarmi da questi cliché, concentrandomi maggiormente sulla tessitura di una trama uniforme e priva di riferimenti culturali e spazio-temporali precisi. Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che possa risultare attuale e coinvolgente anche a un lettore di un’altra epoca e di un’altra città. Non so se ce la farò, ma almeno in questo racconto sto elaborando un vero e proprio plot, che negli altri due romanzi, molto focalizzati sull’interiorità emotiva del protagonista, mancava quasi del tutto. Di certo sarà un romanzo più lungo degli altri e, sebbene ne abbia già scritto più di duecento pagine, non ho la minima idea, io per primo, di come andrà a finire. Quando scrivo arrivo sempre a un punto in cui il racconto acquista una vita propria, e da lì in poi non so più che direzione prenderà; se voglio scoprirlo posso solo continuare a scrivere e stare a guardare cosa succede.

a cura di Antonella Quaglia