Il Taccuino: tanti nuovi libri in arrivo

Bentornati

Anche se chi lavora in un ufficio stampa in ferie non ci va praticamente mai….bentornati dalle ferie estive, amici del Taccuino! Si preannuncia infatti una grande ed intensa stagione letteraria ricca di novità. Tanti interessanti scrittori e libri da diffondere e da scoprire insieme mese per mese.

Non solo: tantissimi nuovi magazine, programmi radiofonici, caffé letterari, riviste cartacee, bloggers & book-bloggers, conduttori, contenutisti si sono uniti alla sempre più corpulenta lista di media-partners e collaboratori del nostro ufficio stampa. Vi ricordiamo infine che questo blog non si occupa solo esclusivamente degli autori del Taccuino Ufficio Stampa Bologna ma anche di tecniche di diffusione, consigli promozionali, blogging,social-media management, interviste a blogger book-blogger, autori emergenti e non, concorsi ed eventi letterari degni di nota.

Il Taccuino Ufficio Stampa

Per proporci idee, collaborazioni, libri da leggere potete scriverci al nostro indirizzo mail iltaccuinoufficiostampa@gmail.com

 

LE PROPOSTE DI SETTEMBRE. A cura del Taccuino Ufficio Stampa

zanzara muta

La zanzara muta di Gianfranco Spinazzi. La zanzara muta mette in scena un incontro/scontro tra due anziani arrabbiati con sé stessi e con la vita. Il romanzo è diviso in due parti in cui si analizzano i pensieri e i ricordi dei due protagonisti, mentre si racconta del loro improbabile rapporto nato nell’inganno e nella violenza e poi sfociato nella necessità di comprendere e di condividere. Tra piccoli e illogici squarci di vita ed elucubrazioni al limite della follia e della paranoia, Gianfranco Spinazzi riesce a regalare alla fase della senilità una prospettiva nuova, in cui si ha la sensazione che non tutto è perduto, e che il cambiamento può avvenire anche dentro chi ha troppe rughe in volto e troppi dolori nelle ossa. Un romanzo intelligente e ironico, una lucida riflessione sulla solitudine e sui dolori e rimpianti che la vecchiaia porta con sé, ma anche un’originale storia in cui a farsi protagonista è la mente con le sue molteplici e talvolta paradossali sfumature.

Titolo: La zanzara muta
Autore: Gianfranco Spinazzi
Genere: Drammatico
Casa Editrice: Tragopano Edizioni
Pagine: 169
Codice ISBN: 978-88-99396-02-2

«[…] Il tarlo cervellotico del settantenne non concedeva tregua ai dubbi e ai tormenti. La congestione di immaginario e reale affossava ogni tentativo di mediazione razionale. Quando si trattava di frenare gli ingorghi dei pensieri, era difficile per lui operare tagli e distanze, cedeva alla libertà che avrebbe dovuto conciliarlo con sé stesso».

TRAMA. Due vecchi si incontrano in un bar veneziano gestito da un nano che si veste in stile “belle époque”. Stabiliscono di incontrarsi a casa di uno dei due per approfondire il comune interesse per gli alianti, e qui, a visita avvenuta, il padrone di casa aggredisce l’invitato colpendolo alla testa. Non si tratta di un colpo mortale. I due si fronteggiano in un serrato dialogo in cui affiorano ricordi, amarezze e squarci dell’infanzia perduta. I toni sono spesso concitati ed enigmatici, soprattutto da parte del padrone di casa, un uomo incattivito dalla solitudine e preda di idiosincrasie. Nella seconda parte del romanzo si inquadra la figura dell’aggredito, con i suoi dolori e il suo bisogno di comprendere le proprie scelte di vita. E sarà proprio il confronto con questo semi sconosciuto, un confronto prima subìto e poi cercato, che porterà l’uomo a ripercorrere la propria vita, e ad analizzare la complessità della natura umana.

 Siamo solo piatti spaiati

Siamo solo piatti spaiati di Alessandro Curti. Siamo solo piatti spaiati è la storia di Davide, un giovane che si trova a fare i conti con i propri errori, lontano da casa e dalla sicurezza della famiglia. Il romanzo racconta il mondo degli adolescenti attraverso il filtro del loro sguardo fresco e onesto sul mondo, e di come sia spesso difficile per loro fidarsi e confrontarsi con gli adulti. Dopo Padri imperfetti e Mai più sole, due romanzi di Alessandro Curti che parlano della complessità del ruolo di genitori in questi tempi difficili per le relazioni umane, e Sette note per dirlo, scritto a quattro mani con Cinzia Tocci, in cui troviamo per la prima volta Davide proprio nel momento che cambierà il corso della sua vita e darà il via al quarto libro, il cerchio si chiude con Siamo solo piatti spaiati, in cui a essere analizzato è il comportamento dei figli e il loro percorso di crescita verso l’età adulta. Con gli occhi esperti di un educatore di professione, Andrea, che ritroviamo in tutti i libri di Curti, lo scrittore osserva le fragili dinamiche di relazione che il protagonista intrattiene con i suoi cari, con il mondo circostante e con se stesso.

Titolo: Siamo solo piatti spaiati
Autore: Alessandro Curti
Genere: Narrativa contemporanea
Casa Editrice: C1V Edizioni
Pagine: 250
Codice ISBN: 978-8898295579

«[…] Nulla mi sembrava più lontano dalla mia vita, dal mio mondo. Ho avuto paura. Paura di perdere tutto. Di entrare in un tunnel senza ritorno. Di vivere un incubo dal quale non mi sarei mai risvegliato in un continuo loop di sofferenza. Mi sentivo pizzicare alla base del collo, come se mi avessero infilato uno spillone vudù e lo avessero lasciato lì. A marcire». 

TRAMA. Davide conduce una normale adolescenza come tanti suoi coetanei: frequenta il liceo, si diverte con gli amici e discute con i genitori, fino a quando un evento non calcolato stravolge la sua vita e lo trasporta in un mondo a lui sconosciuto. Qui incontra ragazzi molto diversi da lui e adulti di cui non si fida. Tranne Andrea, per il quale nutre una sorta di amore-odio, perché risveglia in lui riflessioni e pensieri che mai si sarebbe aspettato e che lo confondono e lo mettono in crisi. Il viaggio che intraprenderà lo cambierà in modo indelebile, restituendo al suo vecchio mondo un nuovo Davide, più consapevole di se stesso e della realtà che lo circonda.

 

Incantesimi nelle vie della memoriaIncantesimi nelle vie della memoria di Giuseppe Gallato. Incantesimi nelle vie della memoria è una originale raccolta di dieci racconti di genere fantastico. Il tema dell’onirismo e delle sue diverse manifestazioni è trattato in storie fantasy e fantascientifiche con un approccio filosofico e attento a restituire trame intriganti e ricche d’azione. Alla raccolta non manca una vena horror e una predilezione per temi inquietanti quali i condizionamenti psicologici, le incursioni dal mondo dell’aldilà e le lotte contro mostri emersi dallo stesso inconscio dei protagonisti. Giuseppe Gallato ha uno stile molto personale e complesso, e la sua prosa scorre veloce e attrae anche chi non è appassionato del genere fantasy e sci-fi, per le profonde e interessanti tematiche trattate e per le sue raffinate capacità narrative.

Titolo: Incantesimi nelle vie della memoria
Autore: Giuseppe Gallato
Genere: Raccolta di racconti
Casa Editrice: Caravaggio Editore
Pagine: 152
Codice ISBN: 978-88-95437-79-8

«[…] Siamo anime in costante divenire, fatte di sangue e memoria. Siamo un ineffabile viaggio, immerso nell’eterno Etere del tempo. Siamo il frutto delle passioni, dei desideri e delle volontà che al rintocco di ogni alba lottano contro un passato, un presente e un futuro che non ci appartengono. Siamo la mera illusione di un tempo senza tempo non estraneo alla morte, che annichilisce la dimensione dell’io, e al contempo ricrea in noi l’ambizione dell’ordine, nel suo perpetuo mutare».

TRAMA. Incantesimi nelle vie della memoria è una raccolta di racconti di genere fantasy e sci-fi che tratta del tema del sogno e del suo rapporto con la realtà materiale. I dieci racconti di cui è composta la raccolta sono ambientati in mondi immaginari e in scenari futuribili, i personaggi a volte ritornano nelle varie storie con ruoli diversi e il nucleo centrale della narrazione, l’onirismo in tutte le sue manifestazioni, è trattato prendendo spunto non solo dai generi di appartenenza ma anche dall’horror e dal noir. Il risultato è un’opera omogenea e ben articolata, in cui perdersi ed emozionarsi e anche spaventarsi. Il tutto percorso da interessanti riflessioni filosofiche che soddisfano anche i lettori più raffinati.

 

Prossimamente:

Spazio torbido libro

Il Simbolo libro

Virus Benefico Libro

 

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Intervista ad Alberto Calandriello

Alberto Calandriello è un assistente sociale e scrittore. Ha pubblicato nel 2014 Scusa, Ameri e nel 2016 I diari della varicella, entrambi per Matisklo Edizioni. Collabora con Radio Savona Sound al programma Mr. Rock e con BRG Radio, per cui ha ideato e conduce il programma Championship Vinyl. Da sempre grandissimo appassionato di musica, vanta una collezione di più di 9000 dischi oltre che un enorme assortimento di magliette rock. Da questa sua passione nasce il romanzo Abbassa quello stereo! edito da Gli Elefanti, in cui racconta della sua storia d’amore con la musica, e di ciò che significa per lui assistere con il cuore e con l’anima a un concerto. Ripercorrendo gli anni insieme alla sua fedele compagna, Alberto Calandriello racconta di sé, delle sue vittorie e dei suoi dolori, e del potere salvifico di piccoli romanzi scritti su un pentagramma.

A cura di Antonella Quaglia

alberto calandriello

«Nel tuo romanzo Abbassa quello stereo! parli di musica come solo chi l’ha capita fino in fondo sa fare. Nella musica tu trovi la prova più concreta di essere vivo, di avere un cuore che batte forte e tanti sogni nella testa. Nella musica cerchi anche un consiglio sulla strada da seguire, sulle scelte da intraprendere. Per dirlo “alla Dylan” la musica ti dona un riparo dalla tempesta. Cosa racconteresti del tuo romanzo/memoir? Cosa ha significato per te scriverlo?». Alla base di “Abbassa quello stereo” c’è la mia grande passione per la musica e la voglia di condividerla; è stato scritto in un arco di tempo molto lungo perché le prime cose risalgono a più di una decina di anni fa e le ultime sono state scritte un paio di mesi fa; è un po’ un modo per raccontare quello che provo per la musica e raccontare me stesso, sperando quantomeno che si capisca che cosa vuol dire per me essere appassionato di musica e questo magari spieghi anche un po’ determinati i miei atteggiamenti oltranzisti

«Raccontaci qualcosa del tuo lavoro in radio». Ho iniziato a fare radio perché il mio amico che si chiama Roberto aveva messo su una web radio all’Università di Savona qui vicino e mi aveva invitato per parlare di calcio e del mio primo libro Scusa, Ameri; poi avevo chiesto se qualcuno avesse voglia di farmi fare un programma e si era resa disponibile Arci Liguria e per un paio di anni su Radio Gazzarra avevo condotto un programma che si chiamava Come Don Chisciotte. Dopodiché sono entrato in contatto con dei ragazzi di Finale Ligure che hanno una web radio che si chiama BRG Radio e sto facendo da tre anni un programma che si chiama Championship Vinyl (ennesimo tributo e citazione di Alta fedeltà) dove racconto la storia del Rock. Poi ho conosciuto Sabrina, una delle speaker storiche di Radio Savona Sound che è una delle radio più longeve qui in Liguria ed ho incontrato Marco, in arte Mr rock e mi sono proposto, così adesso una volta al mese faccio anche l’ospite fisso a Mr Rock; quest’anno da gennaio una volta al mese ci siamo inventati una sorta di sfida tra le band, con puntate dedicate ai Beatles agli Stones, Bob Dylan, Springsteen mettendoli per gioco uno contro l’altro. Come penso si sia capito, a me piace parlare e piace proporre musica e l’idea che ci sia qualcuno che mi che mi ascolti sicuramente mi diverte molto.

«Ampia parte del tuo romanzo è dedicata al racconto dei concerti a cui hai partecipato. Tu parli di vera e propria catarsi, di momenti in cui tutti i pezzi della tua anima vanno al loro posto e tutto appare nuovo ai tuoi occhi, rigenerato. Riesci a emozionare, a far ricordare a chiunque legga la sensazione di completezza che si prova stando ai piedi di un palco. Per chi non ha ancora letto il tuo romanzo, che importanza riveste per te la musica, quanto pensi possa cambiare la vita di una persona?». La musica può cambiare la vita di una persona nella misura in cui questa persona si predisponga a farsela cambiare da una canzone di 4 minuti o da un disco o appunto da un concerto; ognuno trova ispirazioni e consigli e dove ritiene opportuno trovarli. Io ho incominciato ad ascoltare musica in maniera sempre più intensa e mi sono accorto che lì dentro trovavo risposte alle mie domande e soprattutto dubbi che mi facevano porre ulteriori domande da cui poi penso di aver sviluppato il mio percorso di maturazione.

«Durante la lettura del tuo romanzo mi sono divertita a mettere in sottofondo i brani di cui parlavi, di fermarmi ad ascoltare i testi e compararli all’analisi che ne facevi. Che consigli musicali vuoi dare ai tuoi lettori? Quali sono gli autori imprescindibili che dovrebbero essere presenti nella vita di ognuno?».  Gli autori imprescindibili secondo me sono quelli che hanno cambiato qualcosa, che hanno portato qualcosa di nuovo nella nella musica; quindi in ordine assolutamente cronologico direi Robert Johnson Woody Guthrie, Elvis, Bob Dylan, i Beatles, Jimi Hendrix e David Bowie. Questi sono quelli senza i quali la musica oggi (e per musica intendo chiaramente quella con la M maiuscola) sarebbe diversa e probabilmente più povera; poi chiaramente ognuno trova dentro alla singola canzone ed al singolo gruppo motivi personali per per entrarci sempre più a fondo e quindi per renderli più presenti nella vita di tutti i giorni. Questi sono secondo me i punti cardinali senza i quali non si riesce a capire veramente che cosa sia la musica contemporanea. Se invece devo dire nomi nuovi da scoprire dico Filippo Andreani, Davide Geddo, Lorenzo Piccone, Samuele Puppo

«Rimanendo in tema di consigli, nel tuo romanzo citi spesso lo scrittore Nick Hornby e il suo lavoro Alta fedeltà. Come te Hornby è un grandissimo appassionato di musica, che è presente in molte sue opere. Hai altri scrittori che ti sono stati di ispirazione, e che vuoi condividere con noi?». Alta fedeltà non è stato un libro, è stato un un’epifania, perché mi ricordo esattamente il momento in cui ho iniziato a leggerlo, una sera in cui avevo la febbre ,ma sono rimasto sveglio penso fino alle 2 di notte, perché dovevo assolutamente leggerlo tutto. Sono arrivato a un certo punto in cui ho iniziato a seriamente a pensare che parlasse di me, quindi è un qualche cosa che va oltre alla semplice ammirazione letteraria. Da un punto di vista musicale, ci sono diversi autori che mi hanno ispirato, uno fra tutti Peter Guralnick. Poi ci sono i giornalisti musicali, persone che grazie ai loro articoli mi hanno fatto venire voglia di andare ad ascoltare musica che non conoscevo, che è una cosa che molto umilmente spero possa succedere anche a chi leggesse il mio libro; sono ad esempio Mauro Zambellini, Paolo Vites, Roberta Maiorano (che mi ha regalato una meravigliosa introduzione) Daniela Amenta; persone che raccontano la musica e e parlano di musica in modo da fartene innamorare prima ancora appunto di conoscere realmente la musica in senso stretto uno ad esempio è Antonio Gramentieri in arte Don Antonio che è un musicista magistrale, che per assurdo fa musica per la maggior parte strumentale, ma che ha un modo di parlare di scrivere di raccontare che mi affascina sempre.

ABBASSA-QUELLO-STEREO copertina

«In Abbassa quello stereo! racconti delle storie narrate nelle canzoni e delle tue impressioni su di esse, e ci tieni a precisare come ogni brano musicale sia un piccolo romanzo, un pezzo di letteratura. La musica è cultura, ma spesso il suo potere narrativo viene cancellato dalle logiche di mercato. Nel tuo romanzo fai un’aspra critica ai testi telecomandati della musica dei nostri giorni, a come essi nascano per toccare corde precise che antepongono una effimera visibilità emotiva alla profondità del messaggio di una canzone. È un panorama davvero così desolante, o pensi ci sia una parte della produzione musicale odierna che ancora ha da dire qualcosa di importante?». Io penso che al giorno d’oggi ci sia un sacco di bella musica in giro, quello che trovo veramente desolante non è il panorama degli artisti ma il panorama del pubblico; pubblico assolutamente anestetizzato, pubblico senza la minima volontà di cercare qualche cosa che vada oltre al piatto pronto che gli viene propinato in diverse salse, ma sempre con pochissimi ingredienti: pubblico che quindi non cerca e non va a scoprire, una cosa che è lontanissima dal mio essere e soprattutto lontanissima dal mio modo di approcciarmi alla musica; per quanto io abbia, come questo libro dimostra, dei punti fissi su cui sono abbastanza ripetitivo come lo stesso Springsteen, i Pearl Jam gli U2, gli Stones, ho anche una grande voglia di scoprire cose nuove e di andare ad approfondire territori sconosciuti. Quindi secondo me la musica odierna magari con modalità diverse da quelle della musica che amo e quindi ad esempio con sempre meno strumenti e sempre più elettronica, ha ancora un sacco di cose da dire di importante. Bisogna capire se i ragazzi trovano i canali giusti per per ascoltarli; l’esempio secondo me più lampante e tragico è Spotify; Spotify al di là di quello che rappresenta ti da la possibilità di accedere a tutta la musica del mondo, ma se tu vai a vedere soprattutto in Italia, quali siano gli artisti più ascoltati, sono gli stessi che trovi ogni 5 minuti delle radio commerciali; questo vuol dire che tu hai a disposizione una cucina con tutti gli ingredienti possibili e ti fai una pasta olio e formaggio

«Sei un assistente sociale e consideri la tua professione come un modo positivo di approcciarsi al mondo, così come quando si accende uno stereo. Per te la musica, e in generale l’arte, ha lo scopo nobile di migliorare la realtà, e di dare esempi concreti per poter attuare un cambiamento. Citi Thunder road di Bruce Springsteen, in cui si cerca una via per fuggire dalla città dei perdenti, o come affermi “perché apre porte”, e citi Darkness on the edge of town, un’altra canzone del Boss, in cui si insegna a resistere, a non rinunciare a vivere. Quanto degli insegnamenti della musica metti nel tuo lavoro? Hai esempi in cui sei riuscito ad aiutare qualcuno anche grazie ad essa?». Sì io faccio l’assistente sociale e ritengo di fare un lavoro Politico, nel senso Alto del termine, cioè di servizio alla comunità; la musica ritengo sia un’arma politica fortissima, potremmo fare milioni di esempi su come determinate canzoni abbiano cambiato il corso della storia non soltanto raccontandola ma anche influenzando le generazioni che le ascoltavano; nel mio lavoro trovo spesso spunti collegati alla musica; ad esempio un cardine del mio lavoro è l’autodeterminazione delle persone, Born To Run è un disco che parla principalmente di autodeterminazione, Thunder Road, che nel libro spiego in maniera penso abbastanza esauriente essere la mia “Canzone Assoluta” è un inno all’autodeterminazione, una canzone che finisce dicendo “questa è una città di perdenti e io me ne sto andando per vincere” vuol dire “voglio farcela, voglio cavarmela da solo, voglio diventare autonomo e indipendente”; altro esempio sicuramente sono i Pearl Jam, che sono venuti fuori a inizio anni 90 quando io ho iniziato a fare la scuola per assistente sociale, quindi contemporaneamente mentre studiavo determinati principi e determinate idee, sentivo parlare di Jeremy che in classe era bullizzato, della ragazzina di Why go, che veniva inserita contro la sua volontà in un istituto e i genitori non andavano a trovarla; queste due cose sono andate molto in parallelo e sono cresciute insieme

«In Rob di Alta fedeltà di Nick Hornby riconosci il tuo credo che nei dischi c’è un mondo migliore. Citi Rain King dei Counting Crows che si riferisce a sua volta al romanzo di Saul Bellow Henderson, il re della pioggia, in cui il protagonista trova il coraggio di reagire e di capire il vero sé stesso. In Furore di John Steinbeck si racconta della vita di Tom Joad, ripresa da Bruce Springsteen nella canzone The ghost of Tom Joad, in cui parla di chi combatte per la libertà. Un matrimonio intenso e significante, quello tra musica e letteratura. Cosa ne pensi?». La musica è sicuramente letteratura e mi fermerei a Bob Dylan, per motivi abbastanza chiari, il premio Nobel per la letteratura! È stata una dimostrazione lampante che raccontando storie, parlando di emozioni, raccontando vite, anche musicandole si può assolutamente fare letteratura! È un matrimonio che non bisogna trascurare, cosa che in realtà vedo purtroppo che accade soprattutto da parte dei giovani, perchè se per letteratura intendiamo una parola scritta che lasci un segno e che tracci un cammino, se questo avviene con una base musicale, con un apporto musicale, secondo me il segno ed il tracciato sono ancora più forti, ancora più incisivi nella vita di chi li ascolta.

«Il titolo del romanzo Abbassa quello stereo! rimanda ai tuoi giorni da adolescente e a quando i tuoi genitori ti intimavano di non distruggere le loro orecchie, e come tu racconti fa riferimento anche al momento in cui diventi padre ma non sei tu, bensì le tue figlie a chiederti di abbassare lo stereo. Corsi e ricorsi storici raccontati in un libro che comprende circa trent’anni di amore per la musica e soprattutto di passione per artisti quali Bruce Springsteen, Pearl Jam e U2. A che livello di rassegnazione è arrivata la tua famiglia?». Le mie figlie sono abbastanza rassegnate al fatto che papà ogni tanto esca: “dove vai?” “a sentire suonare” “Oh di nuovo!”; mia moglie invece più che rassegnata ha capito che la musica comunque è una benzina importante per me. Anzi spesso è lei che mi spinge ad andare ai concerti qua in zona o comunque a uscire se sa che c’è qualcuno che mi piace che suona dalle mie parti, proprio perché è un modo per tirar via un po’ di ruggine, di stanchezza dalla giornata. Quindi forse è talmente rassegnata che ormai è oltre e dice “va bene, vai, tanto abbiamo capito che se non ci vai è peggio quindi esci sentiti un po’ di musica”.Pensa che ad esempio in casa mia quando tocca a me lavare i piatti non si può fare conversazione perché io lavo i piatti usando le cuffie e quindi anche lì ormai sono rassegnate che se qualcuno ha bisogno di parlarmi deve venire in cucina a tirarmi per il braccio sennò non sento; questo perché io ho dei momenti in cui DEVO sentire musica, spesso anche una sola, particolare canzone, ma DEVO farlo, subito.

«A quando il prossimo concerto di Bruce Springsteen? Arriverà il momento in cui dirai: “Basta, non vedrò più un suo live”?». Ti dirò in linea di massima il concertone da stadio mi ha un po’ stufato, nel senso che non ho più la voglia ed il fisico, nè la tolleranza di fare ore di coda sotto il sole, circondato da tanta gente. Sono andato l’estate scorsa a vedere gli U2 a Roma e sono felicissimo di esserci stato ma ho veramente patito il prima, mentre quando avevo vent’anni stavo giorni sdraiato sul marciapiede; ad esempio sempre gli U2, a Reggio Emilia quando fecero il concerto in quello che adesso si chiama Campovolo, fu una una cosa fuori dal mondo da quanto venne organizzato male il prima ed il dopo, però fu una bellissima avventura; invece adesso questa cosa mi pesa e soprattutto mi piace molto l’atmosfera da piccolo club, da circolo, da teatro, con poca gente, un po’ più raccolta e tranquilla, dove magari ti puoi godere il concerto senza dover difendere la postazione come in trincea. Però ho comunque il biglietto per i Pearl Jam a Padova! Devo dire che io ho Bruce l’ho visto 20 volte che è un numero un po’ carogna perché per chi non segue Bruce la reazione è “Così tante??” per chi invece è uno Springsteeniano Vero porta alla reazione opposta cioè “Così poche???” Però se anche non riuscissi più a vederlo, ma ovviamente spero di no, comunque ne sarei sarei soddisfatto.Non sono riuscito ad andare l’ultima volta, quando fece due serate a Milano ed il mio rimpianto principale è che la prima sera fece Independence Day che è una canzone di cui parlo anche nel libro, per motivi molto personali e tristi, ed è una canzone che probabilmente non riuscirò più a sentire dal vivo.

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Video intervista a Fabio Iuliano – Lithium 48

Parte da oggi una serie di video interviste realizzate dal nostro staff con alcuni tra gli autori indipendenti che ci hanno colpito di più. Incontro ravvicinato con Fabio Iuliano, autore di “Lithium 48”, l’interessante racconto dal climax  fortemente distopico ambientato in una Parigi dalle mille tinte psichedeliche recensito e segnalato da oltre 75 siti e ben 150 emittenti radiofoniche

a cura del Taccuino Ufficio Stampa

Fabio Iuliano è un giornalista, musicista e insegnante di lingue. In passato ha lavorato a Parigi e Milano con Eurosport e Canal + e ha collaborato con l’Ansa e con il Centro (ex gruppo l’Espresso). Come blogger, oltre ad aver seguito vari eventi sportivi internazionali, dalle Universiadi (in Europa e in Asia) alla Race Across America, ha condotto alcune inchieste sull’immigrazione con reportage in Italia, Romania e Marocco. Per Aurora edizioni, casa editrice indipendente trentina, ha già firmato New York, Andalusia del Cemento – il viaggio di Federico García Lorca dalla terra del flamenco alle strade del jazz. Lithium 48 è il suo secondo romanzo.

Lithium 48

Genere: Distopico
Casa Editrice: Aurora Edizioni
Collana: Pensieri nuovi
Pagine: 70
Codice ISBN: 978-88-9480-816-2
Link vendita dal sito della casa editrice:

Lithium 48 racconta una storia che fin dalle prime pagine confonde e sconcerta il lettore. È impossibile infatti non domandarsi se la realtà che il protagonista Simone sperimenta sia concreta o frutto delle sue allucinazioni. Il ragazzo è vittima della paranoia di essere spiato da telecamere onnipresenti e da amici e colleghi di lavoro guidati da una regia esterna, cha ha il solo scopo di incanalarlo in una vita preordinata e rispondente a un copione scritto per intrattenere un pubblico di voyeur. Tutto ha inizio con Simone che si ritrova confinato in una struttura per malati mentali, la Espace Maison Blanche, senza saperne il motivo. Comincia così un viaggio alla conquista di una memoria perduta e alterata dal trattamento farmacologico al quale è sottoposto. Nel ripercorrere le quarantotto ore che lo separano dalla verità, il protagonista del romanzo riflette sul senso di terrore che ha accompagnato l’uomo da quel tragico attentato alle Twin Towers del 2001, e sull’idea che la paranoia e il sospetto siano ormai le uniche armi di difesa contro i pericoli del mondo odierno. Simone si affida alla musica per cercare di arginare la follia in cui, nei brevi momenti di lucidità, sa di stare precipitando. La sua vita è scandita dalle parole dei testi delle canzoni che ama, e che riporta nel racconto dei suoi due giorni di buio. La musica è tanto importante nell’universo privato del protagonista come in quello dell’autore, che il romanzo si apre con una playlist delle canzoni citate, e con il codice QR da utilizzare su Spotify per poterle ascoltare. A seguito dell’amara rivelazione dei particolari del suo tempo perduto, Simone comincia a riacquistare consapevolezza ed è a questo punto che il racconto si fa denso e significativo. Egli oscilla tra diverse interpretazioni di ciò che vede e sente, il dubbio si insinua in lui e anche in chi legge. Se la paura del diverso e delle situazioni nuove permea i suoi pensieri all’inizio del romanzo, i numerosi rimandi alla storia di Mary Poppins raccontano un’altra verità. Sembra che nella mente del protagonista si faccia strada l’idea di combattere la paranoia con l’entusiasmo della scoperta, la stessa che porta l’istitutrice Mary a far conoscere ai bimbi personaggi insoliti e a insegnare a non avere paura del mondo e di chi è diverso da loro. Nel suo essere un ritratto estremizzato dell’uomo contemporaneo, Simone porta con sé l’accettazione dolorosa della paura e della sconfitta, ma anche il riscatto della vita sulla violenza e i pregiudizi.

Proponi il tuo libro e richiedi allo Staff del Taccuino Ufficio Stampa di organizzare una video intervista dettagliata. Non è previsto alcun costo per la realizzazione dell’intervista. Scrivici su:

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Tanti nuovi libri

Dalla narrativa di Roberto Addeo – Edizioni il Seme Bianco al nuovo intenso libro di Francesca Ognibene “Quel figlio negato” . Dalla riedizione di Storybox Creative Lab del primo volume fantasy del “Fuoco segreto di Altea – gli Arconti Ombra” di Isabel Harper (già oltre 10.000 copie prenotate in libreria) per passare ai racconti di Marco Caneva “Storie speciali di persone normali”; sino ai magici scenari della saga fantasy di Simone Alessi, “Blake – il divenire degli dei”. Tantissime altre novità nei prossimi mesi. Buona lettura a tutti.

SEZIONE NARRATIVA

La luna allo zoo di Roberto Addeo

La Luna allo Zoo di Roberto Addeo

Casa editrice: Il Seme Bianco

Genere: Narrativa

Il racconto di una vita vissuta ai margini, con la dignità di chi crede ancora che ci possa essere un futuro migliore. Questo e altro è La luna allo zoo di Roberto Addeo, la confessione lucida e disincantata di un ragazzo che lotta ogni giorno per riservarsi un piccolo posto del mondo. Addeo dipinge con struggente poesia piccoli affreschi di vita quotidiana spesso crudeli e avvilenti, e li avvolge di una sottile ironia che permette al lettore di sperare che il protagonista ce la farà, che nonostante commetta errori e spesso si arrenda allo squallore della sua esistenza, troverà infine la forza di rialzarsi.LEGGI COMUNICATO STAMPA COMPLETO

 

 

Quel figlio negato francesca ognibene

Quel figlio negato di Francesca Ognibene

Casa editrice: L’erudita editore

Genere: Drammatico

Ci sono storie che meritano di essere raccontate. Quel figlio negato è una di queste. Francesca Ognibene narra con la delicatezza di una donna e l’onestà di una scrittrice il dramma di chi si sente madre ma non può avere la gioia di tenere un bambino in braccio. La storia di Virginia è quella di troppe donne che lottano per anni contro i limiti del proprio corpo, contro una natura crudele, contro gli ostacoli della burocrazia italiana in materia di adozioni. Non è un romanzo facile, non c’è consolazione alla fine, c’è solo la vita nella sua brutalità e nelle sue ingiustizie. È una storia che ti entra dentro e ti mostra tanta verità e tanta forza; è un pugno allo stomaco che vale la pena ricevere.

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Caneva_Storie-speciali-di-persone-normali

Storie speciali di persone normali di Marco Caneva

Casa editrice: Caosfera edizioni

Genere: Raccolta di racconti

Dieci storie, dieci modi di vedere la vita, di scoprire il proprio coraggio, di abbandonarsi al flusso dell’esistenza. Dieci racconti di quel momento particolare in cui si ha la sensazione di superare un limite, di essere presenti a sé stessi come mai prima, di fare la differenza. Marco Caneva racconta di gente comune e del suo quotidiano, illuminando i gesti e i pensieri di uomini e donne che altrimenti non verrebbero mai considerati. Dall’Afghanistan alla Korea del Nord, passando per l’Italia e viaggiando verso un futuro lontano, Storie speciali di persone normali ricorda a chi legge che dentro ogni uomo batte il cuore di un combattente, e non importa se le azioni dei personaggi dei racconti siano silenziose o eclatanti, perché ciò che conta è provarci, e non arrendersi.

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SEZIONE FANTASY

Il fuoco segreto di Altea

Arconti Ombra di Isabel Harper

Casa editrice: Edicart / Storybox Creative Lab

Genere: Fantasy

Gli Arconti Ombra, primo capitolo della saga fantasy in quattro volumi Il fuoco segreto di Altea, descrive un mondo dalle forti tinte steampunk, popolato da esseri straordinari e ricco di ambientazioni originali che contengono echi dei lavori di H.G Wells e Jules Verne. Temi come l’amicizia, il coraggio e la forza della verità e della giustizia trovano risalto nelle avventure del protagonista Ailan, nelle sue relazioni con creature bizzarre, e negli scontri con personaggi inquietanti e crudeli che determineranno ancora di più il suo percorso di crescita e di consapevolezza dell’ingannevole realtà che lo circonda

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Simone Alessi - Blake

Blake. Il divenire degli dei di Simone Alessi

Casa editrice: Vertigo Edizioni

Genere: Saga Fantasy

Un fantasy che trascende il suo genere di appartenenza per esplorare i territori della mente e della coscienza degli esseri umani, miscelando a leggende antiche, dogmi religiosi e divinità profane un futuro tecnologico in cui la cultura e il mito sono stati messi da parte in favore di una vita incentrata sul materialismo. È la storia di Blake, un ragazzo che contiene in sé un universo di segreti e potenzialità sovrumane, e del suo duro percorso verso l’accettazione di una diversità che l’ha reso emarginato da una società miope. Una storia originale e coinvolgente, in cui la magia si intreccia al destino degli uomini, e in cui l’arte e la storia del passato diventano parti importanti di un viaggio tragico ma necessario alla ricerca del bene più prezioso di Blake, il vero sé stesso.

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Intervista a Valentina Farinaccio

Valentina Farinaccio: scrittrice, giornalista e critico musicale molisana. Le poche cose certe (Mondadori, 2018) è il suo secondo romanzo, una storia intima e struggente del vuoto che una persona può creare dentro di sé, a volte tanto grande da inglobare e annullare un’intera esistenza.

Esordisce nella narrativa nel 2016 con il romanzo La strada del ritorno è sempre più corta, edito da Mondadori e vincitore del premio “Rapallo Carige Opera Prima”, del premio “Edoardo Kihlgren Opera Prima” e del premio “Adotta un esordiente”. Come esperta di musica è coautrice del libro-intervista La sindrome di Bollani (Vanni editore, 2009) e di Yesterday. Storia di una canzone (Arcana, 2015). 

valentina farinaccio

A cura del Taccuino Ufficio Stampa

«Il tuo primo romanzo La strada del ritorno è sempre più corta parla di assenza e di perdita, ma non lo fa con amarezza. La tematica del lutto e della sua elaborazione è molto frequentata in letteratura, ma tu le hai dato una luce nuova, ironica, a tratti gioiosa. Nel tuo secondo romanzo Le poche cose certe l’assenza non riguarda la perdita di una persona amata ma il senso di vuoto per un’esistenza mai veramente vissuta. È solo una mia impressione, o le due opere hanno davvero un filo conduttore?». Il filo conduttore è probabilmente la paura, che è spesso paura di dirsi la verità. Nel mio primo romanzo, le tre protagoniste passano buona parte della vita a fare finta di niente, a nascondere goffamente il dolore sotto al tappeto, per paura di soffrire. E Arturo, pure, il protagonista de Le poche cose certe, ha paura di crescere, paura di andarsi a prendere quello che vuole, paura di tirarsi fuori da quel male di vivere un poco infantile che sta diventando quasi un rifugio. Ha paura, Arturo, di prendersi la responsabilità della sua vita e, soprattutto, della sua felicità.

«Non è la prima volta che intervisto uno scrittore che per mestiere si occupa anche di musica. Molti musicisti trovano nella pagina bianca e nell’intimità di una stanza silenziosa un bilanciamento al meraviglioso “rumore” che riempie le loro esistenze professionali. Come critico musicale e come scrittrice avrai la vita invasa da suoni e parole. Quando e come sono nate queste due grandi passioni, e quanto si influenzano reciprocamente?». Da molti anni, ormai, il mestiere di critico musicale l’ho messo da parte per dedicarmi alla scrittura soltanto. Resta la passione per la musica, però, che quando ero piccola mi faceva passare ore e ore con i libretti dei cd in mano, per imparare i testi. Mi sarebbe piaciuto molto imparare a suonare uno strumento: ho provato con la chitarra, poi con il trombone, ma ho capito che no, non faceva per me. La delusione, come nel più classico dei cliché, mi ha allora spinto a unire la scrittura (la mia prima e più grande passione) alla musica. “Scriverò di musica”, mi sono detta a un certo punto. Ho seguito una scuola di giornalismo musicale, ho studiato molto, e per un po’ l’ho fatto per mestiere. Poi, da quando ho cominciato a scrivere romanzi, mi sono accorta che non scrivo più di musica, è vero, ma scrivo sempre con la musica. E di musica, infatti, sono piene le storie che racconto, inclusa quest’ultima.

«Il protagonista Arturo di Le poche cose certe è un quarantenne tormentato da mille paure. Ma più di tutto ha paura di sé stesso, delle scelte che non sa fare e degli anni vuoti dietro e di fronte a lui. È un personaggio talmente reale che a volte spunta fuori dalla pagina e mostra al lettore le sue ferite, la maggior parte delle quali sono autoinflitte. È una storia, quella di Arturo, che non si dimentica. Parlaci di lui, della sua creazione, e di ciò che ti ha ispirata per delinearlo». Ho scritto Arturo rubando pezzi di tante persone che ho incontrato, nell’ultimo periodo della mia vita. Arturo, come me, fa parte di una generazione (quella dei quarantenni di oggi) che è precaria da tutti i punti di vista: lavorativi, sentimentali, pratici. Una generazione che può permettersi un mutuo, soltanto se i genitori ci mettono la firma. Una generazione che non riesce a emanciparsi dalla condizione eterna, e un po’ ridicola, di “giovani”: veniamo trattati come tali, dal mondo degli adulti, ma intanto gli adulti siamo diventati noi, e forse dovremmo cominciare ad averne la consapevolezza. Ho scritto Arturo, allora: un uomo che indugia, arriva tardi, fa i capricci, sta male anche quando non dovrebbe, e che congela tutto quello che prova, per paura che poi lo faccia soffrire.

«Qual è stato il tuo percorso per diventare scrittrice? È una dote innata o hai frequentato una scuola o dei corsi specializzati?». Non ho mai frequentato scuole di scrittura, ma ho scritto sempre, e sempre di più. Dalle scuole medie in poi ho capito che quella cosa mi rendeva felice. Mi permetteva di infilarmi nel mondo che volevo, tutte le volte che volevo. Con il tempo, poi, è diventata necessità, urgenza, e anche, ci tengo a specificarlo ogni volta, perché scrivere è molto faticoso, disciplina.

Le poche cose certe di Valentina Farinaccio

«Ho trovato molto interessante l’idea di ambientare una buona parte del romanzo su un tram, in due differenti momenti della vita di Arturo. Tutto ciò che gli accade in questo spazio ristretto è la metafora della vita: c’è chi sale e chi scende e mai più si vedrà, ci sono scossoni e imprevisti, e sensi di colpa per essere seduto in un posto che un altro merita di più. E alla fine c’è la scelta – o l’obbligo – di scendere, e fa paura. Arturo incarna quest’angoscia del futuro e del cambiamento “la voglia di perdere per paura di prendere”. È questo un ruolo importante della letteratura, mostrare le fragilità e i timori dell’essere umano?». Ho scelto di ambientare questo romanzo su un tram perché è un mezzo di trasporto lentissimo e con una strada imposta dai binari. Questa lentezza e i binari costringeranno Arturo a riflettere, a resistere, a osservare gli altri cercando, così, di capire meglio sé stesso e quello che sta cercando, fermata dopo fermata, di diventare. Certe volte le nostre gambe non bastano, ci tremano troppo, e allora abbiamo bisogno di un aiuto, per trovare il coraggio di andare. Ecco, l’aiuto che ho voluto dare, ad Arturo, è stato questo tram che fa la strada al posto suo.

«Da esperta di musica, puoi consigliare una colonna sonora da tenere di sottofondo mentre si legge Le poche cose certe? Hai ascoltato qualcosa in particolare per ispirarti nella stesura del romanzo?». L’esergo di questo romanzo è di Giovanni Truppi, un cantautore bravissimo e, a mio avviso, necessario per l’attuale panorama musicale italiano. Capace di scrivere canzoni di rara bellezza. Il mio romanzo è pieno della sua musica, per cominciare. C’è poi Atlantide, il capolavoro di Francesco De Gregori, a cui la protagonista di questo romanzo, la donna che Arturo sta andando a incontrare all’inizio della storia, deve il suo nome. C’è anche Anna e Marco di Lucio Dalla, a un certo punto: perché trovo che sia bellissima, e che sia un romanzo bonsai, quella canzone. Racconta due vite, e lo fa con una poesia inarrivabile.

«La paura di agire in Le poche cose certe è palpabile, la si può vivere insieme ad Arturo, che rimane immobile, come certi animali che fingono di essere morti di fronte a un predatore. Per Arturo il predatore è la vita stessa. La figura del padre, per quanto compaia poche volte, è una guida nella sua incerta esistenza. È lui a dirgli: “Vai tranquillo, che i topi non esistono”. Una frase che acquista un senso oltre il significato letterale, se si conosce il romanzo. Anche in La strada del ritorno è sempre più corta il padre di Vera, pur se nella sua assenza, è una ispirazione per la figlia. Come riesci nel difficile compito di creare personaggi secondari che in poche scene riescono a riempire lo spazio con tanta sostanza?». Cerco semplicemente di osservare molto, e di osservare tutti. La nostra vita è piena di persone che sono di passaggio, e di altre che, invece, in pochi gesti, e con poche parole, sanno farsi indispensabili. Si tratta solo di riconoscerle, e di prendersene cura.

«Le poche cose certe è raccontato con la leggerezza di una scrittura poetica e la brutalità di una prosa onesta e diretta. Il tuo è uno stile molto personale, riconoscibile. Hai degli autori a cui ti ispiri, e che ti hanno indicato la strada da seguire?». Sono una lettrice molto disordinata, ma ho dei libri che mi hanno di certo segnato. La storia e L’isola di Arturo di Elsa Morante, per esempio, ma anche La noia, Agostino e La ciociara di Moravia, o La bella estate e Il mestiere di vivere di Pavese, o l’opera di Jane Austen, e quella di Carver, e Il giovane Holden, che è banale, lo so, ma è stato il primo libro che ho voluto rileggere daccapo, una volta finito. E Buzzati: da quando ho incontrato Un amore, di Dino Buzzati io leggo tutto con occhi diversi.

«Hai mai pensato di scrivere un romanzo ambientato nel mondo della musica?». Onestamente no. Ma non è detto che non possa essere un’idea per il futuro.

«In Le poche cose certe scrivi: “Perché nulla è certo, nella vita. Solo una cosa: che tra un’isola e l’altra c’è sempre il mare”. La donna idealizzata da Arturo, Atlantide, condivide il nome con l’isola leggendaria di Platone. Anche lei per Arturo diventa mitologia, con un finale amaro, di perdita. Quali sono le poche cose certe nella tua vita?». La cosa certa è una: che bisogna muoversi, fare, rischiare. Siamo gli unici responsabili della nostra vita, di quello che abbiamo come di quello che non abbiamo.

«Cosa fa secondo te di Le piccole cose certe un romanzo che vale la pena leggere?». No, a questa domanda non posso rispondere. De Le poche cose certe io so soltanto che era per me necessario scriverlo.

«Qual è l’aspetto che più ami dello scrivere e dell’essere una scrittrice?». Di alzarmi al mattino con l’impegno di dover fare quello che ho sempre sognato di fare: scrivere.

«Da critico musicale hai pubblicato due saggi in collaborazione con altri scrittori. Con la cantautrice Erica Mou stai portando in giro un reading musicale: Ragazze posate, e lei ha anche accompagnato con le sue composizioni alcune presentazioni del tuo primo romanzo. Quanto è importante per te la comunicazione tra gli artisti, anche di diversi ambiti? Hai in mente altri progetti in merito?». Credo molto nella collaborazione fra gli artisti, a patto che sia sempre sostenuta da una sincera e reciproca stima. Non credo in quelle cose che si mettono su soltanto per chiamare pubblico, o vendere qualcosa. Penso, invece, che alla base dell’incontro fra arti diverse ci debba essere la voglia di provare a raccontare una storia nuova, e sempre vera. Per ora mi dedico ad Arturo, poi si vedrà.

«Come nasce un tuo romanzo? Hai un posto particolare in cui scrivi, una routine che segui? Hai già in mente una scaletta della storia o ti lasci trasportare da ciò che immagini giorno dopo giorno?». Scrivo quasi esclusivamente nel salotto di casa mia, a Roma. Per questa storia, però, mi sono concessa la meraviglia di andare a scrivere a Procida, in una casa gialla che faceva la smorfiosa col mare e dalla cui finestra si vedeva il profilo di Capri. Lo dovevo ad Arturo, al nome che porta. E no, non faccio mai scalette, e mai so quello che accadrà. So soltanto da dove comincio e dove voglio andare a finire. Ecco, di questo romanzo l’unica cosa di cui ero certa, quando l’ho iniziato, era proprio il finale.

«Ti è mai capitato, durante la lettura di un romanzo, di pensare: l’avrei voluto scrivere io? E se sì, per quali motivi?». Più che altro mi capita spesso, durante la lettura di un romanzo bello, di pensare: “Beato lui/lei, io non riuscirò mai a scrivere una cosa così bella!”. E la lista è lunga, lunghissima.

Valentina Farinaccio«Nelle tue storie si trovano molte citazioni musicali e letterarie. Ad esempio il nome del protagonista Arturo, come viene spiegato da lui stesso, deriva dal romanzo di Elsa Morante L’isola di Arturo. Vi sono altre affinità tra le due opere?». A parte Procida, che compare proprio per omaggiare (con la mia testa sotto ai suoi piedi!) Elsa Morante, quel che unisce i due romanzi è che L’isola di Arturo racconta di un bambino che si fa uomo, mentre Le poche cose certe di un uomo che prova a smettere di essere bambino: sempre di crescita, in fondo, si parla.

 

«Cosa c’è nel tuo futuro di autrice? Stai già scrivendo una nuova storia?». Ho il cervello in movimento, ma è ancora presto per cominciare a scrivere una storia nuova.

Intervista a cura di Antonella Quaglia

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Intervista a Gianluca Morozzi

Gianluca Morozzi è uno scrittore e musicista bolognese. Nel 2001 pubblica il primo romanzo Despero, edito da Fernandel. Nel 2004 esce uno dei suoi lavori più noti Blackout, per la casa editrice Guanda, da cui è stato tratto un film. Negli anni si fa conoscere e apprezzare come scrittore prolifico ed eclettico di romanzi, racconti, saggi (tra cui un manuale di scrittura creativa in collaborazione con Raoul Melotto, e diverse pubblicazioni a tema musicale, alcune delle quali edite da Castelvecchi) e graphic novel (si ricordi Pandemonio per Fernandel e Il vangelo del coyote per Guanda). Nonostante la giovane età, gli è stata già dedicata una biografia L’era del Moroz. Tra la vita e la scrittura di Gianluca Morozzi (Carmine Brancaccio, Zikkurat, 2008). Nel 2018 pubblica la sua ultima fatica letteraria Gli annientatori, per la casa editrice TEA. 

Morozzi Gianluca

A cura di Antonella Quaglia

«Il primo marzo è uscito Gli annientatori, edito da TEA. L’ultima opera di una lunga, lunghissima serie tra romanzi, raccolte di racconti, graphic novel e saggi. Mi viene da pensare che tu provenga da un altro pianeta, o che almeno sia in possesso di una macchina del tempo che ti permetta di vivere esistenze parallele in cui scrivere senza sosta. Dai l’idea di non aver mai sofferto del blocco dello scrittore, come ci riesci e dove trovi tanta ispirazione?». Il blocco dello scrittore in effetti non l’ho mai avuto, per fortuna, e facendo tutti gli scongiuri possibili e immaginabili. L’ispirazione propriamente detta, intesa come: idea che arriva dal nulla e sembra un dono delle Muse, l’ho avuta forse quattro volte, e sono nati Despero, Blackout, Radiomorte e Colui che gli dei vogliono distruggere. Tutto il resto è arrivato da spunti reali. Come spiegherò più avanti, raccontando come è nato Gli annientatori.

«Come se non bastasse la tua prolifica carriera letteraria, trovi il tempo anche per essere un chitarrista, un conduttore radiofonico e un insegnante di scrittura creativa (e chissà quante altre cose). In veste di docente, quali sono i consigli che dispensi ai tuoi allievi? Quali opere e scrittori porti a esempio di buona narrativa?». Come docente, oltre a spiegare tecniche e a svelare trucchi, cerco di far capire che nella scrittura ci sono pochissime regole oggettive, che quel che funziona per uno scrittore magari non funziona affatto per un altro. E una grande parte dei miei corsi consiste nel far scoprire autori e libri che, magari, qualcuno poteva non conoscere… da Paolo Nori a Luigi Malerba, da La versione di Barney a Tenera è la notte, da Dieci piccoli indiani a Le tre bare.

«Non voglio banalizzare le tue opere inserendole forzatamente in un genere letterario, sarebbe inutile perché esse racchiudono tante suggestioni e prendono diverse strade. Però è chiaro che, al di là della tua frequentazione del genere noir, umoristico o pulp, l’elemento surreale è spesso preponderante. Non è un caso che nel tuo Chi non muore vi sia una citazione alla Loggia nera di Twin Peaks. Che rapporto hai con la dimensione onirica? Ti è mai capitato di scrivere un romanzo sulla base di un sogno che avevi fatto?». Un romanzo intero no, ma qualche capitolo sì, senz’altro… il racconto del cavaliere in armatura nel tunnel di Blackout, la storia dei vermi nello Specchio nero, qualche racconto breve…In genere mi sveglio convinto di aver sognato la trama del secolo, poi provo a buttarla giù, e piango.

«Il panorama letterario italiano è abbastanza sconfortante. Non è che non ci sia buona narrativa, ma non riesce spesso a emergere, sommersa dal mare di opere senz’anima, nate a tavolino per puri scopi monetari che niente hanno a che fare con la passione di raccontare storie e di regalare un’emozione. Ho letto una tua intervista in cui per primo constatavi quanto poco tu venga considerato dalla critica ufficiale, nonostante la tua notevole carriera. Credi ci sia speranza per l’editoria italiana?». Oh, sì, io sono molto realista nell’immediato quanto ottimista per il futuro: l’ho imparato in trentacinque anni da tifoso del Bologna. Quando il polverone della crisi si sarà depositato, vedremo chi di noi sarà ancora in piedi. Qualcuno si sarà ritirato, qualcuno sarà diventato completamente pazzo, qualcuno si sarà rivelato come bluff. Io di sicuro sarò in piedi. L’ho detto: ho studiato all’università dello stadio, sono fortificato.

«Raccontaci qualcosa del romanzo Gli annientatori. I motivi, se ci sono, che ti hanno spinto a scriverlo, un fatto bizzarro accaduto durante la sua produzione o delle coincidenze assurde capitate mentre, vagando per le strade di Bologna, pensavi alla trama». Immaginate di affittare una graziosa mansarda con la vostra ragazza, e di scoprire di essere gli unici abitanti di un palazzo di sei appartamenti a non essere membri della stessa famiglia. Famiglia, peraltro, non troppo simpatica. Con il padrone di casa al primo piano, i suoi fratelli tutti intorno, e le figlie con neonati urlanti e bambini liberi di fare karaoke alle sette del mattino muro a muro con voi. Che, se provate a lamentarvi del rumore, venite guardati come gli unici estranei seccatori che salgono e scendono le scale in un palazzo senza ascensore. Così, estremizzando molto, è nato Gli annientatori.

 

«Giulio Maspero è il protagonista de Gli annientatori. È un ragazzo bolognese preda dei dolori del giovane scrittore e seduttore. Nelle prime pagine del romanzo parli della nascita della passione per la scrittura di Giulio, del momento in cui ha affermato “voglio farlo anch’io” dopo la lettura de L’Uomo in fuga di un certo Richard Bachman. Chi conosce la tua biografia sa che questo elemento proviene dal tuo vissuto, da quando da ragazzo avevi letto tutto d’un fiato La lunga marcia dello stesso Richard Bachman. Poi hai scoperto che il nome dell’autore era uno pseudonimo di Stephen King, lo scrittore che hai preso a modello agli inizi della tua carriera, e del quale hai copiato lo stile per imparare il mestiere. Lo stesso King in On writing racconta di aver fatto lo stesso. Quanto hai lavorato prima di trovare la tua voce? Qual è stato il primo romanzo in cui hai capito di aver fatto il salto verso uno stile personale?». Potrei dire che ci ho lavorato per quasi vent’anni, dal mio primo racconto Divoratore cosmico, scritto su un block notes in spiaggia dopo aver letto La lunga marcia, fino al mio quarto romanzo Accecati dalla luce, che è il primo in cui ho sentito di padroneggiare veramente la materia. I primi tre romanzi erano molto inconsapevoli e punk.

«So che quando sei in cerca di ispirazione fai girare una trottola rossoblù che tieni sullo scrittoio. Non riesco a non pensare al totem di Dom Cobb nel film Inception e a come esso determini il passaggio dalla realtà a uno stato allucinatorio. È così anche per te? Quando scrivi sei sempre presente a te stesso o ti capita di entrare in una sorta di trance, posseduto dal demone della scrittura?». Il novanta per cento delle volte sono consapevole. Ma c’è un dieci per cento di trance agonistica, come si direbbe in ambito sportivo, in cui si passa temporaneamente a una dimensione superiore, per una, due, tre, a volte dieci pagine. Ed è molto bello.

«Osservando la tua produzione letteraria si ha l’impressione che vi sia una sfida che attui con te stesso e con i tuoi lettori a spingersi sempre oltre il limite, a sperimentare nuovi percorsi e possibilità. Se prendiamo ad esempio Blackout, thriller claustrofobico ambientato quasi interamente in un ascensore, mi domando come tu abbia fatto a mantenere la tensione e l’attenzione per una storia che si svolge in pochi metri quadrati. In molti tuoi lavori ti diverti a gettare ombre lunghe e terrificanti dietro l’apparente luce della normalità. Che tipo di rapporto hai instaurato con i tuoi lettori? Quali sono gli elementi del tuo stile che più ottengono consensi?». Per rendere leggibile Blackout ho ripassato il romanzo di Stephen King Il gioco di Gerald, cercando di rubargli le tecniche che ha usato per narrare 300 pagine tutte sopra un letto. I miei lettori si dividono, diciamo, in tre categorie: quelli che amano solo la mia produzione noir, quelli che mi preferiscono nella parte rock e comica, e quelli che leggono tutto di me. Io ringrazio tutte e tre le categorie.

«Nei tuoi romanzi vi sono spesso citazioni che spaziano dal cinema alla musica. Una parte della tua produzione è dedicata alla graphic novel, un genere che miscela arte e scrittura. Il potere della parola e il potere della cultura da soli potrebbero cambiare il mondo. O no?». Sì, e il bello è che in Italia il fumetto è considerato un genere di serie Z, qualcosa usa e getta, mentre in paesi come Belgio e Francia è reputato, appunto, arte. Come se non ci fossero romanzi bruttissimi e fumetti bellissimi. Parole e cultura possono cambiare, se non il mondo, una testa alla volta, una persona alla volta. Poco a poco, questo cambierà il mondo. Con calma e pazienza.

«Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari? Tornerai sul tuo pianeta o ci accompagnerai ancora un po’ con i tuoi racconti?». Ma ci mancherebbe. Ho in rampa di lancio la nuova edizione ampliata dell’Uomo fuco, poi l’Uomo liquido, che è il seguito dell’Uomo liscio, e sto finendo il nuovo romanzo Dracula ed io. Senza contare i racconti.

By Antonella Quaglia

Provaci ancora Brancusi di Pietro Quadrino

Pietro Quadrino, interprete d’eccezione del teatro europeo contemporaneo, offre uno sguardo privilegiato sui suoi pensieri, sulle sue debolezze e paure, e nel farlo ci mostra che il coraggio non è solo degli eroi, ma anche di chi decide di lottare, nonostante lo sfavore delle stelle. Un romanzo autobiografico in cui Silvano Brancusi, alter ego dello scrittore, si muove nel mondo alla ricerca del riscatto, del vero amore, e del senso della vita. Si racconta di scelte importanti e della forza di andare contro corrente, anche quando i sogni e il successo sono a portata di mano

by Il Taccuino Ufficio Stampa

Pietro Quadrino

Titolo: Provaci ancora Brancusi
Autore: Pietro Quadrino
Genere: Autobiografico
Casa Editrice: LFA Publisher
Pagine: 213
Prezzo: 16,50 euro
Codice ISBN: 978-88-3343-006-5

Provaci ancora Brancusi di Pietro Quadrino ci conduce nelle avventure umane e professionali del suo protagonista, immerso nel flusso della vita, disponibile al cambiamento e pronto a tutto, in quello stato di grazia che è privilegio di chi sa capire e seguire la propria volontà. Silvano Brancusi è un personaggio che non cela niente al lettore, che mette a nudo la propria anima senza la paura di venire frainteso, con quell’abbandono e fiducia nell’uomo che solo un artista può avere. Viene presentato come un ragazzo passionale, presuntuoso a volte, ma lo stesso scrittore poi si domanda quanto davvero valga come attore e essere umano, in un dialogo con il suo alter ego in cui spesso ne esce sconfitto, ma mai perdente. All’inizio del romanzo si scopre che la consegna di una lettera può cambiare l’intero corso dell’esistenza del protagonista, e nelle pagine che seguono vi è la ricostruzione dei tre anni precedenti, delle rocambolesche avventure, delle sofferenze e delle vittorie, dei viaggi e delle perdite. Il racconto di una vita mostrato con le sue luci e le sue ombre, in cui, anche nei momenti di smarrimento, vi è una costante, una stella polare che dovrebbe guidare la vita di ognuno. Per il protagonista è l’amore, per il teatro e per una donna, che orienterà le sue scelte, anche quando esse riveleranno una follia quasi impossibile da comprendere. Provaci ancora Brancusi racconta il mondo interiore di un artista, già esso stesso romanzo, e lo fa con ironia e spregiudicatezza, senza censure. Lo scrittore-attore conosce bene l’animo umano e fa leva sui punti giusti, su quei temi universali che rendono gli uomini uguali: la volontà di riuscire, di non passare su questa terra senza lasciare un segno, e il bisogno dell’altro, di approvazione e di amore. Il protagonista ci scuote dal torpore, ci mostra come il coraggio sia dentro ognuno di noi, anche nelle situazioni più disperate, che i sogni sono tutto ciò che abbiamo e vanno preservati. E ci rassicura che tutti possono concedersi, se lo desiderano, una dose di follia.

Provaci ancora Brancusi

ASCOLTA TRAMA DI “PROVACI ANCORA BRANCUSI”

TRAMA. Silvano Brancusi è un giovane attore, scrittore e poeta. Scanzonato e irriverente, si ritrova catapultato ad Anversa, per seguire la compagnia del grande Peter Frame, uno degli artisti contemporanei più talentuosi e controversi, che lo chiama a creare uno spettacolo colossale della durata di 24 ore, Olympus. Ed è proprio durante le prove di questa folle creazione che Silvano incontrerà “la donna più bella del mondo”, Maria Lek, della quale si innamorerà “come ci s’innamora di un mistero”. Saranno anni di fatiche, avventure romantiche con molteplici donne e fallimenti, tra Parigi, Salonicco, Roma, l’Havana, Bruxelles, Milano, e infine Berlino, dove verrà messa in scena per la prima volta l’opera monumentale di Frame. E soprattutto saranno anni di sconvolgimenti emozionali, in cui Silvano inseguirà la donna dei propri sogni, la amerà e sarà amato, per poi essere abbandonato. Questa sofferenza lo porterà lontano, nello spazio e dentro sé stesso, non fermerà i suoi sogni ma lascerà un seme che maturerà nell’epilogo del romanzo. Il 23 novembre del 2018 Silvano Brancusi si trova di fronte alla più importante decisione della sua vita: fermarsi e ritirare il premio che si è finalmente conquistato con la sua opera prima, o lasciare tutto, rischiare di buttare all’aria anni di sacrifici e seguire un desiderio, più forte della razionalità.

“[…] Non riesco a spiegarmi il perché, ma se dovessi scegliere un posto dove nascondermi al mondo, andrei ad Anversa. I pavimenti delle strade sono scuri, le case sono scure, il cielo è scuro, le chiese sono scure. Ad Anversa sembrano celarsi tutti i segreti che le persone non possono più portarsi dietro: li hanno lasciati, depositati fra le mattonelle delle vie, fra i mattoni delle case, li hanno infilati nell’intercapedine delle rotaie del tram”.

BIOGRAFIA. Pietro Quadrino nasce a Roma nel 1987. Terminati gli studi in Scienze Politiche all’Università La Sapienza di Roma, intraprende la carriera di attore teatrale. Si sposta a Parigi dove si diploma all’Accademia Internazionale delle Arti dello Spettacolo. Dopo alcuni anni di tournée in Francia con numerose compagnie, torna a lavorare in Italia, al Teatro di Roma. Dal 2012 entra a far parte della compagnia di teatro e danza dell’artista belga Jan Fabre, con il quale recita nei più importanti teatri tra Europa, America e Medio-Oriente. È uno degli attori di Mount Olympus, regia di Fabre, uno spettacolo evento di 24 ore sulla tragedia greca, premio UBU 2015 per il miglior spettacolo straniero. Durante questo periodo, Pietro Quadrino lavora anche con altri registi di rinomata fama internazionale quali Ariane Mnouchkine del Theatre du Soleil, Peter Brook, Jan Lawers, Alex Rigola, direttore della biennale-teatro di Venezia, e altri gruppi teatrali più giovani. Dal 2016 fonda la propria compagnia teatrale Post Scriptum Company per la creazione di nuovi spettacoli da lui stesso scritti e interpretati: L’Uomo Rivoltato, Jungle Dream, Oh my Girl-histoire de la virilité. Del 2018 è il suo primo romanzo, Provaci ancora Brancusi, selezionato tra i finalisti del concorso IOSCRITTORE. 

Blog del libro: http://silvanobrancusi.blogspot.it/

Pagina FB del libro: https://www.facebook.com/silvanobrancusi/

L’ AUTORE È DISPONIBILE A RILASCIARE INTERVISTE: PER CHI DESIDERA RICEVERE UNA COPIA FISICA O DIGITALE DEL LIBRO PER EVENTUALI APPROFONDIMENTI, PUO’ SEGNALARCELO A QUESTO INDIRIZZO MAIL O AL 3396038451

 

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La Fuoriuscita – Giuseppe Lago

Un romanzo psicologico che affronta in modo particolarmente accurato il tema della psicoterapia e dei suoi eccessi, non rinunciando al piacere di una trama intrigante, a tinte gialle. Giuseppe Lago, consulente per Skytg24, Tgcom e Virgin Radio, ci conduce in un intenso e spiazzante viaggio nel mondo delle emozioni, degli affetti e delle dinamiche interpersonali. 

by Il Taccuino Ufficio Stampa

La fuoriuscita Giuseppe Lago

Titolo: La Fuoriuscita
Autore: Giuseppe Lago
Genere: Psicologico
Casa Editrice: Alpes Italia
Collana: Psicoterapia e Storia
Pagine: 278
Prezzo: 19 euro
Codice ISBN: 978886531-452-4

VIDEO PRESENTAZIONE DE “LA FUORIUSCITA”

Presentato dallo scrittore Giuseppe Lago e dal regista Livio Bordone a Roma presso la libreria Altroquando, il romanzo “La Fuoriuscita” offre un percorso narrativo all’interno del quale emergono le complesse dinamiche che si instaurano tra paziente e psicoterapeuta. L’essenza del racconto risiede nella riflessione su questa importante relazione, e di come essa possa modificare in bene o in male la vita intima e affettiva di chi si sottopone alle sedute. Attraverso le figure antitetiche dei dottori Livio Spada e Adele Lussari, lo scrittore getta luce sulle differenze tra un percorso psicoanalitico incentrato sul benessere e l’equilibrio del paziente, e quello orientato a far emergere esclusivamente la personalità carismatica del terapeuta, divenuto guida spirituale e interessato solo a creare proselitismo e adorazione. Con una prosa impeccabile e argomentativa, ricca di spunti di riflessione, di citazioni letterarie e cinematografiche e di interpretazioni oniriche, Giuseppe Lago restituisce un ritratto estremamente attuale della fragilità umana e del bisogno di appartenere a un gruppo che possa legittimare la propria esistenza. La forza del romanzo sta nel trattare di argomenti di interesse scientifico e psicologico senza disturbare lo scorrimento di una trama appassionante, venata di tinte gialle, e abitata da personaggi complessi in cui ogni lettore può trovare una parte di sé.

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TRAMA. Martha Weber, un’artista di trent’anni, entra nello studio dello psichiatra Livio Spada. Racconta di essere fuoriuscita da un gruppo terapeutico, detto “grande gruppo”, che frequentava da otto anni. Il gruppo è gestito da Adele Lussari, psichiatra affascinante e anticonvenzionale, che ostenta un atteggiamento ribelle nei confronti dell’ambiente scientifico-culturale che la circonda, proponendo il suo metodo alternativo chiamato “psicoscienza”. Le sedute si svolgono a villa Incom, residenza e studio della Lussari. Martha racconta la sua esperienza di seguace della donna, la quale tiene due grandi gruppi con circa cinquanta persone per volta, il venerdì e il sabato. Dal racconto emerge come queste sedute di psicoterapia non siano altro che una maschera per la setta creata dalla Lussari, autoproclamatasi guru carismatico. I seguaci sono costretti ad accettare l’autorità assoluta della loro conduttrice, e ad acquisire nel tempo i tratti della sua personalità, divenendo delle copie e rinunciando al libero arbitrio. La fragilità dei pazienti è terreno fertile per la donna, che riesce a insinuare dubbi, a mettere in crisi una personalità già alterata e a divenire insostituibile per il malcapitato. Il complesso sistema persuasivo e settario è presentato in modo scorrevole e dialogico attraverso il confronto tra vari personaggi che animano la vicenda: in primis Martha e Livio, gli unici a vedere oltre la coltre di fumo che la Lussari ha generato. Martha racconterà di Diego, suo compagno, anche lui coinvolto nel sistema di villa Incom, e poi divenuto l’amante di Adele Lussari, la quale contempla la possibilità di portare il paziente alla guarigione attraverso una relazione che comprenda una fusione di mente e corpo. Livio Spada arriverà a insinuarsi nelle sedute della sedicente psicoterapeuta, e a svolgere direttamente un interessante e trascinante confronto con lei. Anche il figlio di Adele, Ezio, frequenta il “grande gruppo”, e sarà proprio lui, suo malgrado, a smascherare un sistema corrotto, attraverso un episodio violento che metterà in crisi l’opera materna e che farà conoscere al “mondo reale” le contraddizioni del suo metodo. Alla fine non resterà altro che abbandonarsi a uno tsunami, e a fare i conti con i propri errori. 

Giuseppe Lago

BIOGRAFIA. Giuseppe Lago è un medico specializzato in Psichiatria e Psicoterapia breve e integrata. Direttore dell’Istituto Romano di Psicoterapia Psicodinamica Integrata, fondatore e condirettore del periodico semestrale Mente e Cura. Ha pubblicato vari libri tra i quali: Orientamenti diagnostici in Psichiatria e Psicoterapia clinica (2002) Ma.Gi. Roma; La Psicoterapia Psicodinamica Integrata: le basi e il metodo (2006) Alpes Italia, Roma; L’illusione di Mesmer (2014) Castelvecchi, Roma; Compendio di Psicoterapia (2016) Franco Angeli, Milano.

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Intervista a Franco Roselli

Franco Roselli è uno scrittore eclettico. Nella sua lunga carriera ha regalato parole al teatro, alla letteratura e al cinema. Ha lavorato e vissuto in Italia, Francia, Spagna e America, facendo tesoro di esperienze e incontri che hanno arricchito il suo modo di vedere la vita e di creare. Ad attività come ghostwriter, sceneggiatore, regista e autore, affianca il mestiere di scrittore. Nel 2000 pubblica la raccolta di racconti Prima un idiota, per la casa editrice Filippi Editore Venezia, in cui già emergono i temi cari alla sua poetica. Nel 2010 è la volta di Finestre e Porte, libro fotografico edito da Vada Crosby. Nel 2014 esce la sua ultima fatica letteraria, il romanzo Un Buddha in giardino (Joshua Hill) edita da Graphofeel edizioni, una saga famigliare che riesce a sorprendere e a commuovere, raccontando con delicatezza la lotta per la sopravvivenza e la felicità in un mondo di ingiustizie e pregiudizi per chi si percepisce come diverso.

A cura di Antonella Quaglia 

Franco Roselli

«Lei è sceneggiatore, regista, ghostwriter, autore televisivo e scrittore. Quali sono stati i primi approcci alla creatività? Il percorso intrapreso era nei suoi piani o la vita l’ha sorpresa con svolte inaspettate?».

Non ho memoria precisa di quando la scrittura è diventata parte importante della mia vita, ho avuto una infanzia e adolescenza piena di suggestioni letterarie e artistiche, i miei primi regali furono dei libri e una scatola di marionette e un teatrino di legno e cartone. È capitato che incontrassi persone che scrivevano per il cinema e per il teatro, alcuni artisti, altri semplici invisibili che lavoravano all’ombra di registi e sceneggiatori conosciuti. Ho scoperto la mia passione poco a poco, incontro dopo incontro, seguivo gli studi universitari e contemporaneamente rincorrevo il mio sogno di scrivere lavorando per altri; non era previsto un tal percorso, non conosco le istruzioni per un percorso tipo che porti a un lavoro come il mio, io per tanti anni sono stato invisibile, un ghostwriter senza nome nei titoli di coda o nelle schede di produzione. Il mio lavoro ha preso vita nelle opere di altre persone, nelle storie di altre persone, nelle immagini di altre persone. Consegnando i fogli con le pagine della sceneggiatura o le parti di un copione teatrale, io sparivo, le mie parole non erano più mie, anche i personaggi frutto della mia fantasia e ricerca non mi appartenevano più. Avrebbero avuto vita propria sullo schermo, su di un palcoscenico, grazie al soffio creativo di un regista o di un attore.

«Ha avuto la grande fortuna di lavorare con geni del cinema quali François Truffaut e Rainer Werner Fassbinder. Ci racconta una conversazione o un aneddoto che li riguarda, e che ha contribuito alla sua visione della scrittura e dell’esistenza?».

Durante il lungo percorso della mia carriera ci sono stati incontri importanti che hanno segnato, spesso spostato la direzione del cammino, rallentato o accelerato il passo. L’incontro con François Truffaut avvenne per caso, lavoravo per uno degli sceneggiatori che doveva ritrarre alcuni personaggi minori del racconto; lui mi affidò un personaggio femminile, io scrissi parecchie pagine, forse troppe, preso dall’entusiasmo. Sul set, all’alba, il regista mi fece avvicinare e notando il mio terrore sul volto, sorrise. “Un po’ troppo lungo, deve imparare a scrivere l’essenziale, quanto basta a non far annoiare il lettore o lo spettatore, liberi il suo talento denso di passione, sia calmo e leggero. Basta il tempo di una canzone, non vada oltre…”.Questa lezione di stile nella scrittura ha inciso nel mio lavoro e la misura di “UNA CANZONE” è diventata una mia regola nello scrivere. Nel folto gruppo di persone che lavorava con il regista tedesco Fassbinder, io entrai spinto da uno dei suoi musicisti, Peer Raben. Per i primi mesi si trattò di tradurre in corti piani sequenza alcuni passaggi del romanzo Berlin Alexanderplatz. Era un lavoro di precisione nell’appuntare i dettagli dei luoghi, degli ambienti, degli oggetti. Con Rainer gli incontri erano sempre fugaci e io non parlavo una parola di tedesco, ero teso, mi sentivo un oggetto estraneo in una oliata catena di montaggio. I luoghi comuni e i pettegolezzi su Rainer incutevano in me un terrore infantile, e oltre a non parlare tedesco, il mio francese o inglese avvolto dalla mia nervosa balbuzie dava origine a ilarità. Una sera mi arrivò un plico, nella pensione dove vivevo: erano una ventina di pagine in francese di un progetto per un film, Veronika Voss. La storia di un’anziana coppia scampata allo sterminio dei campi di concentramento, che decide di non sopportare più il dolore. Era una breve storia dentro un racconto complesso, la storia di due perdenti, di due sconfitti. Il traduttore in lingua italiana che lavorava per Fassbinder aveva scritto alcune note di suggerimento: “niente drammi, grande dolore, più silenzio che parole, dignità”. Ricordo che iniziai la sera stessa provando un enorme affetto per i due anziani, penso di aver immaginato che quella fosse la storia appartenuta alla mia famiglia. Consegnai il lavoro fatto, ogni tanto incontravo Rainer che entrava o usciva dalle sale di edizione e io evitavo di fermarmi. Passarono due mesi e una mattina mi dissero di andare in una sala di edizione, stavano visionando i giornalieri del film Veronika Voss; nella sala buia oltre a Raben c’era anche Fassbinder. Partì la proiezione e sullo schermo apparvero i due anziani, io scivolai sotto la poltrona dalla vergogna, era solo la prima scena delle dieci che avevo scritto. Si riaccesero le luci, Rainer si alzò, venne verso di me, mi diede la mano, e rivolto a Peer disse alcune parole. “Grazie, buon lavoro, li immaginavo così, fragili, dignitosi, bravo, lei ha aggiunto la tenerezza e la compassione, grazie.” Prima di uscire dalla sala Rainer disse una frase a Raben: “Dovresti andare a scuola di tedesco”.

«Nel romanzo Un Buddha in giardino vi è un’atmosfera di serena lucidità, di abbandono a una visione del mondo libero da dogmi e chiusure mentali e di ricerca di una gioia profonda attraverso il coraggio di affermare la propria unicità. Essere di fede buddhista ha apportato un valore aggiunto al mestiere di inventare storie?».

L’incontro con il buddismo è avvenuto 30 anni fa, io già scrivevo e già avevo la mia personale visione del mondo libero dalle stupidità, che rinchiudono la mente e provocano sofferenze inaudite. Aderire al buddismo è stato un passo semplice e che mi ha rafforzato dentro, mi ha insegnato ad avere un profondo rispetto per ogni esistenza, per ogni vita, ma prima di tutto ha fortificato una mia attitudine, quella di “ascoltare” le storie delle persone. Ciò che racconto sovente nasce dalle storie non sentite per caso ma ascoltate con il cuore. Ogni storia, ogni incontro, anche il più insignificante per me è prezioso, custodisco ogni cosa nella mia memoria aspettando l’occasione e il modo per ridarle vita e dignità. Il buddismo mi ha insegnato la disciplina nel lavoro e ha rafforzato il mio amore per lo studio, la lettura e la scrittura. 

«Nel libro fotografico Finestre e Porte punta l’obiettivo su oggetti che si utilizzano ogni giorno, ma che decontestualizzati acquisiscono una dimensione simbolica. Entrambi possono rimandare all’ignoto e alla chiusura in sé stessi o viceversa alla comunicazione e all’apertura al mondo. Mi ha colpito come in alcune fotografie sia presente la sua immagine riflessa. Vuole raccontarci il motivo che ha originato questo progetto?».

Fotografare per me è un personale modo, anche se lo ammetto non del tutto originale e inconsueto, per raccontare, per scrivere con le immagini. Il progetto e il libro Finestre e Porte è nato dalla raccolta di fotografie che l’editore americano ha scelto tra le mie foto. Sono foto in cui per me è importante osservare l’atmosfera di quei luoghi, oltre a ogni specifica situazione, che sia la porta di un palazzo famoso, di una casa antica, di un museo o di una normale abitazione; mi affascina la funzione: entrare, uscire, attraversare. Ho scelto che fosse la luce a dare energia alla foto. Lo stesso vale per le finestre, raramente ci sono delle persone dietro le finestre, lasciando così la fantasia per immaginare l’oltre. È per caso o per personale civetteria che io appaia nelle trasparenze di alcune delle foto.

«Lei è uno degli autori del programma televisivo Blob, in onda su Rai 3. Un lavoro in cui bisogna essere onnivori, e avere un grande spirito di osservazione. Come riesce a fare ordine nell’universo audiovisivo che ogni giorno esamina? Lo paragonerebbe al lavoro dello scrittore, che cerca un senso nelle immagini e nelle suggestioni della sua mente?».

Lavorare a Blob è un’esperienza massacrante, è un lavoro duro, impegna la mente, il corpo e la memoria. Non si tratta solo di vedere ore e ore di televisione nei tanti canali. Bisogna avere una mente veloce e paziente, non deve sfuggire nulla, anche i dettagli più banali sono utili alla costruzione di una trasmissione che rimarrà unica nel suo genere. Non esiste una trasmissione uguale all’altra, se anche nello stesso giorno i diversi membri della redazione di Blob lavorassero sullo stesso materiale televisivo del giorno precedente, avremmo una trasmissione differente per ognuno dei montaggi dei redattori. Perché il gusto personale, la memoria storica, l’emozione e la fatica sono diverse per ogni persona. Si scrive una storia con le immagini, o meglio, si scrive con frammenti, a volte di pochi secondi, creati da altri. Usiamo i suoni, i volti, il ritmo di racconti tra loro diversi che vengono spappolati e ricomposti per essere altro, un altro racconto, Blob. La disciplina dello scrittore aiuta certamente. I miei quaderni di appunti, o segnalazioni di situazioni televisive sono un dizionario decifrabile solo dagli autori di Blob. Non trovo difficoltà nel metodo artigianale del lavoro, uso sempre penna e carta, piccoli foglietti di appunti sparsi che raccolgo in un unico blocco, fisso le mie intuizioni in piccoli notes, mentre mi dedico a un lavoro letterario o alla scrittura di una sceneggiatura o di un testo teatrale.

«In una sua intervista ho letto che lei ama molto ascoltare e prendere spunto dalle storie e dai gesti di chi incontra. Si immerge nella vita e cerca di raccontarla aprendo “porte” su altri modi di vedere e sentire. In quest’ottica esperienziale, cosa pensa dell’uso dei social network come fonte principale di comunicazione, e in generale della maggiore frequentazione del mondo virtuale rispetto a quello reale?».

Uso i social network per curiosità, non sono un patito della comunicazione virtuale, mi è difficile aprirmi a rapporti che vivono solamente di contatti sulla tastiera di un pc o nelle righe di uno smartphone. Mi annoia il mondo virtuale, mancano i colori, i suoni, gli odori che sono parte essenziale del mio mondo creativo. Preferisco sbadigliare per noia davanti a una persona e chiedere scusa per la mia maleducazione, che chiudere il tablet perché non ho nulla da dire in alcune chat dove si delira. Uso le nuove tecnologie come una persona che prende un taxi per andare da un luogo all’altro. La creatività è frutto di lavoro solitario, di disciplina, di metodo, di lunghe letture e di ascolto della voce vera delle persone. In altre parole, nel mio caso personale, posso affermare che non credo solo all’ “ispirazione creativa”, ma credo soprattutto alla “traspirazione” creativa, al sudore della fatica quotidiana.

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«Nella raccolta di racconti Prima un idiota ricorre un motivo presente anche nel suo romanzo: l’uso dei profumi e dei colori per rendere viva una descrizione o per esprimere un moto dell’anima. Nel primo racconto lei afferma “In fondo le storie della gente sono uguali come percorso, mai come colore, sapore, intensità”. In Un Buddha in giardino spiega come per Selma le tonalità di pelle di diverse etnie le sembrino profumi. Lo stesso passato, nelle azioni di Linette, torna come fosse un profumo perduto. Questa attenzione agli stimoli sensoriali è sempre stata una cifra stilistica del suo lavoro di autore?».

Profumi e suoni sono degli elementi indispensabili nella mia scrittura, la memoria personale è alimentata, protetta da essi. Suoni come la voce umana, il canto, il suono di lingue sconosciute, le variazioni melodiche degli strumenti musicali, degli oggetti e della musica in sé stessa. Io scrivo sempre con la musica accanto, uso il silenzio totale quando devo correggere ed essere spietato nel rileggere ciò che ho scritto. I profumi sono uno stimolo ancora più profondo della musica, forse nasce dal mio passato, dalla mia infanzia: gli odori e i profumi della casa, del collegio, dei primi amori, a volte profumi piacevoli, seducenti, a volte evocativi di sofferenze. Sono sempre stato affascinato dalla presenza dell’aspetto sensoriale in letteratura; ricordo i miei primi turbamenti nel provare delle sensazioni leggendo le pagine di Proust, i suoi dolci e i profumi delle donne, l’aria densa del profumo dei lillà in Guy de Maupassant o Flaubert, l’odore acre del sale e del mare in Joyce, l’odore del pollo fritto e del sudore della schiena dei lavoratori neri nei romanzi di Tony Morrison o James Baldwin. Si impara a scrivere leggendo, ascoltando i suoni, annusando gli odori e i profumi dentro le pagine di questi scrittori.

«Un altro motivo ricorrente nel romanzo è l’uso simbolico della musica. Selma aspetta la canzone che l’avrebbe scossa dentro rivelandole il vero amore. Strange fruit di Billie Holiday diventa la metafora gentile attraverso cui Tony racconta ai figli degli orrori del razzismo. Non, je ne regrette rien di Edith Piaf ha il potere di abbattere il muro di dolore che Henry ha costruito, e quindi di curarlo. Quanto è importante la musica nella sua vita?».

La musica per me non è un espediente simbolico nella scrittura, è parte vitale, vorrei che si potesse ascoltare la musica mentre si leggono le mie pagine. Premetto che vorrei saper leggere la musica e suonare un qualsiasi strumento, ma sono negato per tale capacità. Ammiro chi sa suonare, anzi, invidio chi sa diventare musica suonando, o componendo. Per me tale persona possiede un’anima più estesa degli altri esseri umani. Nel mio lavoro sovente sento che una canzone o un brano musicale appartiene a un personaggio, che è parte della sua anima, e allora la musica diventa parte del suo corpo e del suo linguaggio. La musica per me non è mai un accompagnamento; quando si manifesta le azioni, le parole dei personaggi o ciò che accade attorno a lei diventano secondari.

«In Un Buddha in giardino si percepisce il senso di una responsabilità karmica conseguente alle proprie scelte. I personaggi lottano quotidianamente contro i pregiudizi e lo fanno mettendosi in discussione, cadendo e rialzandosi. Nel romanzo si affrontano temi quali il razzismo, l’omofobia e l’antisemitismo, senza indulgere nell’autocommiserazione ma dando invece una forte lezione di coraggio, di riscatto e di voglia di vivere e amare. In quali dei personaggi, se è successo, ha riversato più di sé stesso?».

Io provo una profonda tenerezza per i perdenti, i secondi in una gara di velocità, gli abbandonati che vivono dietro le quinte, quelli che non osano più perché si sono rassegnati. È facile raccontare i due aspetti delle vite dei protagonisti principali, il buono o il cattivo, spesso bastano pochi segni e poi si deve lasciarli andare verso il destino che gli appartiene, sia nel bene che nel male. Ne Un Buddha in giardino ogni personaggio si è preso una parte della mia anima, delle mie gioie, come delle mie vergogne.

«La famiglia Crosby, protagonista di Un Buddha in giardino, porta con sé una componente magica di cui Linette non è che la materializzazione. Ciò implica che, verso la conclusione del romanzo, tutti i fili delle vite dei personaggi secondari si uniscano grazie agli interventi più o meno consci degli elementi della famiglia. Lei crede nella possibilità che la nostra esistenza sia influenzata da qualche tipo di energia?».

Anche prima di diventare buddista non ho mai pensato al caso, o al fato come motore dell’esistenza umana. Sono convinto che esista una legge fondamentale, quella di causa ed effetto, credo nel karma delle persone come credo che la buddità esista in ogni essere vivente, e insieme a tutto ciò credo che ci siano delle energie e delle relazioni magiche che uniscono passato e futuro in un grande affresco di cui non ho compreso il senso, ma che non mi interessa scoprire. Non ci incontriamo per caso, non ci ignoriamo per caso, non ci amiamo per caso, non ci uccidiamo per caso, non ci ritroviamo per caso. I gradi di separazione tra gli esseri umani sono mistici, alle volte ci spingono a scelte crudeli e a errori, ma ci riservano pure sorprese imprevedibili.

«So che sta lavorando a un nuovo libro fotografico, intitolato My little America. Si può sperare anche in un seguito delle storie della famiglia Crosby?».

Le storie della famiglia Crosby hanno un seguito appena concluso nella fase di scrittura e assemblaggio a cura del mio editor americano. La seconda parte della storia dei Crosby ha dato origine a un romanzo dal titolo provvisorio Il profumo degli occhi. Il mio progetto è quello di unificare i due romanzi in un unico volume, per avere così l’intera saga familiare dei Crosby raccolta sotto un unico titolo (provvisorio) La canzone dei CrosbyMy little America è il progetto fotografico nato per mostrare quella parte dell’America dove vivo, il New England, fotografando la provincia americana con i suoi paesaggi e i resti del passato dei primi coloni che ancora resiste alla “mania del nuovo” degli americani. Nel frattempo ho iniziato un nuovo progetto, un romanzo storico, frutto di anni di ricerche presso le diocesi di Vienna e la Biblioteca Marciana di Venezia, ritrovando i documenti originali e leggendo gli studi di alcuni autori britannici per raccontare, in stile goldoniano, gli ultimi mesi di permanenza a Venezia di un musicista spesso trascurato, Antonio Lucio Vivaldi. Un ritratto della Venezia del 1740, una città in decadenza desiderosa di recuperare gli antichi splendori, e un romanzo storico sugli ultimi mesi di permanenza nella città lagunare del prete rosso, prima della sua misteriosa fuga verso Vienna.

Antonella Quaglia

Intervista a Christian Rovatti

Christian Rovatti è uno scrittore bolognese, edito da Giraldi Editore. È anche un batterista e un insegnante di musica e, se rispondendo al dilemma del Cappellaio Matto: «perché un corvo è simile a uno scrittorio?» diamo come soluzione che entrambi producono note, benché piatte, si può presumere che il ritmo che scorre nel sangue di un batterista è linfa vitale anche per la penna di uno scrittore. Se riesci a pescare il lettore nel mare della storia già dalle prime pagine, molto dipende anche dalla scorrevolezza e dal ritmo della scrittura. Christian Rovatti riesce a coinvolgerti, a farti ballare con lui. E lo ha fatto, per il momento, in due romanzi: Comodo buco addio del 2014 e Corpi estranei del 2016. In questa intervista ci racconta un po’ di quello che vaga nella sua mente.

A cura di Antonella Quaglia.

«Ciao Christian, benvenuto. Domanda lampo per rompere il ghiaccio e raccontare qualcosa di te. Una citazione da un libro che hai letto, una che ti è entrata dentro e non ti abbandona mai». Resto spesso folgorato da un passaggio letto in qualche libro, ma purtroppo ho una pessima memoria e altrettanto spesso me lo scordo. La citazione più di vecchia data che riesco ancora a ricordare è un aforisma di Nietzsche che ho letto da ragazzo e che ho inserito anche nel mio ultimo romanzo; diceva più o meno così: “La tua vita sia un tentativo; il tuo successo o insuccesso una dimostrazione. Ma fai in modo che si sappia che cosa hai voluto tentare e dimostrare”. Un monito d’altri tempi, pieno di passione e magnificenza. Pensare poi che è stato scritto da un uomo che avrebbe finito i suoi giorni in manicomio, prima ancora di sapere quanta influenza avrebbe avuto il suo pensiero sulla cultura del Novecento, mi mette davvero i brividi.

«Il tuo secondo romanzo, Corpi Estranei, è stato paragonato alle opere di Nick Hornby. Fa parte delle tue fonti di ispirazione? Quali sono gli scrittori e i libri che ami?» Non ho mai letto nulla di Hornby, ma so che è un grande appassionato di calcio e di musica; forse è questo suo secondo interesse ad avere suggerito un tale parallelismo, perché anche nei miei due primi romanzi si parla spesso di musica. In realtà non sono un grande lettore. Lo sono stato da ragazzo, però: amavo Baudelaire, Flaubert e Rimbaud, ed ero un vero divoratore dei libri di Hermann Hesse. Leggevo un po’ tutto quello che mi capitava per le mani, a dire la verità: Oscar Wilde, Virginia Woolf, George Orwell, Henry Miller, John Fante, Charles Bukowski, Jack Kerouac, Johann W. Goethe… Poi per un lungo periodo ho letto pochissimo, assorbito da altri interessi. Ultimamente ho ricominciato, ma sono una vera lumaca: posso metterci mesi a finire un romanzo. Tra gli ultimi libri che mi hanno appassionato potrei citare Il Signore delle Mosche di Golding, Stoner di Williams, Il Giocatore di Dostoevskij, L’autobiografia di Malcolm X e Il Piacere di D’Annunzio; se proprio dovessi citare una fonte di ispirazione per il mio ultimo libro, Corpi Estranei, scomoderei proprio quest’ultima lettura, che terminai proprio la sera prima di mettermi a scrivere il mio romanzo. Ma in generale cerco sempre di evitare influenze troppo ingombranti, quando scrivo qualcosa di mio; preferisco concentrarmi totalmente su ciò che voglio dire e su come lo voglio scrivere. Imitare lo stile di qualche altro narratore non rientra nelle mie capacità, né tanto meno nei miei obiettivi.

Corpi estranei

 

«La nostalgia e la musica sono motivi ricorrenti nei tuoi romanzi. Nelle tue storie parli di rimpianto per un amore perduto, per una identità perduta, per delle occasioni mancate, e lo fai mettendo sempre dei brani musicali di sottofondo. Crei una lettura stratificata, che coinvolge più del senso della vista. Una scelta stilistica o semplicemente una diretta conseguenza del tuo essere musicista e scrittore?» Se non suonassi resterei comunque un grande appassionato di musica, perché trovo che l’espressione musicale sia un mezzo potentissimo per veicolare non solo idee e concetti, ma soprattutto emozioni. La capacità evocativa di un verso poetico viene amplificata in modo esponenziale se anziché essere solo recitato esso viene cantato, o catalizzato in qualche modo da un accompagnamento musicale; lo sapevano bene anche gli antichi Greci, da cui tutta la metrica classica prende origine. Il ruolo che certe canzoni hanno ricoperto nella mia crescita personale è incalcolabile, e travalica ogni insegnamento scolastico. Sono stato molto fortunato, in questo senso, perché ho vissuto la mia adolescenza negli anni novanta, un’epoca in cui la musica era ancora in grado di aggregare le persone in una grande famiglia, trasmettendo valori e regalando emozioni autentiche. Basta confrontare la top ten di oggi con quelle di quegli anni, per dedurre che forse i ragazzi di quest’epoca non sono stati altrettanto fortunati, ma è una considerazione del tutto personale (forse sto solo invecchiando). È per questa ragione che, scrivendo i miei primi due libri, mi sono trovato spesso a considerare una citazione musicale il modo più efficace per fare pervenire al lettore l’emozione precisa che volevo trasmettergli: laddove la parola in sé non riesce, la musica può arrivare. Ora però vorrei liberarmi di questo espediente, e nel mio terzo lavoro sto cercando di evitare accuratamente ogni “scorciatoia emotiva” che la musica potrebbe fornirmi, demandando alle mie sole capacità narrative l’arduo compito di suscitare le sensazioni che intendo evocare.

«Il tuo primo romanzo, Comodo Buco Addio, prende spunto dai diari in cui raccontavi delle inquietudini della tua adolescenza. In Corpi Estranei ritroviamo ancora il tema dell’angoscia esistenziale, vista con gli occhi di un adulto. Mettendo nero su bianco una parte così intima di te, pensi che la scrittura ti abbia salvato?» Risposta numero uno: magari ci fosse riuscita, risparmierei molti soldi in alcool e psicoterapia. Risposta numero due: per poterlo affermare dovrei prima sapere che fine avrei fatto se non avessi deciso di cominciare a scrivere… In realtà non credo che esista una vera salvezza, ma solo un tentativo di restare a galla in attesa del grande vortice finale, che presto o tardi finirà per risucchiarci tutti negli abissi dell’ignoto. Può sembrare pessimista, ma è la realtà, e scrivere non salverà di certo nessuno né da questo destino né dall’inquietudine che questa inevitabile prospettiva può infondere. Però, trovarsi da soli davanti a una pagina bianca può avere una grande funzione liberatoria: può regalare la sensazione che la nostra breve esistenza su questa Terra abbia un senso profondo e permanente, elevandoci al di sopra della mera sopravvivenza. Qualcuno ha detto che ci sono tre modi per diventare immortali: fare un figlio, piantare un albero, o scrivere un libro. Per ora non ho figli, e non so se pianterò mai un albero, ma intanto sto cercando di scrivere libri, non si sa mai… Di certo, immergermi nella scrittura mi dà una certa soddisfazione e a tratti mi fa stare bene: questo basta e avanza. Tutti dovrebbero provare a farlo, ogni tanto; in una società che impone l’ipocrisia come abilità imprescindibile per conquistarsi la sopravvivenza, scrivere è di certo uno dei metodi più efficaci per restare in contatto con se stessi, evitando di immedesimarsi troppo in quella maschera che si è spesso costretti ad indossare nella vita cosiddetta adulta. In questo senso, forse, può davvero salvarci: non dall’angoscia, che in una qualche misura è probabilmente una componente inalienabile dell’esistenza umana, ma dal profondo disagio che questa angoscia può procurarci se non le diamo ascolto e se non individuiamo un canale attraverso il quale permetterle di fluire dall’interno verso l’esterno; proprio come una penna di tanto in tanto deve lasciare riversare il proprio inchiostro su un foglio di carta se non vuole che si secchi, inceppando la sua sfera.

Comodo buco addio

«Raccontaci delle tue abitudini nella scrittura. In che luogo preferisci scrivere? Ascolti della musica, che poi inserisci nei tuoi romanzi, per ispirarti? Fai leggere ciò che scrivi a una o più persone fidate, o ti chiudi nella solitudine dello scrittore?» Scrivo nei ritagli di tempo, solitamente di sera. Ho la mia piccola postazione: una scrivania, un pc, una stampante e una piccola abat-jour rossa. Scrivo possibilmente in silenzio, spesso in compagnia di una birra, o di un bicchiere di rum. Ogni poche righe mi alzo e faccio lunghi giri per la casa parlando da solo, in cerca magari di un termine più calzante, o di una frase più fluida. Capita però che mi prenda una gran voglia di scrivere nei momenti meno opportuni, magari mentre sono alla guida, o quando sono impegnato in altre faccende; in tal caso mi segno qualche idea sul bloc-notes del cellulare, ripromettendomi di elaborarla quando ne avrò l’opportunità (cosa che poi spesso non accade). Ho il telefono pieno zeppo di queste brevi annotazioni, che dimostrano quanto sia difficile fare coincidere i momenti prolifici con quelli effettivamente liberi e produttivi. In fase di revisione sì, chiedo una mano a qualche malcapitato per aiutarmi a scovare errori e ricevere una prima impressione del manoscritto; solitamente sono persone che mi sono vicine e di cui mi fido, anche a livello tecnico. Una di esse è Francesco Cunsolo, un amico che ha già scritto una splendida prefazione al mio primo libro, e che spero vorrà curare anche quella della mia prossima (mi auguro) pubblicazione.

«In Corpi Estranei racconti della crisi di Ivan, un trentenne in fase di transizione. È un uomo anestetizzato dalla routine e da un’ideale di vita borghese, che si chiede se sia in pace con le scelte che ha fatto nella vita. Ivan si trova faccia a faccia con lo spettro del «E se…». È successo anche a te, quando hai scelto di scrivere, dopo una vita dedicata alla musica? Ti sei voluto aprire un possibilità che, forse per paura, non avevi considerato?» Il mio primo libro è in realtà una sorta di diario che avevo scritto nel 1996, quando avevo diciassette anni, cui sin dal principio avevo tentato di dare un taglio romanzato, forse per allontanare dalla realtà le spiacevoli vicende che mi stavano accadendo. Poco dopo averlo concluso, lessi Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di Enrico Brizzi. Mi piacque, ma al tempo stesso mi scoraggiò, perché assomigliava molto, se non altro per stile, ambientazione e tematiche, al mio manoscritto. Nel frattempo la mia vita, proprio a causa delle vicissitudini narrate in quel racconto, era cambiata drasticamente, e cercare di pubblicare un libro diventò l’ultima delle mie priorità. Fu un periodo molto intenso, ricco di stravolgimenti, pieno di energie, di nuove amicizie e di emozioni. Fu in quegli anni che decisi di concentrarmi sulla musica: studiavo dalle quattro alle sei ore al giorno, poi andavo alle prove, o a suonare da qualche parte. Molti anni più tardi, durante alcune faccende domestiche, mi è capitato di ritrovare quella vecchia bozza scritta a mano in una carpetta che non ricordavo neanche più di avere in casa, e rileggendola mi si è acceso il desiderio di dare finalmente voce a quell’antico urlo adolescenziale. Ricopiai il testo sul mio pc, aggiustandolo un po’, e lo inviai a diverse case editrici. Se la Giraldi non mi avesse risposto, dichiarandosi intenzionata a pubblicarlo, probabilmente la mia parentesi da scrittore emergente si sarebbe chiusa prima ancora di aprirsi. Trovare un canale editoriale che credeva in me mi ha spinto a risuscitare una passione che evidentemente non si era mai spenta del tutto, e ora eccomi qua… Che poi questo sia stato un bene o un male non saprei dirlo: già faccio uno dei mestieri più precari e peggio retribuiti che si possano svolgere in Italia, ossia il musicista; ora che mi sono messo pure a scrivere non saprei proprio immaginarmi un quadro professionale più disastroso. Ma è così che è andata, e con gli “E se…” si potranno anche scrivere un paio di libri, ma di certo non la vita.

«Che significa per te vivere a Bologna, città che fa da sfondo a entrambi i tuoi romanzi?» Non saprei dire con esattezza cosa significhi vivere a Bologna, poiché sono nato e cresciuto qui e non ho alcun raffronto con quella che avrebbe potuto essere la mia vita abitando altrove. Posso dire che di Bologna mi piace molto lo slang, quel modo di parlare che se vieni da fuori non puoi comprendere senza qualcuno del posto che ti faccia da traduttore simultaneo. Una lingua vivace non può che rappresentare un popolo vivace, e per certi aspetti i bolognesi sono effettivamente persone piacevoli e dalla mentalità aperta, se non altro paragonati agli abitanti di altre città del nord delle dimensioni di Bologna. Per altri versi, però, ciascun bolognese nasconde un animo irremovibilmente borghese e provinciale, ben rappresentato dalla classe politica che da tempo immemore amministra la città. I miei romanzi sono ambientati a Bologna soltanto perché è qui che abito ed è questa la dimensione che ho avuto modo di conoscere meglio. Mi piace partire dalla realtà, quando scrivo, e ambientare un mio racconto in un posto che non conosco profondamente quanto la mia città natale, mi sarebbe risultato un po’ artificioso, sebbene non creda che avrebbe alterato così significativamente le tematiche e le idee di fondo che emergono dai miei scritti; a ben vedere, come si dice, tutto il mondo è paese.

«Il romanzo Corpi Estranei è, a mio parere, il ‘diario di un’inadeguatezza’ in cui si intravede una delle più grandi paure dell’uomo contemporaneo: essere un perdente. Si è pronti a calpestare i propri ideali e i propri sogni per non esserlo, spesso diventando la versione peggiore di se stessi. È quello che è accaduto a Ivan, o a te?» Non è accaduto del tutto né a Ivan né a me. Ma il prezzo da pagare è molto alto in entrambi i casi. Ivan resta intrappolato in un disagio che non ha la forza di contrastare, alla ricerca disperata di un filo di Arianna che lo aiuti a trovare la strada per uscire dal labirinto della sua desolata perdizione. Forse lo trova, forse no. Ma lui è solo un personaggio di carta. Nella vita reale, certi smarrimenti hanno talvolta esiti drammatici e molte persone, da adulte, si ritrovano a essere qualcosa di molto diverso da ciò che in gioventù avrebbero voluto diventare. Forse questo processo fa parte della crescita e della maturazione di un individuo, o forse è solo una triste degenerazione di tutti quegli ideali giovanili che alla prova dei fatti si rivelano incompatibili con i modelli di sopravvivenza che questa società, nel bene o nel male, impone. Come diceva il buon vecchio Aristotele: “l’uomo è un animale sociale” ed è impensabile che possa sfuggire all’influenza dell’ambiente che lo circonda. La grande magia di questa epoca è che, instillando in ogni singolo individuo il terrore di essere un perdente, e di trovarsi in quanto tale escluso dalla società, ha creato in realtà una massa di perdenti, eleggendo la mediocrità come rassicurante parametro di finta fratellanza e reciproca complicità. Se siamo tutti dei mediocri e dei perdenti, il vero escluso è chi cerca di emergere e di distinguersi. Questo processo, catalizzato in particolar modo dai social media e dai talent show, ha reso molto meno problematica la rinuncia ai propri sogni e l’abdicazione ai propri ideali, rendendole persino alla moda. In un mondo di zoppi, il vero storpio è chi cerca di camminare normalmente. Al di là di queste considerazioni di carattere generale, posso dire che, alla soglia dei quarant’anni, poche cose della mia vita hanno seguito il corso che speravo. E l’insoddisfazione ha un sapore molto più amaro, quando si diventa adulti; finché si è ragazzi si guarda avanti e si confida nel futuro, poi a un certo punto ti accorgi che il tempo a tua disposizione per aggiustare certe cose si sta riducendo, e da predatore cominci a sentirti preda. Non corri più per raggiungere qualcosa, ma per fuggire: fuggire dalla paura di avere giocato male le tue carte, paura di avere puntato sul cavallo sbagliato, paura di cadere e non riuscire più a rialzarti, paura di non essere all’altezza delle tue stesse aspettative, paura di non avere più il tempo e le risorse per trovare una via di fuga alternativa. Puoi continuare a credere in te stesso fino a un certo punto, ma quando ti rendi conto che più corri e più il traguardo si allontana, il rischio di crollare sotto il peso di un’invincibile frustrazione è molto concreto.

«Sei un musicista e uno scrittore. Hai altri sogni nel cassetto?» Trovarmi un lavoro serio? Oppure imparare a dare il massimo in quello che già faccio, senza farmi ostacolare dall’insicurezza, dalla paura di fallire, dal timore del giudizio degli altri, e da tutte le altre insidie caratteriali con cui spesso mi trovo a fare i conti. L’unica alternativa sarebbe scappare… dove, a fare che, e con quali soldi non lo so, ma lasciatemi sognare. Andrei a vivere in un posto lontano dalla città, magari vicino al mare, circondato dagli animali. Gli animali non si fanno cambiare dalle epoche in cui vivono. Un gatto era un gatto anche nell’antico Egitto, e sarà sempre un gatto. Le sue esigenze non cambiano, la sua anima è inaccessibile, inalterabile. Dagli animali c’è molto da imparare. Quando tutto intorno ci appare falso, corrotto e snaturato, guardare un cane negli occhi può aiutarci a ritrovare il senso arcaico e immutabile della vita, quel punto zero da cui un giorno l’umanità sarà costretta a ripartire.

Rovatti
Christian Rovatti

«Jennifer Egan ne Il tempo è un bastardo scrive del passare del tempo, della paura di crescere e fallire, e anche nel suo romanzo la musica è parte integrante della trama. Come reagisci al passare del tempo? Pensi anche tu che sia un bastardo?». Sì. Il tempo è come la madre: ti dà la vita e al tempo stesso ti condanna a morte. Ma al contrario della madre non muore mai; ti consuma, ti seppellisce e si dimentica di te, proseguendo beffardo il suo corso eterno. Credo però che, come dice Seneca, l’uomo abbia in qualche modo la possibilità di imparare a gestirsi la fugacità della sua vita, sfruttando al meglio il tempo che gli è concesso. Di un nemico troppo potente si dice: “Se non puoi sconfiggerlo, fattelo amico”. Quale nemico è più potente del tempo? E quale alleato è più prezioso di lui? Da batterista, poi, il tempo è di certo un problema che non posso ignorare; però posso imparare a giocarci, nella musica come nella vita. Anche i cani più aggressivi diventano dei cuccioloni mansueti, se impari a giocarci. E non dimentichiamoci che il tempo, per quanto bastardo sia, aggiusta tutto: appiana i problemi, guarisce le ferite, perdona i peccati, dimentica gli errori, lenisce il dolore, e talvolta dona anche belle sorprese. Come si fa a non amarlo? Proprio come una madre.

«So che stai scrivendo un nuovo romanzo. Puoi darci qualche dettaglio? Stai esplorando nuove strade?» I miei primi due romanzi, seppure diversi tra loro da tanti punti di vista, hanno in comune alcuni tratti distintivi, come l’utilizzo frequente della citazione, la tematica della musica, l’ambientazione strettamente territoriale e il linguaggio diretto e colorito dei dialoghi (spesso in netto contrasto con lo stile volutamente sobrio e introspettivo della narrazione). Nel terzo romanzo sto cercando di affrancarmi da questi cliché, concentrandomi maggiormente sulla tessitura di una trama uniforme e priva di riferimenti culturali e spazio-temporali precisi. Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che possa risultare attuale e coinvolgente anche a un lettore di un’altra epoca e di un’altra città. Non so se ce la farò, ma almeno in questo racconto sto elaborando un vero e proprio plot, che negli altri due romanzi, molto focalizzati sull’interiorità emotiva del protagonista, mancava quasi del tutto. Di certo sarà un romanzo più lungo degli altri e, sebbene ne abbia già scritto più di duecento pagine, non ho la minima idea, io per primo, di come andrà a finire. Quando scrivo arrivo sempre a un punto in cui il racconto acquista una vita propria, e da lì in poi non so più che direzione prenderà; se voglio scoprirlo posso solo continuare a scrivere e stare a guardare cosa succede.

a cura di Antonella Quaglia