Il Taccuino: tanti nuovi libri in arrivo

Bentornati

Anche se chi lavora in un ufficio stampa in ferie non ci va praticamente mai….bentornati dalle ferie estive, amici del Taccuino! Si preannuncia infatti una grande ed intensa stagione letteraria ricca di novità. Tanti interessanti scrittori e libri da diffondere e da scoprire insieme mese per mese.

Non solo: tantissimi nuovi magazine, programmi radiofonici, caffé letterari, riviste cartacee, bloggers & book-bloggers, conduttori, contenutisti si sono uniti alla sempre più corpulenta lista di media-partners e collaboratori del nostro ufficio stampa. Vi ricordiamo infine che questo blog non si occupa solo esclusivamente degli autori del Taccuino Ufficio Stampa Bologna ma anche di tecniche di diffusione, consigli promozionali, blogging,social-media management, interviste a blogger book-blogger, autori emergenti e non, concorsi ed eventi letterari degni di nota.

Il Taccuino Ufficio Stampa

Per proporci idee, collaborazioni, libri da leggere potete scriverci al nostro indirizzo mail iltaccuinoufficiostampa@gmail.com

 

LE PROPOSTE DI SETTEMBRE. A cura del Taccuino Ufficio Stampa

zanzara muta

La zanzara muta di Gianfranco Spinazzi. La zanzara muta mette in scena un incontro/scontro tra due anziani arrabbiati con sé stessi e con la vita. Il romanzo è diviso in due parti in cui si analizzano i pensieri e i ricordi dei due protagonisti, mentre si racconta del loro improbabile rapporto nato nell’inganno e nella violenza e poi sfociato nella necessità di comprendere e di condividere. Tra piccoli e illogici squarci di vita ed elucubrazioni al limite della follia e della paranoia, Gianfranco Spinazzi riesce a regalare alla fase della senilità una prospettiva nuova, in cui si ha la sensazione che non tutto è perduto, e che il cambiamento può avvenire anche dentro chi ha troppe rughe in volto e troppi dolori nelle ossa. Un romanzo intelligente e ironico, una lucida riflessione sulla solitudine e sui dolori e rimpianti che la vecchiaia porta con sé, ma anche un’originale storia in cui a farsi protagonista è la mente con le sue molteplici e talvolta paradossali sfumature.

Titolo: La zanzara muta
Autore: Gianfranco Spinazzi
Genere: Drammatico
Casa Editrice: Tragopano Edizioni
Pagine: 169
Codice ISBN: 978-88-99396-02-2

«[…] Il tarlo cervellotico del settantenne non concedeva tregua ai dubbi e ai tormenti. La congestione di immaginario e reale affossava ogni tentativo di mediazione razionale. Quando si trattava di frenare gli ingorghi dei pensieri, era difficile per lui operare tagli e distanze, cedeva alla libertà che avrebbe dovuto conciliarlo con sé stesso».

TRAMA. Due vecchi si incontrano in un bar veneziano gestito da un nano che si veste in stile “belle époque”. Stabiliscono di incontrarsi a casa di uno dei due per approfondire il comune interesse per gli alianti, e qui, a visita avvenuta, il padrone di casa aggredisce l’invitato colpendolo alla testa. Non si tratta di un colpo mortale. I due si fronteggiano in un serrato dialogo in cui affiorano ricordi, amarezze e squarci dell’infanzia perduta. I toni sono spesso concitati ed enigmatici, soprattutto da parte del padrone di casa, un uomo incattivito dalla solitudine e preda di idiosincrasie. Nella seconda parte del romanzo si inquadra la figura dell’aggredito, con i suoi dolori e il suo bisogno di comprendere le proprie scelte di vita. E sarà proprio il confronto con questo semi sconosciuto, un confronto prima subìto e poi cercato, che porterà l’uomo a ripercorrere la propria vita, e ad analizzare la complessità della natura umana.

 Siamo solo piatti spaiati

Siamo solo piatti spaiati di Alessandro Curti. Siamo solo piatti spaiati è la storia di Davide, un giovane che si trova a fare i conti con i propri errori, lontano da casa e dalla sicurezza della famiglia. Il romanzo racconta il mondo degli adolescenti attraverso il filtro del loro sguardo fresco e onesto sul mondo, e di come sia spesso difficile per loro fidarsi e confrontarsi con gli adulti. Dopo Padri imperfetti e Mai più sole, due romanzi di Alessandro Curti che parlano della complessità del ruolo di genitori in questi tempi difficili per le relazioni umane, e Sette note per dirlo, scritto a quattro mani con Cinzia Tocci, in cui troviamo per la prima volta Davide proprio nel momento che cambierà il corso della sua vita e darà il via al quarto libro, il cerchio si chiude con Siamo solo piatti spaiati, in cui a essere analizzato è il comportamento dei figli e il loro percorso di crescita verso l’età adulta. Con gli occhi esperti di un educatore di professione, Andrea, che ritroviamo in tutti i libri di Curti, lo scrittore osserva le fragili dinamiche di relazione che il protagonista intrattiene con i suoi cari, con il mondo circostante e con se stesso.

Titolo: Siamo solo piatti spaiati
Autore: Alessandro Curti
Genere: Narrativa contemporanea
Casa Editrice: C1V Edizioni
Pagine: 250
Codice ISBN: 978-8898295579

«[…] Nulla mi sembrava più lontano dalla mia vita, dal mio mondo. Ho avuto paura. Paura di perdere tutto. Di entrare in un tunnel senza ritorno. Di vivere un incubo dal quale non mi sarei mai risvegliato in un continuo loop di sofferenza. Mi sentivo pizzicare alla base del collo, come se mi avessero infilato uno spillone vudù e lo avessero lasciato lì. A marcire». 

TRAMA. Davide conduce una normale adolescenza come tanti suoi coetanei: frequenta il liceo, si diverte con gli amici e discute con i genitori, fino a quando un evento non calcolato stravolge la sua vita e lo trasporta in un mondo a lui sconosciuto. Qui incontra ragazzi molto diversi da lui e adulti di cui non si fida. Tranne Andrea, per il quale nutre una sorta di amore-odio, perché risveglia in lui riflessioni e pensieri che mai si sarebbe aspettato e che lo confondono e lo mettono in crisi. Il viaggio che intraprenderà lo cambierà in modo indelebile, restituendo al suo vecchio mondo un nuovo Davide, più consapevole di se stesso e della realtà che lo circonda.

 

Incantesimi nelle vie della memoriaIncantesimi nelle vie della memoria di Giuseppe Gallato. Incantesimi nelle vie della memoria è una originale raccolta di dieci racconti di genere fantastico. Il tema dell’onirismo e delle sue diverse manifestazioni è trattato in storie fantasy e fantascientifiche con un approccio filosofico e attento a restituire trame intriganti e ricche d’azione. Alla raccolta non manca una vena horror e una predilezione per temi inquietanti quali i condizionamenti psicologici, le incursioni dal mondo dell’aldilà e le lotte contro mostri emersi dallo stesso inconscio dei protagonisti. Giuseppe Gallato ha uno stile molto personale e complesso, e la sua prosa scorre veloce e attrae anche chi non è appassionato del genere fantasy e sci-fi, per le profonde e interessanti tematiche trattate e per le sue raffinate capacità narrative.

Titolo: Incantesimi nelle vie della memoria
Autore: Giuseppe Gallato
Genere: Raccolta di racconti
Casa Editrice: Caravaggio Editore
Pagine: 152
Codice ISBN: 978-88-95437-79-8

«[…] Siamo anime in costante divenire, fatte di sangue e memoria. Siamo un ineffabile viaggio, immerso nell’eterno Etere del tempo. Siamo il frutto delle passioni, dei desideri e delle volontà che al rintocco di ogni alba lottano contro un passato, un presente e un futuro che non ci appartengono. Siamo la mera illusione di un tempo senza tempo non estraneo alla morte, che annichilisce la dimensione dell’io, e al contempo ricrea in noi l’ambizione dell’ordine, nel suo perpetuo mutare».

TRAMA. Incantesimi nelle vie della memoria è una raccolta di racconti di genere fantasy e sci-fi che tratta del tema del sogno e del suo rapporto con la realtà materiale. I dieci racconti di cui è composta la raccolta sono ambientati in mondi immaginari e in scenari futuribili, i personaggi a volte ritornano nelle varie storie con ruoli diversi e il nucleo centrale della narrazione, l’onirismo in tutte le sue manifestazioni, è trattato prendendo spunto non solo dai generi di appartenenza ma anche dall’horror e dal noir. Il risultato è un’opera omogenea e ben articolata, in cui perdersi ed emozionarsi e anche spaventarsi. Il tutto percorso da interessanti riflessioni filosofiche che soddisfano anche i lettori più raffinati.

 

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Intervista a Valentina Farinaccio

Valentina Farinaccio: scrittrice, giornalista e critico musicale molisana. Le poche cose certe (Mondadori, 2018) è il suo secondo romanzo, una storia intima e struggente del vuoto che una persona può creare dentro di sé, a volte tanto grande da inglobare e annullare un’intera esistenza.

Esordisce nella narrativa nel 2016 con il romanzo La strada del ritorno è sempre più corta, edito da Mondadori e vincitore del premio “Rapallo Carige Opera Prima”, del premio “Edoardo Kihlgren Opera Prima” e del premio “Adotta un esordiente”. Come esperta di musica è coautrice del libro-intervista La sindrome di Bollani (Vanni editore, 2009) e di Yesterday. Storia di una canzone (Arcana, 2015). 

valentina farinaccio

A cura del Taccuino Ufficio Stampa

«Il tuo primo romanzo La strada del ritorno è sempre più corta parla di assenza e di perdita, ma non lo fa con amarezza. La tematica del lutto e della sua elaborazione è molto frequentata in letteratura, ma tu le hai dato una luce nuova, ironica, a tratti gioiosa. Nel tuo secondo romanzo Le poche cose certe l’assenza non riguarda la perdita di una persona amata ma il senso di vuoto per un’esistenza mai veramente vissuta. È solo una mia impressione, o le due opere hanno davvero un filo conduttore?». Il filo conduttore è probabilmente la paura, che è spesso paura di dirsi la verità. Nel mio primo romanzo, le tre protagoniste passano buona parte della vita a fare finta di niente, a nascondere goffamente il dolore sotto al tappeto, per paura di soffrire. E Arturo, pure, il protagonista de Le poche cose certe, ha paura di crescere, paura di andarsi a prendere quello che vuole, paura di tirarsi fuori da quel male di vivere un poco infantile che sta diventando quasi un rifugio. Ha paura, Arturo, di prendersi la responsabilità della sua vita e, soprattutto, della sua felicità.

«Non è la prima volta che intervisto uno scrittore che per mestiere si occupa anche di musica. Molti musicisti trovano nella pagina bianca e nell’intimità di una stanza silenziosa un bilanciamento al meraviglioso “rumore” che riempie le loro esistenze professionali. Come critico musicale e come scrittrice avrai la vita invasa da suoni e parole. Quando e come sono nate queste due grandi passioni, e quanto si influenzano reciprocamente?». Da molti anni, ormai, il mestiere di critico musicale l’ho messo da parte per dedicarmi alla scrittura soltanto. Resta la passione per la musica, però, che quando ero piccola mi faceva passare ore e ore con i libretti dei cd in mano, per imparare i testi. Mi sarebbe piaciuto molto imparare a suonare uno strumento: ho provato con la chitarra, poi con il trombone, ma ho capito che no, non faceva per me. La delusione, come nel più classico dei cliché, mi ha allora spinto a unire la scrittura (la mia prima e più grande passione) alla musica. “Scriverò di musica”, mi sono detta a un certo punto. Ho seguito una scuola di giornalismo musicale, ho studiato molto, e per un po’ l’ho fatto per mestiere. Poi, da quando ho cominciato a scrivere romanzi, mi sono accorta che non scrivo più di musica, è vero, ma scrivo sempre con la musica. E di musica, infatti, sono piene le storie che racconto, inclusa quest’ultima.

«Il protagonista Arturo di Le poche cose certe è un quarantenne tormentato da mille paure. Ma più di tutto ha paura di sé stesso, delle scelte che non sa fare e degli anni vuoti dietro e di fronte a lui. È un personaggio talmente reale che a volte spunta fuori dalla pagina e mostra al lettore le sue ferite, la maggior parte delle quali sono autoinflitte. È una storia, quella di Arturo, che non si dimentica. Parlaci di lui, della sua creazione, e di ciò che ti ha ispirata per delinearlo». Ho scritto Arturo rubando pezzi di tante persone che ho incontrato, nell’ultimo periodo della mia vita. Arturo, come me, fa parte di una generazione (quella dei quarantenni di oggi) che è precaria da tutti i punti di vista: lavorativi, sentimentali, pratici. Una generazione che può permettersi un mutuo, soltanto se i genitori ci mettono la firma. Una generazione che non riesce a emanciparsi dalla condizione eterna, e un po’ ridicola, di “giovani”: veniamo trattati come tali, dal mondo degli adulti, ma intanto gli adulti siamo diventati noi, e forse dovremmo cominciare ad averne la consapevolezza. Ho scritto Arturo, allora: un uomo che indugia, arriva tardi, fa i capricci, sta male anche quando non dovrebbe, e che congela tutto quello che prova, per paura che poi lo faccia soffrire.

«Qual è stato il tuo percorso per diventare scrittrice? È una dote innata o hai frequentato una scuola o dei corsi specializzati?». Non ho mai frequentato scuole di scrittura, ma ho scritto sempre, e sempre di più. Dalle scuole medie in poi ho capito che quella cosa mi rendeva felice. Mi permetteva di infilarmi nel mondo che volevo, tutte le volte che volevo. Con il tempo, poi, è diventata necessità, urgenza, e anche, ci tengo a specificarlo ogni volta, perché scrivere è molto faticoso, disciplina.

Le poche cose certe di Valentina Farinaccio

«Ho trovato molto interessante l’idea di ambientare una buona parte del romanzo su un tram, in due differenti momenti della vita di Arturo. Tutto ciò che gli accade in questo spazio ristretto è la metafora della vita: c’è chi sale e chi scende e mai più si vedrà, ci sono scossoni e imprevisti, e sensi di colpa per essere seduto in un posto che un altro merita di più. E alla fine c’è la scelta – o l’obbligo – di scendere, e fa paura. Arturo incarna quest’angoscia del futuro e del cambiamento “la voglia di perdere per paura di prendere”. È questo un ruolo importante della letteratura, mostrare le fragilità e i timori dell’essere umano?». Ho scelto di ambientare questo romanzo su un tram perché è un mezzo di trasporto lentissimo e con una strada imposta dai binari. Questa lentezza e i binari costringeranno Arturo a riflettere, a resistere, a osservare gli altri cercando, così, di capire meglio sé stesso e quello che sta cercando, fermata dopo fermata, di diventare. Certe volte le nostre gambe non bastano, ci tremano troppo, e allora abbiamo bisogno di un aiuto, per trovare il coraggio di andare. Ecco, l’aiuto che ho voluto dare, ad Arturo, è stato questo tram che fa la strada al posto suo.

«Da esperta di musica, puoi consigliare una colonna sonora da tenere di sottofondo mentre si legge Le poche cose certe? Hai ascoltato qualcosa in particolare per ispirarti nella stesura del romanzo?». L’esergo di questo romanzo è di Giovanni Truppi, un cantautore bravissimo e, a mio avviso, necessario per l’attuale panorama musicale italiano. Capace di scrivere canzoni di rara bellezza. Il mio romanzo è pieno della sua musica, per cominciare. C’è poi Atlantide, il capolavoro di Francesco De Gregori, a cui la protagonista di questo romanzo, la donna che Arturo sta andando a incontrare all’inizio della storia, deve il suo nome. C’è anche Anna e Marco di Lucio Dalla, a un certo punto: perché trovo che sia bellissima, e che sia un romanzo bonsai, quella canzone. Racconta due vite, e lo fa con una poesia inarrivabile.

«La paura di agire in Le poche cose certe è palpabile, la si può vivere insieme ad Arturo, che rimane immobile, come certi animali che fingono di essere morti di fronte a un predatore. Per Arturo il predatore è la vita stessa. La figura del padre, per quanto compaia poche volte, è una guida nella sua incerta esistenza. È lui a dirgli: “Vai tranquillo, che i topi non esistono”. Una frase che acquista un senso oltre il significato letterale, se si conosce il romanzo. Anche in La strada del ritorno è sempre più corta il padre di Vera, pur se nella sua assenza, è una ispirazione per la figlia. Come riesci nel difficile compito di creare personaggi secondari che in poche scene riescono a riempire lo spazio con tanta sostanza?». Cerco semplicemente di osservare molto, e di osservare tutti. La nostra vita è piena di persone che sono di passaggio, e di altre che, invece, in pochi gesti, e con poche parole, sanno farsi indispensabili. Si tratta solo di riconoscerle, e di prendersene cura.

«Le poche cose certe è raccontato con la leggerezza di una scrittura poetica e la brutalità di una prosa onesta e diretta. Il tuo è uno stile molto personale, riconoscibile. Hai degli autori a cui ti ispiri, e che ti hanno indicato la strada da seguire?». Sono una lettrice molto disordinata, ma ho dei libri che mi hanno di certo segnato. La storia e L’isola di Arturo di Elsa Morante, per esempio, ma anche La noia, Agostino e La ciociara di Moravia, o La bella estate e Il mestiere di vivere di Pavese, o l’opera di Jane Austen, e quella di Carver, e Il giovane Holden, che è banale, lo so, ma è stato il primo libro che ho voluto rileggere daccapo, una volta finito. E Buzzati: da quando ho incontrato Un amore, di Dino Buzzati io leggo tutto con occhi diversi.

«Hai mai pensato di scrivere un romanzo ambientato nel mondo della musica?». Onestamente no. Ma non è detto che non possa essere un’idea per il futuro.

«In Le poche cose certe scrivi: “Perché nulla è certo, nella vita. Solo una cosa: che tra un’isola e l’altra c’è sempre il mare”. La donna idealizzata da Arturo, Atlantide, condivide il nome con l’isola leggendaria di Platone. Anche lei per Arturo diventa mitologia, con un finale amaro, di perdita. Quali sono le poche cose certe nella tua vita?». La cosa certa è una: che bisogna muoversi, fare, rischiare. Siamo gli unici responsabili della nostra vita, di quello che abbiamo come di quello che non abbiamo.

«Cosa fa secondo te di Le piccole cose certe un romanzo che vale la pena leggere?». No, a questa domanda non posso rispondere. De Le poche cose certe io so soltanto che era per me necessario scriverlo.

«Qual è l’aspetto che più ami dello scrivere e dell’essere una scrittrice?». Di alzarmi al mattino con l’impegno di dover fare quello che ho sempre sognato di fare: scrivere.

«Da critico musicale hai pubblicato due saggi in collaborazione con altri scrittori. Con la cantautrice Erica Mou stai portando in giro un reading musicale: Ragazze posate, e lei ha anche accompagnato con le sue composizioni alcune presentazioni del tuo primo romanzo. Quanto è importante per te la comunicazione tra gli artisti, anche di diversi ambiti? Hai in mente altri progetti in merito?». Credo molto nella collaborazione fra gli artisti, a patto che sia sempre sostenuta da una sincera e reciproca stima. Non credo in quelle cose che si mettono su soltanto per chiamare pubblico, o vendere qualcosa. Penso, invece, che alla base dell’incontro fra arti diverse ci debba essere la voglia di provare a raccontare una storia nuova, e sempre vera. Per ora mi dedico ad Arturo, poi si vedrà.

«Come nasce un tuo romanzo? Hai un posto particolare in cui scrivi, una routine che segui? Hai già in mente una scaletta della storia o ti lasci trasportare da ciò che immagini giorno dopo giorno?». Scrivo quasi esclusivamente nel salotto di casa mia, a Roma. Per questa storia, però, mi sono concessa la meraviglia di andare a scrivere a Procida, in una casa gialla che faceva la smorfiosa col mare e dalla cui finestra si vedeva il profilo di Capri. Lo dovevo ad Arturo, al nome che porta. E no, non faccio mai scalette, e mai so quello che accadrà. So soltanto da dove comincio e dove voglio andare a finire. Ecco, di questo romanzo l’unica cosa di cui ero certa, quando l’ho iniziato, era proprio il finale.

«Ti è mai capitato, durante la lettura di un romanzo, di pensare: l’avrei voluto scrivere io? E se sì, per quali motivi?». Più che altro mi capita spesso, durante la lettura di un romanzo bello, di pensare: “Beato lui/lei, io non riuscirò mai a scrivere una cosa così bella!”. E la lista è lunga, lunghissima.

Valentina Farinaccio«Nelle tue storie si trovano molte citazioni musicali e letterarie. Ad esempio il nome del protagonista Arturo, come viene spiegato da lui stesso, deriva dal romanzo di Elsa Morante L’isola di Arturo. Vi sono altre affinità tra le due opere?». A parte Procida, che compare proprio per omaggiare (con la mia testa sotto ai suoi piedi!) Elsa Morante, quel che unisce i due romanzi è che L’isola di Arturo racconta di un bambino che si fa uomo, mentre Le poche cose certe di un uomo che prova a smettere di essere bambino: sempre di crescita, in fondo, si parla.

 

«Cosa c’è nel tuo futuro di autrice? Stai già scrivendo una nuova storia?». Ho il cervello in movimento, ma è ancora presto per cominciare a scrivere una storia nuova.

Intervista a cura di Antonella Quaglia

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Intervista a Gianluca Morozzi

Gianluca Morozzi è uno scrittore e musicista bolognese. Nel 2001 pubblica il primo romanzo Despero, edito da Fernandel. Nel 2004 esce uno dei suoi lavori più noti Blackout, per la casa editrice Guanda, da cui è stato tratto un film. Negli anni si fa conoscere e apprezzare come scrittore prolifico ed eclettico di romanzi, racconti, saggi (tra cui un manuale di scrittura creativa in collaborazione con Raoul Melotto, e diverse pubblicazioni a tema musicale, alcune delle quali edite da Castelvecchi) e graphic novel (si ricordi Pandemonio per Fernandel e Il vangelo del coyote per Guanda). Nonostante la giovane età, gli è stata già dedicata una biografia L’era del Moroz. Tra la vita e la scrittura di Gianluca Morozzi (Carmine Brancaccio, Zikkurat, 2008). Nel 2018 pubblica la sua ultima fatica letteraria Gli annientatori, per la casa editrice TEA. 

Morozzi Gianluca

A cura di Antonella Quaglia

«Il primo marzo è uscito Gli annientatori, edito da TEA. L’ultima opera di una lunga, lunghissima serie tra romanzi, raccolte di racconti, graphic novel e saggi. Mi viene da pensare che tu provenga da un altro pianeta, o che almeno sia in possesso di una macchina del tempo che ti permetta di vivere esistenze parallele in cui scrivere senza sosta. Dai l’idea di non aver mai sofferto del blocco dello scrittore, come ci riesci e dove trovi tanta ispirazione?». Il blocco dello scrittore in effetti non l’ho mai avuto, per fortuna, e facendo tutti gli scongiuri possibili e immaginabili. L’ispirazione propriamente detta, intesa come: idea che arriva dal nulla e sembra un dono delle Muse, l’ho avuta forse quattro volte, e sono nati Despero, Blackout, Radiomorte e Colui che gli dei vogliono distruggere. Tutto il resto è arrivato da spunti reali. Come spiegherò più avanti, raccontando come è nato Gli annientatori.

«Come se non bastasse la tua prolifica carriera letteraria, trovi il tempo anche per essere un chitarrista, un conduttore radiofonico e un insegnante di scrittura creativa (e chissà quante altre cose). In veste di docente, quali sono i consigli che dispensi ai tuoi allievi? Quali opere e scrittori porti a esempio di buona narrativa?». Come docente, oltre a spiegare tecniche e a svelare trucchi, cerco di far capire che nella scrittura ci sono pochissime regole oggettive, che quel che funziona per uno scrittore magari non funziona affatto per un altro. E una grande parte dei miei corsi consiste nel far scoprire autori e libri che, magari, qualcuno poteva non conoscere… da Paolo Nori a Luigi Malerba, da La versione di Barney a Tenera è la notte, da Dieci piccoli indiani a Le tre bare.

«Non voglio banalizzare le tue opere inserendole forzatamente in un genere letterario, sarebbe inutile perché esse racchiudono tante suggestioni e prendono diverse strade. Però è chiaro che, al di là della tua frequentazione del genere noir, umoristico o pulp, l’elemento surreale è spesso preponderante. Non è un caso che nel tuo Chi non muore vi sia una citazione alla Loggia nera di Twin Peaks. Che rapporto hai con la dimensione onirica? Ti è mai capitato di scrivere un romanzo sulla base di un sogno che avevi fatto?». Un romanzo intero no, ma qualche capitolo sì, senz’altro… il racconto del cavaliere in armatura nel tunnel di Blackout, la storia dei vermi nello Specchio nero, qualche racconto breve…In genere mi sveglio convinto di aver sognato la trama del secolo, poi provo a buttarla giù, e piango.

«Il panorama letterario italiano è abbastanza sconfortante. Non è che non ci sia buona narrativa, ma non riesce spesso a emergere, sommersa dal mare di opere senz’anima, nate a tavolino per puri scopi monetari che niente hanno a che fare con la passione di raccontare storie e di regalare un’emozione. Ho letto una tua intervista in cui per primo constatavi quanto poco tu venga considerato dalla critica ufficiale, nonostante la tua notevole carriera. Credi ci sia speranza per l’editoria italiana?». Oh, sì, io sono molto realista nell’immediato quanto ottimista per il futuro: l’ho imparato in trentacinque anni da tifoso del Bologna. Quando il polverone della crisi si sarà depositato, vedremo chi di noi sarà ancora in piedi. Qualcuno si sarà ritirato, qualcuno sarà diventato completamente pazzo, qualcuno si sarà rivelato come bluff. Io di sicuro sarò in piedi. L’ho detto: ho studiato all’università dello stadio, sono fortificato.

«Raccontaci qualcosa del romanzo Gli annientatori. I motivi, se ci sono, che ti hanno spinto a scriverlo, un fatto bizzarro accaduto durante la sua produzione o delle coincidenze assurde capitate mentre, vagando per le strade di Bologna, pensavi alla trama». Immaginate di affittare una graziosa mansarda con la vostra ragazza, e di scoprire di essere gli unici abitanti di un palazzo di sei appartamenti a non essere membri della stessa famiglia. Famiglia, peraltro, non troppo simpatica. Con il padrone di casa al primo piano, i suoi fratelli tutti intorno, e le figlie con neonati urlanti e bambini liberi di fare karaoke alle sette del mattino muro a muro con voi. Che, se provate a lamentarvi del rumore, venite guardati come gli unici estranei seccatori che salgono e scendono le scale in un palazzo senza ascensore. Così, estremizzando molto, è nato Gli annientatori.

 

«Giulio Maspero è il protagonista de Gli annientatori. È un ragazzo bolognese preda dei dolori del giovane scrittore e seduttore. Nelle prime pagine del romanzo parli della nascita della passione per la scrittura di Giulio, del momento in cui ha affermato “voglio farlo anch’io” dopo la lettura de L’Uomo in fuga di un certo Richard Bachman. Chi conosce la tua biografia sa che questo elemento proviene dal tuo vissuto, da quando da ragazzo avevi letto tutto d’un fiato La lunga marcia dello stesso Richard Bachman. Poi hai scoperto che il nome dell’autore era uno pseudonimo di Stephen King, lo scrittore che hai preso a modello agli inizi della tua carriera, e del quale hai copiato lo stile per imparare il mestiere. Lo stesso King in On writing racconta di aver fatto lo stesso. Quanto hai lavorato prima di trovare la tua voce? Qual è stato il primo romanzo in cui hai capito di aver fatto il salto verso uno stile personale?». Potrei dire che ci ho lavorato per quasi vent’anni, dal mio primo racconto Divoratore cosmico, scritto su un block notes in spiaggia dopo aver letto La lunga marcia, fino al mio quarto romanzo Accecati dalla luce, che è il primo in cui ho sentito di padroneggiare veramente la materia. I primi tre romanzi erano molto inconsapevoli e punk.

«So che quando sei in cerca di ispirazione fai girare una trottola rossoblù che tieni sullo scrittoio. Non riesco a non pensare al totem di Dom Cobb nel film Inception e a come esso determini il passaggio dalla realtà a uno stato allucinatorio. È così anche per te? Quando scrivi sei sempre presente a te stesso o ti capita di entrare in una sorta di trance, posseduto dal demone della scrittura?». Il novanta per cento delle volte sono consapevole. Ma c’è un dieci per cento di trance agonistica, come si direbbe in ambito sportivo, in cui si passa temporaneamente a una dimensione superiore, per una, due, tre, a volte dieci pagine. Ed è molto bello.

«Osservando la tua produzione letteraria si ha l’impressione che vi sia una sfida che attui con te stesso e con i tuoi lettori a spingersi sempre oltre il limite, a sperimentare nuovi percorsi e possibilità. Se prendiamo ad esempio Blackout, thriller claustrofobico ambientato quasi interamente in un ascensore, mi domando come tu abbia fatto a mantenere la tensione e l’attenzione per una storia che si svolge in pochi metri quadrati. In molti tuoi lavori ti diverti a gettare ombre lunghe e terrificanti dietro l’apparente luce della normalità. Che tipo di rapporto hai instaurato con i tuoi lettori? Quali sono gli elementi del tuo stile che più ottengono consensi?». Per rendere leggibile Blackout ho ripassato il romanzo di Stephen King Il gioco di Gerald, cercando di rubargli le tecniche che ha usato per narrare 300 pagine tutte sopra un letto. I miei lettori si dividono, diciamo, in tre categorie: quelli che amano solo la mia produzione noir, quelli che mi preferiscono nella parte rock e comica, e quelli che leggono tutto di me. Io ringrazio tutte e tre le categorie.

«Nei tuoi romanzi vi sono spesso citazioni che spaziano dal cinema alla musica. Una parte della tua produzione è dedicata alla graphic novel, un genere che miscela arte e scrittura. Il potere della parola e il potere della cultura da soli potrebbero cambiare il mondo. O no?». Sì, e il bello è che in Italia il fumetto è considerato un genere di serie Z, qualcosa usa e getta, mentre in paesi come Belgio e Francia è reputato, appunto, arte. Come se non ci fossero romanzi bruttissimi e fumetti bellissimi. Parole e cultura possono cambiare, se non il mondo, una testa alla volta, una persona alla volta. Poco a poco, questo cambierà il mondo. Con calma e pazienza.

«Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari? Tornerai sul tuo pianeta o ci accompagnerai ancora un po’ con i tuoi racconti?». Ma ci mancherebbe. Ho in rampa di lancio la nuova edizione ampliata dell’Uomo fuco, poi l’Uomo liquido, che è il seguito dell’Uomo liscio, e sto finendo il nuovo romanzo Dracula ed io. Senza contare i racconti.

By Antonella Quaglia

La fantascienza incontra la critica sociale: Q502 di Sylvie Freddi (collaboratrice Wu Ming)

La fantascienza incontra la critica sociale in un romanzo ambientato in un futuro post apocalittico su Marte. La Terra è disabitata, l’esistenza dell’uomo è cambiata radicalmente ma le divisioni e i pregiudizi sono ancora presenti. In un mondo in cui non si è trovata una conciliazione con la diversità, si muove il protagonista Dylan, alla ricerca di una ragazza che potrebbe cambiare lo stato delle cose. Sylvie Freddi, già autrice di due racconti per l’esperimento narrativo Tifiamo Scaramouche del collettivo Wu Ming, narra la storia di Q502 con una prosa lucida e ricca di spunti scientifici. Il romanzo presenta una realtà distopica in cui la privazione della libertà è stata accettata, forse il peggior incubo dell’uomo contemporaneo, in cui esseri con il ruolo di lettori mentali possono entrare nella coscienza di ognuno e spiarne i ricordi e gli intenti. Un mondo che mai dovrebbe esistere, raccontato attraverso il punto di vista di chi crede ancora che si può lottare per la libertà, per la memoria e per l’uguaglianza.

q502

Titolo: Q502. 300 anni dopo il Grande Esodo
Autore: Sylvie Freddi
Genere: Fantascienza
Casa Editrice: Stampa Alternativa
Collana: Eretica
Prezzo: 13 euro
Codice ISBN: 9788862226127

[…] Paula prese in braccio la piccola Q502. Era leggerissima. Le sfilò la tuta e l’adagiò nuda sul tavolo del laboratorio. La guardò con meraviglia, era così piccola e veniva da così lontano. A contatto con il freddo della superficie metallica, la Q502 aprì gli occhi, erano del colore della sabbia di Marte”.

http://www.facebook.com/librofantascienzaQ502/

Sylvie Freddi in Q502 ci conduce in un futuro che tanto lontano forse non è: l’uomo ha dovuto adattarsi a una nuova realtà per sopravvivere, ha dovuto abbandonare la madre Terra ormai compromessa e le certezze che per secoli hanno guidato la sua esistenza. In questo nuovo assetto costruito su Marte, l’essere umano ha trasferito le paure ancestrali e i pregiudizi che ha sempre conservato nel suo cuore. Il diverso è ancora visto come estraneo, come qualcosa da combattere e non da accogliere e da cui imparare. Nuove razze si sono affiancate all’uomo col progredire incessante della tecnologia, ma l’aumento di conoscenza e intelligenza non ha eliminato la chiusura mentale. C’è chi cerca di combattere creando un Comitato per la liberazione dei mutanti, c’è chi cerca di purificare il mondo da chi ha un DNA diverso dal proprio e c’è chi, come il protagonista Dylan, cerca di trovare un significato oltre il vano senso di libertà in cui vive. La tecnologia permea ogni aspetto dell’esistenza marziana: vi sono innesti che permettono di assumere identità diverse dalla propria, la musica non è un elemento esterno ma è inserita nel palmo della mano, e si diffonde nel corpo come il sangue, le comunicazioni avvengono tramite piccoli ologrammi da schiacciare una volta concluse. In questo mondo tecnologico che potrebbe conferire grandi libertà, si è osservati di continuo da grandi occhi volanti di orwelliana memoria. L’indipendenza è merce rara, non sono spiate solo le azioni, ma anche i pensieri. Chi vive nella città bassa non può andare in quella alta, se non con un permesso di lavoro. L’attualità presente sotto la maschera della fantascienza è percepita dal lettore, che può dolorosamente constatare come gli emarginati sono purtroppo presenti in ogni storia, ma alla fine sono proprio quelli che soffrono a determinarne il corso. Una realtà in cui la mancanza di ossigeno -si vive con respiratori- si accompagna alla mancanza di memoria di un mondo che non c’è più. La memoria, nel mondo di Q502, può essere alterata e nascosta. Dopo il Grande Esodo, il ricordo e le testimonianze del Mondo Originario sono considerati illegali. Senza memoria si può dominare, e i potenti che guidano le sorti del popolo lo sanno. Dylan combatterà affinché l’essere umano non dimentichi chi è, né da dove viene. Sylvie Freddi offre al lettore un viaggio in un futuro possibile e credibile, dando prova della grande attenzione che riserva alle dinamiche che intercorrono tra l’uomo e la Storia. Una capacità già dimostrata nella stesura dei due racconti, ambientati nel ‘700, facenti parte dell’esperimento narrativo Tifiamo Scaramouche del collettivo Wu Ming.

Q502 presentazione Roma

TRAMA. ASCOLTA TRAMA IN AUDIO . Nella città di Agra, su Marte, il detective Dylan viene incaricato da una donna Qinab, appartenente a una potente casta di mutanti scienziate, di ritrovare Q502, una ragazza scomparsa neonata venticinque anni prima. Per cercare di avere informazioni, Dylan, aiutato dal suo tutore Kofta, cultore della memoria e del passato, compra l’identità di un tecnico e va a lavorare su una raccoglitrice di meteoroidi su Phobos (una delle due lune di Marte) di proprietà dell’avido Consigliere Darkon, che probabilmente ha rapito Q502. Dopo un’estenuante corsa nel deserto, inseguito dai Regolatori, e dopo essere stato salvato da due mutanti, Dylan giunge a Dharavi, la città/discarica. Qui trova Hana, la ragazza Q502, impazzita per le torture subite durante la sua prigionia su Phobos. È solo l’inizio dell’avventura dei due ragazzi, uniti da un segreto e da un tatuaggio di una luna rivolta a oriente con tre puntini, che potrebbe cambiare per sempre le sorti del mondo a cui appartengono.

Silvye FreddiBIOGRAFIA. Sylvie Freddi, romana d’origine e torinese d’adozione, ha pubblicato il suo primo lavoro Caffè Paszkwosky nel 2016 per Stampa Alternativa, una intensa raccolta di venti racconti noir. Del 2018 è il romanzo di fantascienza Q502. 300 anni dopo il Grande Esodo, edito ancora una volta da Stampa Alternativa, nella collana Eretica.

 

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APPUNTAMENTI

Presentazione ROMA del libro Q502 di Sylvie Freddi

Mercoledì 28 Febbraio, Roma

Indirizzo: c/0 Spazio Ducrot - Via Ascanio 8/9, 00186 Roma


Sito Location: http://www.viaggidellelefante.it/azienda


Orario Inizio / Fine Presentazione: dalle ore 18.30 sino alle ore 21.00

Presentatore: Stanislao de Marsanich presidente dei parchi letterari italiani

Lettore: l’attore Sergio Pieratttini


Davide Grassi – Astrofisico
Presentazione TORINO “Suoni nello spazio” - Q502 di Sylvie Freddi

23 marzo alle 21.00, Torino

Indirizzo: Circolo dei Lettori - Via Bogino 9 Torino

Orario Inizio / Fine Presentazione:
dalle ore 18.30

Presentatore: Chiara Mezzalama scrittrice

Lettrice: Elena Bedino attrice

Pianoforte: Anna Barbero 
Theremin: Lord Theremin (Lorenzo Giorda)

 

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Provaci ancora Brancusi di Pietro Quadrino

Pietro Quadrino, interprete d’eccezione del teatro europeo contemporaneo, offre uno sguardo privilegiato sui suoi pensieri, sulle sue debolezze e paure, e nel farlo ci mostra che il coraggio non è solo degli eroi, ma anche di chi decide di lottare, nonostante lo sfavore delle stelle. Un romanzo autobiografico in cui Silvano Brancusi, alter ego dello scrittore, si muove nel mondo alla ricerca del riscatto, del vero amore, e del senso della vita. Si racconta di scelte importanti e della forza di andare contro corrente, anche quando i sogni e il successo sono a portata di mano

by Il Taccuino Ufficio Stampa

Pietro Quadrino

Titolo: Provaci ancora Brancusi
Autore: Pietro Quadrino
Genere: Autobiografico
Casa Editrice: LFA Publisher
Pagine: 213
Prezzo: 16,50 euro
Codice ISBN: 978-88-3343-006-5

Provaci ancora Brancusi di Pietro Quadrino ci conduce nelle avventure umane e professionali del suo protagonista, immerso nel flusso della vita, disponibile al cambiamento e pronto a tutto, in quello stato di grazia che è privilegio di chi sa capire e seguire la propria volontà. Silvano Brancusi è un personaggio che non cela niente al lettore, che mette a nudo la propria anima senza la paura di venire frainteso, con quell’abbandono e fiducia nell’uomo che solo un artista può avere. Viene presentato come un ragazzo passionale, presuntuoso a volte, ma lo stesso scrittore poi si domanda quanto davvero valga come attore e essere umano, in un dialogo con il suo alter ego in cui spesso ne esce sconfitto, ma mai perdente. All’inizio del romanzo si scopre che la consegna di una lettera può cambiare l’intero corso dell’esistenza del protagonista, e nelle pagine che seguono vi è la ricostruzione dei tre anni precedenti, delle rocambolesche avventure, delle sofferenze e delle vittorie, dei viaggi e delle perdite. Il racconto di una vita mostrato con le sue luci e le sue ombre, in cui, anche nei momenti di smarrimento, vi è una costante, una stella polare che dovrebbe guidare la vita di ognuno. Per il protagonista è l’amore, per il teatro e per una donna, che orienterà le sue scelte, anche quando esse riveleranno una follia quasi impossibile da comprendere. Provaci ancora Brancusi racconta il mondo interiore di un artista, già esso stesso romanzo, e lo fa con ironia e spregiudicatezza, senza censure. Lo scrittore-attore conosce bene l’animo umano e fa leva sui punti giusti, su quei temi universali che rendono gli uomini uguali: la volontà di riuscire, di non passare su questa terra senza lasciare un segno, e il bisogno dell’altro, di approvazione e di amore. Il protagonista ci scuote dal torpore, ci mostra come il coraggio sia dentro ognuno di noi, anche nelle situazioni più disperate, che i sogni sono tutto ciò che abbiamo e vanno preservati. E ci rassicura che tutti possono concedersi, se lo desiderano, una dose di follia.

Provaci ancora Brancusi

ASCOLTA TRAMA DI “PROVACI ANCORA BRANCUSI”

TRAMA. Silvano Brancusi è un giovane attore, scrittore e poeta. Scanzonato e irriverente, si ritrova catapultato ad Anversa, per seguire la compagnia del grande Peter Frame, uno degli artisti contemporanei più talentuosi e controversi, che lo chiama a creare uno spettacolo colossale della durata di 24 ore, Olympus. Ed è proprio durante le prove di questa folle creazione che Silvano incontrerà “la donna più bella del mondo”, Maria Lek, della quale si innamorerà “come ci s’innamora di un mistero”. Saranno anni di fatiche, avventure romantiche con molteplici donne e fallimenti, tra Parigi, Salonicco, Roma, l’Havana, Bruxelles, Milano, e infine Berlino, dove verrà messa in scena per la prima volta l’opera monumentale di Frame. E soprattutto saranno anni di sconvolgimenti emozionali, in cui Silvano inseguirà la donna dei propri sogni, la amerà e sarà amato, per poi essere abbandonato. Questa sofferenza lo porterà lontano, nello spazio e dentro sé stesso, non fermerà i suoi sogni ma lascerà un seme che maturerà nell’epilogo del romanzo. Il 23 novembre del 2018 Silvano Brancusi si trova di fronte alla più importante decisione della sua vita: fermarsi e ritirare il premio che si è finalmente conquistato con la sua opera prima, o lasciare tutto, rischiare di buttare all’aria anni di sacrifici e seguire un desiderio, più forte della razionalità.

“[…] Non riesco a spiegarmi il perché, ma se dovessi scegliere un posto dove nascondermi al mondo, andrei ad Anversa. I pavimenti delle strade sono scuri, le case sono scure, il cielo è scuro, le chiese sono scure. Ad Anversa sembrano celarsi tutti i segreti che le persone non possono più portarsi dietro: li hanno lasciati, depositati fra le mattonelle delle vie, fra i mattoni delle case, li hanno infilati nell’intercapedine delle rotaie del tram”.

BIOGRAFIA. Pietro Quadrino nasce a Roma nel 1987. Terminati gli studi in Scienze Politiche all’Università La Sapienza di Roma, intraprende la carriera di attore teatrale. Si sposta a Parigi dove si diploma all’Accademia Internazionale delle Arti dello Spettacolo. Dopo alcuni anni di tournée in Francia con numerose compagnie, torna a lavorare in Italia, al Teatro di Roma. Dal 2012 entra a far parte della compagnia di teatro e danza dell’artista belga Jan Fabre, con il quale recita nei più importanti teatri tra Europa, America e Medio-Oriente. È uno degli attori di Mount Olympus, regia di Fabre, uno spettacolo evento di 24 ore sulla tragedia greca, premio UBU 2015 per il miglior spettacolo straniero. Durante questo periodo, Pietro Quadrino lavora anche con altri registi di rinomata fama internazionale quali Ariane Mnouchkine del Theatre du Soleil, Peter Brook, Jan Lawers, Alex Rigola, direttore della biennale-teatro di Venezia, e altri gruppi teatrali più giovani. Dal 2016 fonda la propria compagnia teatrale Post Scriptum Company per la creazione di nuovi spettacoli da lui stesso scritti e interpretati: L’Uomo Rivoltato, Jungle Dream, Oh my Girl-histoire de la virilité. Del 2018 è il suo primo romanzo, Provaci ancora Brancusi, selezionato tra i finalisti del concorso IOSCRITTORE. 

Blog del libro: http://silvanobrancusi.blogspot.it/

Pagina FB del libro: https://www.facebook.com/silvanobrancusi/

L’ AUTORE È DISPONIBILE A RILASCIARE INTERVISTE: PER CHI DESIDERA RICEVERE UNA COPIA FISICA O DIGITALE DEL LIBRO PER EVENTUALI APPROFONDIMENTI, PUO’ SEGNALARCELO A QUESTO INDIRIZZO MAIL O AL 3396038451

 

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Intervista a Christian Rovatti

Christian Rovatti è uno scrittore bolognese, edito da Giraldi Editore. È anche un batterista e un insegnante di musica e, se rispondendo al dilemma del Cappellaio Matto: «perché un corvo è simile a uno scrittorio?» diamo come soluzione che entrambi producono note, benché piatte, si può presumere che il ritmo che scorre nel sangue di un batterista è linfa vitale anche per la penna di uno scrittore. Se riesci a pescare il lettore nel mare della storia già dalle prime pagine, molto dipende anche dalla scorrevolezza e dal ritmo della scrittura. Christian Rovatti riesce a coinvolgerti, a farti ballare con lui. E lo ha fatto, per il momento, in due romanzi: Comodo buco addio del 2014 e Corpi estranei del 2016. In questa intervista ci racconta un po’ di quello che vaga nella sua mente.

A cura di Antonella Quaglia.

«Ciao Christian, benvenuto. Domanda lampo per rompere il ghiaccio e raccontare qualcosa di te. Una citazione da un libro che hai letto, una che ti è entrata dentro e non ti abbandona mai». Resto spesso folgorato da un passaggio letto in qualche libro, ma purtroppo ho una pessima memoria e altrettanto spesso me lo scordo. La citazione più di vecchia data che riesco ancora a ricordare è un aforisma di Nietzsche che ho letto da ragazzo e che ho inserito anche nel mio ultimo romanzo; diceva più o meno così: “La tua vita sia un tentativo; il tuo successo o insuccesso una dimostrazione. Ma fai in modo che si sappia che cosa hai voluto tentare e dimostrare”. Un monito d’altri tempi, pieno di passione e magnificenza. Pensare poi che è stato scritto da un uomo che avrebbe finito i suoi giorni in manicomio, prima ancora di sapere quanta influenza avrebbe avuto il suo pensiero sulla cultura del Novecento, mi mette davvero i brividi.

«Il tuo secondo romanzo, Corpi Estranei, è stato paragonato alle opere di Nick Hornby. Fa parte delle tue fonti di ispirazione? Quali sono gli scrittori e i libri che ami?» Non ho mai letto nulla di Hornby, ma so che è un grande appassionato di calcio e di musica; forse è questo suo secondo interesse ad avere suggerito un tale parallelismo, perché anche nei miei due primi romanzi si parla spesso di musica. In realtà non sono un grande lettore. Lo sono stato da ragazzo, però: amavo Baudelaire, Flaubert e Rimbaud, ed ero un vero divoratore dei libri di Hermann Hesse. Leggevo un po’ tutto quello che mi capitava per le mani, a dire la verità: Oscar Wilde, Virginia Woolf, George Orwell, Henry Miller, John Fante, Charles Bukowski, Jack Kerouac, Johann W. Goethe… Poi per un lungo periodo ho letto pochissimo, assorbito da altri interessi. Ultimamente ho ricominciato, ma sono una vera lumaca: posso metterci mesi a finire un romanzo. Tra gli ultimi libri che mi hanno appassionato potrei citare Il Signore delle Mosche di Golding, Stoner di Williams, Il Giocatore di Dostoevskij, L’autobiografia di Malcolm X e Il Piacere di D’Annunzio; se proprio dovessi citare una fonte di ispirazione per il mio ultimo libro, Corpi Estranei, scomoderei proprio quest’ultima lettura, che terminai proprio la sera prima di mettermi a scrivere il mio romanzo. Ma in generale cerco sempre di evitare influenze troppo ingombranti, quando scrivo qualcosa di mio; preferisco concentrarmi totalmente su ciò che voglio dire e su come lo voglio scrivere. Imitare lo stile di qualche altro narratore non rientra nelle mie capacità, né tanto meno nei miei obiettivi.

Corpi estranei

 

«La nostalgia e la musica sono motivi ricorrenti nei tuoi romanzi. Nelle tue storie parli di rimpianto per un amore perduto, per una identità perduta, per delle occasioni mancate, e lo fai mettendo sempre dei brani musicali di sottofondo. Crei una lettura stratificata, che coinvolge più del senso della vista. Una scelta stilistica o semplicemente una diretta conseguenza del tuo essere musicista e scrittore?» Se non suonassi resterei comunque un grande appassionato di musica, perché trovo che l’espressione musicale sia un mezzo potentissimo per veicolare non solo idee e concetti, ma soprattutto emozioni. La capacità evocativa di un verso poetico viene amplificata in modo esponenziale se anziché essere solo recitato esso viene cantato, o catalizzato in qualche modo da un accompagnamento musicale; lo sapevano bene anche gli antichi Greci, da cui tutta la metrica classica prende origine. Il ruolo che certe canzoni hanno ricoperto nella mia crescita personale è incalcolabile, e travalica ogni insegnamento scolastico. Sono stato molto fortunato, in questo senso, perché ho vissuto la mia adolescenza negli anni novanta, un’epoca in cui la musica era ancora in grado di aggregare le persone in una grande famiglia, trasmettendo valori e regalando emozioni autentiche. Basta confrontare la top ten di oggi con quelle di quegli anni, per dedurre che forse i ragazzi di quest’epoca non sono stati altrettanto fortunati, ma è una considerazione del tutto personale (forse sto solo invecchiando). È per questa ragione che, scrivendo i miei primi due libri, mi sono trovato spesso a considerare una citazione musicale il modo più efficace per fare pervenire al lettore l’emozione precisa che volevo trasmettergli: laddove la parola in sé non riesce, la musica può arrivare. Ora però vorrei liberarmi di questo espediente, e nel mio terzo lavoro sto cercando di evitare accuratamente ogni “scorciatoia emotiva” che la musica potrebbe fornirmi, demandando alle mie sole capacità narrative l’arduo compito di suscitare le sensazioni che intendo evocare.

«Il tuo primo romanzo, Comodo Buco Addio, prende spunto dai diari in cui raccontavi delle inquietudini della tua adolescenza. In Corpi Estranei ritroviamo ancora il tema dell’angoscia esistenziale, vista con gli occhi di un adulto. Mettendo nero su bianco una parte così intima di te, pensi che la scrittura ti abbia salvato?» Risposta numero uno: magari ci fosse riuscita, risparmierei molti soldi in alcool e psicoterapia. Risposta numero due: per poterlo affermare dovrei prima sapere che fine avrei fatto se non avessi deciso di cominciare a scrivere… In realtà non credo che esista una vera salvezza, ma solo un tentativo di restare a galla in attesa del grande vortice finale, che presto o tardi finirà per risucchiarci tutti negli abissi dell’ignoto. Può sembrare pessimista, ma è la realtà, e scrivere non salverà di certo nessuno né da questo destino né dall’inquietudine che questa inevitabile prospettiva può infondere. Però, trovarsi da soli davanti a una pagina bianca può avere una grande funzione liberatoria: può regalare la sensazione che la nostra breve esistenza su questa Terra abbia un senso profondo e permanente, elevandoci al di sopra della mera sopravvivenza. Qualcuno ha detto che ci sono tre modi per diventare immortali: fare un figlio, piantare un albero, o scrivere un libro. Per ora non ho figli, e non so se pianterò mai un albero, ma intanto sto cercando di scrivere libri, non si sa mai… Di certo, immergermi nella scrittura mi dà una certa soddisfazione e a tratti mi fa stare bene: questo basta e avanza. Tutti dovrebbero provare a farlo, ogni tanto; in una società che impone l’ipocrisia come abilità imprescindibile per conquistarsi la sopravvivenza, scrivere è di certo uno dei metodi più efficaci per restare in contatto con se stessi, evitando di immedesimarsi troppo in quella maschera che si è spesso costretti ad indossare nella vita cosiddetta adulta. In questo senso, forse, può davvero salvarci: non dall’angoscia, che in una qualche misura è probabilmente una componente inalienabile dell’esistenza umana, ma dal profondo disagio che questa angoscia può procurarci se non le diamo ascolto e se non individuiamo un canale attraverso il quale permetterle di fluire dall’interno verso l’esterno; proprio come una penna di tanto in tanto deve lasciare riversare il proprio inchiostro su un foglio di carta se non vuole che si secchi, inceppando la sua sfera.

Comodo buco addio

«Raccontaci delle tue abitudini nella scrittura. In che luogo preferisci scrivere? Ascolti della musica, che poi inserisci nei tuoi romanzi, per ispirarti? Fai leggere ciò che scrivi a una o più persone fidate, o ti chiudi nella solitudine dello scrittore?» Scrivo nei ritagli di tempo, solitamente di sera. Ho la mia piccola postazione: una scrivania, un pc, una stampante e una piccola abat-jour rossa. Scrivo possibilmente in silenzio, spesso in compagnia di una birra, o di un bicchiere di rum. Ogni poche righe mi alzo e faccio lunghi giri per la casa parlando da solo, in cerca magari di un termine più calzante, o di una frase più fluida. Capita però che mi prenda una gran voglia di scrivere nei momenti meno opportuni, magari mentre sono alla guida, o quando sono impegnato in altre faccende; in tal caso mi segno qualche idea sul bloc-notes del cellulare, ripromettendomi di elaborarla quando ne avrò l’opportunità (cosa che poi spesso non accade). Ho il telefono pieno zeppo di queste brevi annotazioni, che dimostrano quanto sia difficile fare coincidere i momenti prolifici con quelli effettivamente liberi e produttivi. In fase di revisione sì, chiedo una mano a qualche malcapitato per aiutarmi a scovare errori e ricevere una prima impressione del manoscritto; solitamente sono persone che mi sono vicine e di cui mi fido, anche a livello tecnico. Una di esse è Francesco Cunsolo, un amico che ha già scritto una splendida prefazione al mio primo libro, e che spero vorrà curare anche quella della mia prossima (mi auguro) pubblicazione.

«In Corpi Estranei racconti della crisi di Ivan, un trentenne in fase di transizione. È un uomo anestetizzato dalla routine e da un’ideale di vita borghese, che si chiede se sia in pace con le scelte che ha fatto nella vita. Ivan si trova faccia a faccia con lo spettro del «E se…». È successo anche a te, quando hai scelto di scrivere, dopo una vita dedicata alla musica? Ti sei voluto aprire un possibilità che, forse per paura, non avevi considerato?» Il mio primo libro è in realtà una sorta di diario che avevo scritto nel 1996, quando avevo diciassette anni, cui sin dal principio avevo tentato di dare un taglio romanzato, forse per allontanare dalla realtà le spiacevoli vicende che mi stavano accadendo. Poco dopo averlo concluso, lessi Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di Enrico Brizzi. Mi piacque, ma al tempo stesso mi scoraggiò, perché assomigliava molto, se non altro per stile, ambientazione e tematiche, al mio manoscritto. Nel frattempo la mia vita, proprio a causa delle vicissitudini narrate in quel racconto, era cambiata drasticamente, e cercare di pubblicare un libro diventò l’ultima delle mie priorità. Fu un periodo molto intenso, ricco di stravolgimenti, pieno di energie, di nuove amicizie e di emozioni. Fu in quegli anni che decisi di concentrarmi sulla musica: studiavo dalle quattro alle sei ore al giorno, poi andavo alle prove, o a suonare da qualche parte. Molti anni più tardi, durante alcune faccende domestiche, mi è capitato di ritrovare quella vecchia bozza scritta a mano in una carpetta che non ricordavo neanche più di avere in casa, e rileggendola mi si è acceso il desiderio di dare finalmente voce a quell’antico urlo adolescenziale. Ricopiai il testo sul mio pc, aggiustandolo un po’, e lo inviai a diverse case editrici. Se la Giraldi non mi avesse risposto, dichiarandosi intenzionata a pubblicarlo, probabilmente la mia parentesi da scrittore emergente si sarebbe chiusa prima ancora di aprirsi. Trovare un canale editoriale che credeva in me mi ha spinto a risuscitare una passione che evidentemente non si era mai spenta del tutto, e ora eccomi qua… Che poi questo sia stato un bene o un male non saprei dirlo: già faccio uno dei mestieri più precari e peggio retribuiti che si possano svolgere in Italia, ossia il musicista; ora che mi sono messo pure a scrivere non saprei proprio immaginarmi un quadro professionale più disastroso. Ma è così che è andata, e con gli “E se…” si potranno anche scrivere un paio di libri, ma di certo non la vita.

«Che significa per te vivere a Bologna, città che fa da sfondo a entrambi i tuoi romanzi?» Non saprei dire con esattezza cosa significhi vivere a Bologna, poiché sono nato e cresciuto qui e non ho alcun raffronto con quella che avrebbe potuto essere la mia vita abitando altrove. Posso dire che di Bologna mi piace molto lo slang, quel modo di parlare che se vieni da fuori non puoi comprendere senza qualcuno del posto che ti faccia da traduttore simultaneo. Una lingua vivace non può che rappresentare un popolo vivace, e per certi aspetti i bolognesi sono effettivamente persone piacevoli e dalla mentalità aperta, se non altro paragonati agli abitanti di altre città del nord delle dimensioni di Bologna. Per altri versi, però, ciascun bolognese nasconde un animo irremovibilmente borghese e provinciale, ben rappresentato dalla classe politica che da tempo immemore amministra la città. I miei romanzi sono ambientati a Bologna soltanto perché è qui che abito ed è questa la dimensione che ho avuto modo di conoscere meglio. Mi piace partire dalla realtà, quando scrivo, e ambientare un mio racconto in un posto che non conosco profondamente quanto la mia città natale, mi sarebbe risultato un po’ artificioso, sebbene non creda che avrebbe alterato così significativamente le tematiche e le idee di fondo che emergono dai miei scritti; a ben vedere, come si dice, tutto il mondo è paese.

«Il romanzo Corpi Estranei è, a mio parere, il ‘diario di un’inadeguatezza’ in cui si intravede una delle più grandi paure dell’uomo contemporaneo: essere un perdente. Si è pronti a calpestare i propri ideali e i propri sogni per non esserlo, spesso diventando la versione peggiore di se stessi. È quello che è accaduto a Ivan, o a te?» Non è accaduto del tutto né a Ivan né a me. Ma il prezzo da pagare è molto alto in entrambi i casi. Ivan resta intrappolato in un disagio che non ha la forza di contrastare, alla ricerca disperata di un filo di Arianna che lo aiuti a trovare la strada per uscire dal labirinto della sua desolata perdizione. Forse lo trova, forse no. Ma lui è solo un personaggio di carta. Nella vita reale, certi smarrimenti hanno talvolta esiti drammatici e molte persone, da adulte, si ritrovano a essere qualcosa di molto diverso da ciò che in gioventù avrebbero voluto diventare. Forse questo processo fa parte della crescita e della maturazione di un individuo, o forse è solo una triste degenerazione di tutti quegli ideali giovanili che alla prova dei fatti si rivelano incompatibili con i modelli di sopravvivenza che questa società, nel bene o nel male, impone. Come diceva il buon vecchio Aristotele: “l’uomo è un animale sociale” ed è impensabile che possa sfuggire all’influenza dell’ambiente che lo circonda. La grande magia di questa epoca è che, instillando in ogni singolo individuo il terrore di essere un perdente, e di trovarsi in quanto tale escluso dalla società, ha creato in realtà una massa di perdenti, eleggendo la mediocrità come rassicurante parametro di finta fratellanza e reciproca complicità. Se siamo tutti dei mediocri e dei perdenti, il vero escluso è chi cerca di emergere e di distinguersi. Questo processo, catalizzato in particolar modo dai social media e dai talent show, ha reso molto meno problematica la rinuncia ai propri sogni e l’abdicazione ai propri ideali, rendendole persino alla moda. In un mondo di zoppi, il vero storpio è chi cerca di camminare normalmente. Al di là di queste considerazioni di carattere generale, posso dire che, alla soglia dei quarant’anni, poche cose della mia vita hanno seguito il corso che speravo. E l’insoddisfazione ha un sapore molto più amaro, quando si diventa adulti; finché si è ragazzi si guarda avanti e si confida nel futuro, poi a un certo punto ti accorgi che il tempo a tua disposizione per aggiustare certe cose si sta riducendo, e da predatore cominci a sentirti preda. Non corri più per raggiungere qualcosa, ma per fuggire: fuggire dalla paura di avere giocato male le tue carte, paura di avere puntato sul cavallo sbagliato, paura di cadere e non riuscire più a rialzarti, paura di non essere all’altezza delle tue stesse aspettative, paura di non avere più il tempo e le risorse per trovare una via di fuga alternativa. Puoi continuare a credere in te stesso fino a un certo punto, ma quando ti rendi conto che più corri e più il traguardo si allontana, il rischio di crollare sotto il peso di un’invincibile frustrazione è molto concreto.

«Sei un musicista e uno scrittore. Hai altri sogni nel cassetto?» Trovarmi un lavoro serio? Oppure imparare a dare il massimo in quello che già faccio, senza farmi ostacolare dall’insicurezza, dalla paura di fallire, dal timore del giudizio degli altri, e da tutte le altre insidie caratteriali con cui spesso mi trovo a fare i conti. L’unica alternativa sarebbe scappare… dove, a fare che, e con quali soldi non lo so, ma lasciatemi sognare. Andrei a vivere in un posto lontano dalla città, magari vicino al mare, circondato dagli animali. Gli animali non si fanno cambiare dalle epoche in cui vivono. Un gatto era un gatto anche nell’antico Egitto, e sarà sempre un gatto. Le sue esigenze non cambiano, la sua anima è inaccessibile, inalterabile. Dagli animali c’è molto da imparare. Quando tutto intorno ci appare falso, corrotto e snaturato, guardare un cane negli occhi può aiutarci a ritrovare il senso arcaico e immutabile della vita, quel punto zero da cui un giorno l’umanità sarà costretta a ripartire.

Rovatti
Christian Rovatti

«Jennifer Egan ne Il tempo è un bastardo scrive del passare del tempo, della paura di crescere e fallire, e anche nel suo romanzo la musica è parte integrante della trama. Come reagisci al passare del tempo? Pensi anche tu che sia un bastardo?». Sì. Il tempo è come la madre: ti dà la vita e al tempo stesso ti condanna a morte. Ma al contrario della madre non muore mai; ti consuma, ti seppellisce e si dimentica di te, proseguendo beffardo il suo corso eterno. Credo però che, come dice Seneca, l’uomo abbia in qualche modo la possibilità di imparare a gestirsi la fugacità della sua vita, sfruttando al meglio il tempo che gli è concesso. Di un nemico troppo potente si dice: “Se non puoi sconfiggerlo, fattelo amico”. Quale nemico è più potente del tempo? E quale alleato è più prezioso di lui? Da batterista, poi, il tempo è di certo un problema che non posso ignorare; però posso imparare a giocarci, nella musica come nella vita. Anche i cani più aggressivi diventano dei cuccioloni mansueti, se impari a giocarci. E non dimentichiamoci che il tempo, per quanto bastardo sia, aggiusta tutto: appiana i problemi, guarisce le ferite, perdona i peccati, dimentica gli errori, lenisce il dolore, e talvolta dona anche belle sorprese. Come si fa a non amarlo? Proprio come una madre.

«So che stai scrivendo un nuovo romanzo. Puoi darci qualche dettaglio? Stai esplorando nuove strade?» I miei primi due romanzi, seppure diversi tra loro da tanti punti di vista, hanno in comune alcuni tratti distintivi, come l’utilizzo frequente della citazione, la tematica della musica, l’ambientazione strettamente territoriale e il linguaggio diretto e colorito dei dialoghi (spesso in netto contrasto con lo stile volutamente sobrio e introspettivo della narrazione). Nel terzo romanzo sto cercando di affrancarmi da questi cliché, concentrandomi maggiormente sulla tessitura di una trama uniforme e priva di riferimenti culturali e spazio-temporali precisi. Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che possa risultare attuale e coinvolgente anche a un lettore di un’altra epoca e di un’altra città. Non so se ce la farò, ma almeno in questo racconto sto elaborando un vero e proprio plot, che negli altri due romanzi, molto focalizzati sull’interiorità emotiva del protagonista, mancava quasi del tutto. Di certo sarà un romanzo più lungo degli altri e, sebbene ne abbia già scritto più di duecento pagine, non ho la minima idea, io per primo, di come andrà a finire. Quando scrivo arrivo sempre a un punto in cui il racconto acquista una vita propria, e da lì in poi non so più che direzione prenderà; se voglio scoprirlo posso solo continuare a scrivere e stare a guardare cosa succede.

a cura di Antonella Quaglia

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Le recensioni del Taccuino

La ragazza che dormì con Dio  // Far west // La bella burocrate // Suttaterra

La ragazza che dormì con Dio (titolo originale The Girl Who Slept With God)

Di Val Brelinski

Casa editrice: Nutrimenti/collana Greenwich, pp.416

Uscita: Settembre 2017

Dal sito della casa editriceCosa fai se hai quattordici anni e vivi ad Arco, nel sonnolento Idaho degli anni Settanta? Se nella tua famiglia è proibito ballare, andare al cinema o al bowling, fare il bagno con i maschi? La vita di Jory Quanbeck è così. La presenza della religione è a tal punto concreta e incombente che Dio è sempre al suo fianco, la sorveglia, la giudica, la opprime (…) Poi ci sono le sorelle, Frances e Grace. Soprattutto Grace, diciassettenne dallo sguardo e dall’animo di ferro, ritratto e immagine di Cristo. Grace, che torna da un viaggio come missionaria in Messico e annuncia, tra lo sconcerto generale, di portare in grembo il figlio di Dio (…)

Recensione:Il romanzo segue la crescita umana della protagonista, cinta dalle maglie troppo strette di un’educazione cattolica, dalla claustrofobia e ignoranza di un paesino in cui una ragazza incinta va nascosta per non destare male lingue. Jory viene trasferita con la primogenita peccatrice in un luogo lontano abbastanza per cercare di arginare i danni, in una casa ai margini del paese. Qui le due ragazze attenderanno il momento del parto, sole. Questo scollamento dalla routine quotidiana creerà in Jory un cortocircuito di nuove emozioni ed esperienze che le mostreranno un nuovo modo di vivere più libero e imperfetto.

Estratto: Una volta, quello stesso anno, sua madre l’aveva trovata seduta a terra in camera sua, si trafiggeva l’interno della guancia con uno spillo. “Jory, ma si può sapere che stai facendo?”. “Niente”, aveva risposto lei, nascondendo lo spillo sotto la gamba. “Perché ti ficchi quel coso in bocca? Rispondimi”. Jory si era passata la punta dello spillo sull’interno del ginocchio. “Devo andare dal dentista domani”, aveva risposto. “E allora?”. “Volevo sapere cosa si prova. Quando ti fanno una puntura”. Sua madre aveva posato il bucato sul suo letto. Si era rialzata con le mani sui fianchi. “Il codardo muore mille volte”, aveva detto. “Il coraggioso una volta sola”. Si era voltata ed era uscita. Jory ricordava ancora a memoria quella citazione. Muore mille volte, si diceva mentre sbirciava nervosamente la strada alla ricerca del pulmino. Mille e una. Mille e due. Qualcosa che assomigliava sospettosamente a un vecchio scuolabus giallo svoltò l’angolo in fondo alla strada e si avvicinò sbuffando. Lo stomaco di Jory si contrasse dolorosamente, come se qualcuno le avesse stretto forte una cintura sotto il cuore.

 

La bella burocrate (titolo originale The Beautiful Bureaucrat)

Di Helen Phillips

La bella burocrate

Casa Editrice: Safarà, pp.176

Uscita: settembre 2017

Dal sito della casa editrice: In un edificio privo di finestre in un remoto quartiere di un’immensa città, la nuova assunta Josephine immette una serie infinita di numeri in un programma conosciuto solo come Database. Mentre i giorni si inanellano l’uno all’altro insieme alle pile di indecifrabili documenti, Josephine sente nascere dentro di sé un’inquietudine sempre più sottile e penetrante. Dopo l’inspiegabile sparizione di suo marito, in un crescendo vertiginoso Josephine scoprirà che la sua paura, divenuta oramai terrore, era pienamente giustificata.

Recensione: La bella burocrate è un romanzo distopico, visionario, a detta di molti critici kafkiano. La scrittrice riflette su come la tecnologia ci abbia lentamente spersonalizzati e trasformati in numeri. L’ufficio claustrofobico senza finestre in cui la protagonista lavora al computer è infatti una metafora dell’esistenza da schiavi a cui la società ci ha condannati, privandoci della speranza di poter andare oltre la sola sopravvivenza. A controbilanciare l’alienazione della protagonista ci sarà la tenerezza del rapporto d’amore di Josephine col marito Joseph, uniti anche nel nome, ultimo baluardo di umanità per cui valga la pena lottare.

Estratto: La persona che la intervistò non aveva la faccia. In altre circostanze – se il mercato del lavoro non fosse stato così squallido da così tanto tempo, se l’estate non fosse stata così cupa e afosa – questo avrebbe potuto scoraggiare Josephine dall’attraversare la porta di quell’ufficio fin dal primo momento. Ma per come stavano le cose il suo primo pensiero fu: oh, perfetto, l’aspetto dell’intervistatore probabilmente ha scoraggiato gli altri candidati! L’illusione della mancanza di faccia fu, come è ovvio, quasi immediatamente spiegabile: la pelle dell’intervistatore aveva la stessa tonalità grigiastra del muro alle sue spalle, gli occhi erano oscurati da un paio di occhiali altamente riflettenti, la fluorescenza appiattiva i lineamenti assemblati sopra l’asessuato completo grigio. Tuttavia, l’impressione persisteva.

 

Far west

Di Sonia Morganti

Far west - Sonia Morganti

Casa Editrice: Leone Editore/Collana Sàtura, pp. 296

Uscita: Ottobre 2017

Dal sito della casa editrice: 2060. Dennis, un nativo americano che ha lasciato la riserva per studiare in una delle più prestigiose università del paese, sta per laurearsi in ingegneria. Ma mentre si trova alla festa di laurea del suo migliore amico Frederick, viene sorpreso da una notizia sconcertante: si è esaurito il petrolio a livello mondiale, e nessuno dei paesi civilizzati è preparato a fronteggiare l’emergenza. Dennis, prevedendo lo scatenarsi del panico, decide di tornare dalla sua famiglia nella riserva, per affrontare così le conseguenze della crisi energetica, che rendono presto le città sempre più invivibili. Maniaci assetati di potere, intrighi politici e separatisti pronti a tutto sono solo alcuni dei pericoli di questo nuovo mondo, un far west in cui la legge del più forte sembra poter soffocare persino quella, eterna, dell’amore.

Recensione: Far West racconta una storia vecchia quanto il mondo ma purtroppo anche estremamente attuale. Far West racconta la lotta per una sopravvivenza messa a rischio dai propri simili. Non da disastri ambientali, non da virus letali, non da sbarchi di extraterrestri. No, Far West è prima di tutto un racconto del tentativo di sottomissione del potente sui più deboli, in questo caso i nativi americani. Far West è anche la storia della presa di consapevolezza identitaria del protagonista, Dennis, sfuggito alla vita noiosa della riserva per andare a studiare nella grande città. Sarà nella fatica della ricostruzione post apocalissi energetica e nel tentativo di salvare coloro che ama, che Dennis capirà l’importanza delle origini e della saggezza dei nativi americani.

EstrattoQuella sera il tramonto era particolarmente intenso: il fuoco del sole morente invadeva il cielo sotto gli occhi acuti di un condor che, apparentemente immobile, fluttuava senza fatica tra le colonne oscure delle mesa. Un uomo solo, presenza incidentale in quell’armonia, fissava l’orizzonte stringendo gli occhi, accecato dalla luce e perso nei propri pensieri. Presto sarebbe scesa la notte e lui sarebbe rimasto lì a meditare. Accese un piccolo falò e si avvolse in una coperta decorata da antichi simboli del suo popolo. Sistemò un pentolino sulle pietre vicine alla fiamma per tenere in caldo la bevanda che, insieme al fuoco, sarebbe stata il suo unico conforto fino all’alba. Il vento del deserto risaliva, portato dal respiro calmo della notte imminente. L’uomo si avvicinò al crinale per cogliere l’istante in cui l’ultimo bagliore del sole si arrende all’oscurità.

Suttaterra

Di Orazio Labbate

Suttaterra

Casa Editrice: Tunuè/Collana Romanzi, pp.120

Uscita: Novembre 2017

Dal sito della casa editriceGiuseppe Buscemi, siculo americano, è rimasto vedovo a soli trent’anni. Ormai lontano dalla realtà e prossimo al suicidio, riceve una lettera da Gela, inviata proprio dalla moglie defunta, che lo invita a raggiungerla là. Stravolto dallo spavento, e tuttavia custode indefesso dell’amore verso la donna, decide di seguire quel richiamo fantasmatico. Intraprenderà così un viaggio reale e metafisico dall’America alla Sicilia del sud, attraverso tappe esistenziali che suonano come una Via Crucis e l’incontro con personaggi surreali che sembrano emergere dalle profondità di un inferno mediterraneo.

Recensione: Suttaterra è un romanzo noir con accenti gotici, che narra la ricerca di un amore impossibile, perduto per sempre. E’ la storia di un’espiazione affrontata attraverso il ricordo e la paura nata dall’abbandono di ogni certezza terrena. Il protagonista, Giuseppe, becchino di professione, riceve una lettera dalla moglie defunta, Maria Boccadifuoco, in cui gli chiede di tornare in Italia, nel luogo dove si erano amati. Da questo momento straniante ha origine un viaggio fisico e intimo del protagonista, alla ricerca del senso di una chiamata improbabile dall’aldilà.

Estratto: “Sei un vedovo”, sussurrava alla camera, tastando con le dita smagrite la tasca dei jeans. Il cielo di là dalla finestra si inscuriva, sopra i palazzi, come la fantasia di un demone addormentato. Fissò la scrivania. Tentò di sfondarla con le mani, solo per scuoiarsi ancora una volta la pelle. Lui la chiamava malinconia: era un mestiere, da quando la moglie Maria era scomparsa un anno prima. Tre corvi sbattevano contro la finestra, uno si era spaccato il becco riuscendo però a forare il vetro. L’uomo allora si avvicinò, raccolse quella polvere adamantina e tracciò un cerchio attorno al buco a mo’ di un mago. Poi alzò l’imposta, e si arrampicò fino a sedersi, rivolto verso l’esterno, sulla sporgenza di pietra del davanzale. Pioveva nella notte e l’acqua caduta dal firmamento tintinnava come i campanelli di una messa.

 a cura di Antonella Quaglia

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