Intervista a Gianluca Morozzi

Gianluca Morozzi è uno scrittore e musicista bolognese. Nel 2001 pubblica il primo romanzo Despero, edito da Fernandel. Nel 2004 esce uno dei suoi lavori più noti Blackout, per la casa editrice Guanda, da cui è stato tratto un film. Negli anni si fa conoscere e apprezzare come scrittore prolifico ed eclettico di romanzi, racconti, saggi (tra cui un manuale di scrittura creativa in collaborazione con Raoul Melotto, e diverse pubblicazioni a tema musicale, alcune delle quali edite da Castelvecchi) e graphic novel (si ricordi Pandemonio per Fernandel e Il vangelo del coyote per Guanda). Nonostante la giovane età, gli è stata già dedicata una biografia L’era del Moroz. Tra la vita e la scrittura di Gianluca Morozzi (Carmine Brancaccio, Zikkurat, 2008). Nel 2018 pubblica la sua ultima fatica letteraria Gli annientatori, per la casa editrice TEA. 

Morozzi Gianluca

A cura di Antonella Quaglia

«Il primo marzo è uscito Gli annientatori, edito da TEA. L’ultima opera di una lunga, lunghissima serie tra romanzi, raccolte di racconti, graphic novel e saggi. Mi viene da pensare che tu provenga da un altro pianeta, o che almeno sia in possesso di una macchina del tempo che ti permetta di vivere esistenze parallele in cui scrivere senza sosta. Dai l’idea di non aver mai sofferto del blocco dello scrittore, come ci riesci e dove trovi tanta ispirazione?». Il blocco dello scrittore in effetti non l’ho mai avuto, per fortuna, e facendo tutti gli scongiuri possibili e immaginabili. L’ispirazione propriamente detta, intesa come: idea che arriva dal nulla e sembra un dono delle Muse, l’ho avuta forse quattro volte, e sono nati Despero, Blackout, Radiomorte e Colui che gli dei vogliono distruggere. Tutto il resto è arrivato da spunti reali. Come spiegherò più avanti, raccontando come è nato Gli annientatori.

«Come se non bastasse la tua prolifica carriera letteraria, trovi il tempo anche per essere un chitarrista, un conduttore radiofonico e un insegnante di scrittura creativa (e chissà quante altre cose). In veste di docente, quali sono i consigli che dispensi ai tuoi allievi? Quali opere e scrittori porti a esempio di buona narrativa?». Come docente, oltre a spiegare tecniche e a svelare trucchi, cerco di far capire che nella scrittura ci sono pochissime regole oggettive, che quel che funziona per uno scrittore magari non funziona affatto per un altro. E una grande parte dei miei corsi consiste nel far scoprire autori e libri che, magari, qualcuno poteva non conoscere… da Paolo Nori a Luigi Malerba, da La versione di Barney a Tenera è la notte, da Dieci piccoli indiani a Le tre bare.

«Non voglio banalizzare le tue opere inserendole forzatamente in un genere letterario, sarebbe inutile perché esse racchiudono tante suggestioni e prendono diverse strade. Però è chiaro che, al di là della tua frequentazione del genere noir, umoristico o pulp, l’elemento surreale è spesso preponderante. Non è un caso che nel tuo Chi non muore vi sia una citazione alla Loggia nera di Twin Peaks. Che rapporto hai con la dimensione onirica? Ti è mai capitato di scrivere un romanzo sulla base di un sogno che avevi fatto?». Un romanzo intero no, ma qualche capitolo sì, senz’altro… il racconto del cavaliere in armatura nel tunnel di Blackout, la storia dei vermi nello Specchio nero, qualche racconto breve…In genere mi sveglio convinto di aver sognato la trama del secolo, poi provo a buttarla giù, e piango.

«Il panorama letterario italiano è abbastanza sconfortante. Non è che non ci sia buona narrativa, ma non riesce spesso a emergere, sommersa dal mare di opere senz’anima, nate a tavolino per puri scopi monetari che niente hanno a che fare con la passione di raccontare storie e di regalare un’emozione. Ho letto una tua intervista in cui per primo constatavi quanto poco tu venga considerato dalla critica ufficiale, nonostante la tua notevole carriera. Credi ci sia speranza per l’editoria italiana?». Oh, sì, io sono molto realista nell’immediato quanto ottimista per il futuro: l’ho imparato in trentacinque anni da tifoso del Bologna. Quando il polverone della crisi si sarà depositato, vedremo chi di noi sarà ancora in piedi. Qualcuno si sarà ritirato, qualcuno sarà diventato completamente pazzo, qualcuno si sarà rivelato come bluff. Io di sicuro sarò in piedi. L’ho detto: ho studiato all’università dello stadio, sono fortificato.

«Raccontaci qualcosa del romanzo Gli annientatori. I motivi, se ci sono, che ti hanno spinto a scriverlo, un fatto bizzarro accaduto durante la sua produzione o delle coincidenze assurde capitate mentre, vagando per le strade di Bologna, pensavi alla trama». Immaginate di affittare una graziosa mansarda con la vostra ragazza, e di scoprire di essere gli unici abitanti di un palazzo di sei appartamenti a non essere membri della stessa famiglia. Famiglia, peraltro, non troppo simpatica. Con il padrone di casa al primo piano, i suoi fratelli tutti intorno, e le figlie con neonati urlanti e bambini liberi di fare karaoke alle sette del mattino muro a muro con voi. Che, se provate a lamentarvi del rumore, venite guardati come gli unici estranei seccatori che salgono e scendono le scale in un palazzo senza ascensore. Così, estremizzando molto, è nato Gli annientatori.

 

«Giulio Maspero è il protagonista de Gli annientatori. È un ragazzo bolognese preda dei dolori del giovane scrittore e seduttore. Nelle prime pagine del romanzo parli della nascita della passione per la scrittura di Giulio, del momento in cui ha affermato “voglio farlo anch’io” dopo la lettura de L’Uomo in fuga di un certo Richard Bachman. Chi conosce la tua biografia sa che questo elemento proviene dal tuo vissuto, da quando da ragazzo avevi letto tutto d’un fiato La lunga marcia dello stesso Richard Bachman. Poi hai scoperto che il nome dell’autore era uno pseudonimo di Stephen King, lo scrittore che hai preso a modello agli inizi della tua carriera, e del quale hai copiato lo stile per imparare il mestiere. Lo stesso King in On writing racconta di aver fatto lo stesso. Quanto hai lavorato prima di trovare la tua voce? Qual è stato il primo romanzo in cui hai capito di aver fatto il salto verso uno stile personale?». Potrei dire che ci ho lavorato per quasi vent’anni, dal mio primo racconto Divoratore cosmico, scritto su un block notes in spiaggia dopo aver letto La lunga marcia, fino al mio quarto romanzo Accecati dalla luce, che è il primo in cui ho sentito di padroneggiare veramente la materia. I primi tre romanzi erano molto inconsapevoli e punk.

«So che quando sei in cerca di ispirazione fai girare una trottola rossoblù che tieni sullo scrittoio. Non riesco a non pensare al totem di Dom Cobb nel film Inception e a come esso determini il passaggio dalla realtà a uno stato allucinatorio. È così anche per te? Quando scrivi sei sempre presente a te stesso o ti capita di entrare in una sorta di trance, posseduto dal demone della scrittura?». Il novanta per cento delle volte sono consapevole. Ma c’è un dieci per cento di trance agonistica, come si direbbe in ambito sportivo, in cui si passa temporaneamente a una dimensione superiore, per una, due, tre, a volte dieci pagine. Ed è molto bello.

«Osservando la tua produzione letteraria si ha l’impressione che vi sia una sfida che attui con te stesso e con i tuoi lettori a spingersi sempre oltre il limite, a sperimentare nuovi percorsi e possibilità. Se prendiamo ad esempio Blackout, thriller claustrofobico ambientato quasi interamente in un ascensore, mi domando come tu abbia fatto a mantenere la tensione e l’attenzione per una storia che si svolge in pochi metri quadrati. In molti tuoi lavori ti diverti a gettare ombre lunghe e terrificanti dietro l’apparente luce della normalità. Che tipo di rapporto hai instaurato con i tuoi lettori? Quali sono gli elementi del tuo stile che più ottengono consensi?». Per rendere leggibile Blackout ho ripassato il romanzo di Stephen King Il gioco di Gerald, cercando di rubargli le tecniche che ha usato per narrare 300 pagine tutte sopra un letto. I miei lettori si dividono, diciamo, in tre categorie: quelli che amano solo la mia produzione noir, quelli che mi preferiscono nella parte rock e comica, e quelli che leggono tutto di me. Io ringrazio tutte e tre le categorie.

«Nei tuoi romanzi vi sono spesso citazioni che spaziano dal cinema alla musica. Una parte della tua produzione è dedicata alla graphic novel, un genere che miscela arte e scrittura. Il potere della parola e il potere della cultura da soli potrebbero cambiare il mondo. O no?». Sì, e il bello è che in Italia il fumetto è considerato un genere di serie Z, qualcosa usa e getta, mentre in paesi come Belgio e Francia è reputato, appunto, arte. Come se non ci fossero romanzi bruttissimi e fumetti bellissimi. Parole e cultura possono cambiare, se non il mondo, una testa alla volta, una persona alla volta. Poco a poco, questo cambierà il mondo. Con calma e pazienza.

«Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari? Tornerai sul tuo pianeta o ci accompagnerai ancora un po’ con i tuoi racconti?». Ma ci mancherebbe. Ho in rampa di lancio la nuova edizione ampliata dell’Uomo fuco, poi l’Uomo liquido, che è il seguito dell’Uomo liscio, e sto finendo il nuovo romanzo Dracula ed io. Senza contare i racconti.

By Antonella Quaglia

Intervista a Franco Roselli

Franco Roselli è uno scrittore eclettico. Nella sua lunga carriera ha regalato parole al teatro, alla letteratura e al cinema. Ha lavorato e vissuto in Italia, Francia, Spagna e America, facendo tesoro di esperienze e incontri che hanno arricchito il suo modo di vedere la vita e di creare. Ad attività come ghostwriter, sceneggiatore, regista e autore, affianca il mestiere di scrittore. Nel 2000 pubblica la raccolta di racconti Prima un idiota, per la casa editrice Filippi Editore Venezia, in cui già emergono i temi cari alla sua poetica. Nel 2010 è la volta di Finestre e Porte, libro fotografico edito da Vada Crosby. Nel 2014 esce la sua ultima fatica letteraria, il romanzo Un Buddha in giardino (Joshua Hill) edita da Graphofeel edizioni, una saga famigliare che riesce a sorprendere e a commuovere, raccontando con delicatezza la lotta per la sopravvivenza e la felicità in un mondo di ingiustizie e pregiudizi per chi si percepisce come diverso.

A cura di Antonella Quaglia 

Franco Roselli

«Lei è sceneggiatore, regista, ghostwriter, autore televisivo e scrittore. Quali sono stati i primi approcci alla creatività? Il percorso intrapreso era nei suoi piani o la vita l’ha sorpresa con svolte inaspettate?».

Non ho memoria precisa di quando la scrittura è diventata parte importante della mia vita, ho avuto una infanzia e adolescenza piena di suggestioni letterarie e artistiche, i miei primi regali furono dei libri e una scatola di marionette e un teatrino di legno e cartone. È capitato che incontrassi persone che scrivevano per il cinema e per il teatro, alcuni artisti, altri semplici invisibili che lavoravano all’ombra di registi e sceneggiatori conosciuti. Ho scoperto la mia passione poco a poco, incontro dopo incontro, seguivo gli studi universitari e contemporaneamente rincorrevo il mio sogno di scrivere lavorando per altri; non era previsto un tal percorso, non conosco le istruzioni per un percorso tipo che porti a un lavoro come il mio, io per tanti anni sono stato invisibile, un ghostwriter senza nome nei titoli di coda o nelle schede di produzione. Il mio lavoro ha preso vita nelle opere di altre persone, nelle storie di altre persone, nelle immagini di altre persone. Consegnando i fogli con le pagine della sceneggiatura o le parti di un copione teatrale, io sparivo, le mie parole non erano più mie, anche i personaggi frutto della mia fantasia e ricerca non mi appartenevano più. Avrebbero avuto vita propria sullo schermo, su di un palcoscenico, grazie al soffio creativo di un regista o di un attore.

«Ha avuto la grande fortuna di lavorare con geni del cinema quali François Truffaut e Rainer Werner Fassbinder. Ci racconta una conversazione o un aneddoto che li riguarda, e che ha contribuito alla sua visione della scrittura e dell’esistenza?».

Durante il lungo percorso della mia carriera ci sono stati incontri importanti che hanno segnato, spesso spostato la direzione del cammino, rallentato o accelerato il passo. L’incontro con François Truffaut avvenne per caso, lavoravo per uno degli sceneggiatori che doveva ritrarre alcuni personaggi minori del racconto; lui mi affidò un personaggio femminile, io scrissi parecchie pagine, forse troppe, preso dall’entusiasmo. Sul set, all’alba, il regista mi fece avvicinare e notando il mio terrore sul volto, sorrise. “Un po’ troppo lungo, deve imparare a scrivere l’essenziale, quanto basta a non far annoiare il lettore o lo spettatore, liberi il suo talento denso di passione, sia calmo e leggero. Basta il tempo di una canzone, non vada oltre…”.Questa lezione di stile nella scrittura ha inciso nel mio lavoro e la misura di “UNA CANZONE” è diventata una mia regola nello scrivere. Nel folto gruppo di persone che lavorava con il regista tedesco Fassbinder, io entrai spinto da uno dei suoi musicisti, Peer Raben. Per i primi mesi si trattò di tradurre in corti piani sequenza alcuni passaggi del romanzo Berlin Alexanderplatz. Era un lavoro di precisione nell’appuntare i dettagli dei luoghi, degli ambienti, degli oggetti. Con Rainer gli incontri erano sempre fugaci e io non parlavo una parola di tedesco, ero teso, mi sentivo un oggetto estraneo in una oliata catena di montaggio. I luoghi comuni e i pettegolezzi su Rainer incutevano in me un terrore infantile, e oltre a non parlare tedesco, il mio francese o inglese avvolto dalla mia nervosa balbuzie dava origine a ilarità. Una sera mi arrivò un plico, nella pensione dove vivevo: erano una ventina di pagine in francese di un progetto per un film, Veronika Voss. La storia di un’anziana coppia scampata allo sterminio dei campi di concentramento, che decide di non sopportare più il dolore. Era una breve storia dentro un racconto complesso, la storia di due perdenti, di due sconfitti. Il traduttore in lingua italiana che lavorava per Fassbinder aveva scritto alcune note di suggerimento: “niente drammi, grande dolore, più silenzio che parole, dignità”. Ricordo che iniziai la sera stessa provando un enorme affetto per i due anziani, penso di aver immaginato che quella fosse la storia appartenuta alla mia famiglia. Consegnai il lavoro fatto, ogni tanto incontravo Rainer che entrava o usciva dalle sale di edizione e io evitavo di fermarmi. Passarono due mesi e una mattina mi dissero di andare in una sala di edizione, stavano visionando i giornalieri del film Veronika Voss; nella sala buia oltre a Raben c’era anche Fassbinder. Partì la proiezione e sullo schermo apparvero i due anziani, io scivolai sotto la poltrona dalla vergogna, era solo la prima scena delle dieci che avevo scritto. Si riaccesero le luci, Rainer si alzò, venne verso di me, mi diede la mano, e rivolto a Peer disse alcune parole. “Grazie, buon lavoro, li immaginavo così, fragili, dignitosi, bravo, lei ha aggiunto la tenerezza e la compassione, grazie.” Prima di uscire dalla sala Rainer disse una frase a Raben: “Dovresti andare a scuola di tedesco”.

«Nel romanzo Un Buddha in giardino vi è un’atmosfera di serena lucidità, di abbandono a una visione del mondo libero da dogmi e chiusure mentali e di ricerca di una gioia profonda attraverso il coraggio di affermare la propria unicità. Essere di fede buddhista ha apportato un valore aggiunto al mestiere di inventare storie?».

L’incontro con il buddismo è avvenuto 30 anni fa, io già scrivevo e già avevo la mia personale visione del mondo libero dalle stupidità, che rinchiudono la mente e provocano sofferenze inaudite. Aderire al buddismo è stato un passo semplice e che mi ha rafforzato dentro, mi ha insegnato ad avere un profondo rispetto per ogni esistenza, per ogni vita, ma prima di tutto ha fortificato una mia attitudine, quella di “ascoltare” le storie delle persone. Ciò che racconto sovente nasce dalle storie non sentite per caso ma ascoltate con il cuore. Ogni storia, ogni incontro, anche il più insignificante per me è prezioso, custodisco ogni cosa nella mia memoria aspettando l’occasione e il modo per ridarle vita e dignità. Il buddismo mi ha insegnato la disciplina nel lavoro e ha rafforzato il mio amore per lo studio, la lettura e la scrittura. 

«Nel libro fotografico Finestre e Porte punta l’obiettivo su oggetti che si utilizzano ogni giorno, ma che decontestualizzati acquisiscono una dimensione simbolica. Entrambi possono rimandare all’ignoto e alla chiusura in sé stessi o viceversa alla comunicazione e all’apertura al mondo. Mi ha colpito come in alcune fotografie sia presente la sua immagine riflessa. Vuole raccontarci il motivo che ha originato questo progetto?».

Fotografare per me è un personale modo, anche se lo ammetto non del tutto originale e inconsueto, per raccontare, per scrivere con le immagini. Il progetto e il libro Finestre e Porte è nato dalla raccolta di fotografie che l’editore americano ha scelto tra le mie foto. Sono foto in cui per me è importante osservare l’atmosfera di quei luoghi, oltre a ogni specifica situazione, che sia la porta di un palazzo famoso, di una casa antica, di un museo o di una normale abitazione; mi affascina la funzione: entrare, uscire, attraversare. Ho scelto che fosse la luce a dare energia alla foto. Lo stesso vale per le finestre, raramente ci sono delle persone dietro le finestre, lasciando così la fantasia per immaginare l’oltre. È per caso o per personale civetteria che io appaia nelle trasparenze di alcune delle foto.

«Lei è uno degli autori del programma televisivo Blob, in onda su Rai 3. Un lavoro in cui bisogna essere onnivori, e avere un grande spirito di osservazione. Come riesce a fare ordine nell’universo audiovisivo che ogni giorno esamina? Lo paragonerebbe al lavoro dello scrittore, che cerca un senso nelle immagini e nelle suggestioni della sua mente?».

Lavorare a Blob è un’esperienza massacrante, è un lavoro duro, impegna la mente, il corpo e la memoria. Non si tratta solo di vedere ore e ore di televisione nei tanti canali. Bisogna avere una mente veloce e paziente, non deve sfuggire nulla, anche i dettagli più banali sono utili alla costruzione di una trasmissione che rimarrà unica nel suo genere. Non esiste una trasmissione uguale all’altra, se anche nello stesso giorno i diversi membri della redazione di Blob lavorassero sullo stesso materiale televisivo del giorno precedente, avremmo una trasmissione differente per ognuno dei montaggi dei redattori. Perché il gusto personale, la memoria storica, l’emozione e la fatica sono diverse per ogni persona. Si scrive una storia con le immagini, o meglio, si scrive con frammenti, a volte di pochi secondi, creati da altri. Usiamo i suoni, i volti, il ritmo di racconti tra loro diversi che vengono spappolati e ricomposti per essere altro, un altro racconto, Blob. La disciplina dello scrittore aiuta certamente. I miei quaderni di appunti, o segnalazioni di situazioni televisive sono un dizionario decifrabile solo dagli autori di Blob. Non trovo difficoltà nel metodo artigianale del lavoro, uso sempre penna e carta, piccoli foglietti di appunti sparsi che raccolgo in un unico blocco, fisso le mie intuizioni in piccoli notes, mentre mi dedico a un lavoro letterario o alla scrittura di una sceneggiatura o di un testo teatrale.

«In una sua intervista ho letto che lei ama molto ascoltare e prendere spunto dalle storie e dai gesti di chi incontra. Si immerge nella vita e cerca di raccontarla aprendo “porte” su altri modi di vedere e sentire. In quest’ottica esperienziale, cosa pensa dell’uso dei social network come fonte principale di comunicazione, e in generale della maggiore frequentazione del mondo virtuale rispetto a quello reale?».

Uso i social network per curiosità, non sono un patito della comunicazione virtuale, mi è difficile aprirmi a rapporti che vivono solamente di contatti sulla tastiera di un pc o nelle righe di uno smartphone. Mi annoia il mondo virtuale, mancano i colori, i suoni, gli odori che sono parte essenziale del mio mondo creativo. Preferisco sbadigliare per noia davanti a una persona e chiedere scusa per la mia maleducazione, che chiudere il tablet perché non ho nulla da dire in alcune chat dove si delira. Uso le nuove tecnologie come una persona che prende un taxi per andare da un luogo all’altro. La creatività è frutto di lavoro solitario, di disciplina, di metodo, di lunghe letture e di ascolto della voce vera delle persone. In altre parole, nel mio caso personale, posso affermare che non credo solo all’ “ispirazione creativa”, ma credo soprattutto alla “traspirazione” creativa, al sudore della fatica quotidiana.

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«Nella raccolta di racconti Prima un idiota ricorre un motivo presente anche nel suo romanzo: l’uso dei profumi e dei colori per rendere viva una descrizione o per esprimere un moto dell’anima. Nel primo racconto lei afferma “In fondo le storie della gente sono uguali come percorso, mai come colore, sapore, intensità”. In Un Buddha in giardino spiega come per Selma le tonalità di pelle di diverse etnie le sembrino profumi. Lo stesso passato, nelle azioni di Linette, torna come fosse un profumo perduto. Questa attenzione agli stimoli sensoriali è sempre stata una cifra stilistica del suo lavoro di autore?».

Profumi e suoni sono degli elementi indispensabili nella mia scrittura, la memoria personale è alimentata, protetta da essi. Suoni come la voce umana, il canto, il suono di lingue sconosciute, le variazioni melodiche degli strumenti musicali, degli oggetti e della musica in sé stessa. Io scrivo sempre con la musica accanto, uso il silenzio totale quando devo correggere ed essere spietato nel rileggere ciò che ho scritto. I profumi sono uno stimolo ancora più profondo della musica, forse nasce dal mio passato, dalla mia infanzia: gli odori e i profumi della casa, del collegio, dei primi amori, a volte profumi piacevoli, seducenti, a volte evocativi di sofferenze. Sono sempre stato affascinato dalla presenza dell’aspetto sensoriale in letteratura; ricordo i miei primi turbamenti nel provare delle sensazioni leggendo le pagine di Proust, i suoi dolci e i profumi delle donne, l’aria densa del profumo dei lillà in Guy de Maupassant o Flaubert, l’odore acre del sale e del mare in Joyce, l’odore del pollo fritto e del sudore della schiena dei lavoratori neri nei romanzi di Tony Morrison o James Baldwin. Si impara a scrivere leggendo, ascoltando i suoni, annusando gli odori e i profumi dentro le pagine di questi scrittori.

«Un altro motivo ricorrente nel romanzo è l’uso simbolico della musica. Selma aspetta la canzone che l’avrebbe scossa dentro rivelandole il vero amore. Strange fruit di Billie Holiday diventa la metafora gentile attraverso cui Tony racconta ai figli degli orrori del razzismo. Non, je ne regrette rien di Edith Piaf ha il potere di abbattere il muro di dolore che Henry ha costruito, e quindi di curarlo. Quanto è importante la musica nella sua vita?».

La musica per me non è un espediente simbolico nella scrittura, è parte vitale, vorrei che si potesse ascoltare la musica mentre si leggono le mie pagine. Premetto che vorrei saper leggere la musica e suonare un qualsiasi strumento, ma sono negato per tale capacità. Ammiro chi sa suonare, anzi, invidio chi sa diventare musica suonando, o componendo. Per me tale persona possiede un’anima più estesa degli altri esseri umani. Nel mio lavoro sovente sento che una canzone o un brano musicale appartiene a un personaggio, che è parte della sua anima, e allora la musica diventa parte del suo corpo e del suo linguaggio. La musica per me non è mai un accompagnamento; quando si manifesta le azioni, le parole dei personaggi o ciò che accade attorno a lei diventano secondari.

«In Un Buddha in giardino si percepisce il senso di una responsabilità karmica conseguente alle proprie scelte. I personaggi lottano quotidianamente contro i pregiudizi e lo fanno mettendosi in discussione, cadendo e rialzandosi. Nel romanzo si affrontano temi quali il razzismo, l’omofobia e l’antisemitismo, senza indulgere nell’autocommiserazione ma dando invece una forte lezione di coraggio, di riscatto e di voglia di vivere e amare. In quali dei personaggi, se è successo, ha riversato più di sé stesso?».

Io provo una profonda tenerezza per i perdenti, i secondi in una gara di velocità, gli abbandonati che vivono dietro le quinte, quelli che non osano più perché si sono rassegnati. È facile raccontare i due aspetti delle vite dei protagonisti principali, il buono o il cattivo, spesso bastano pochi segni e poi si deve lasciarli andare verso il destino che gli appartiene, sia nel bene che nel male. Ne Un Buddha in giardino ogni personaggio si è preso una parte della mia anima, delle mie gioie, come delle mie vergogne.

«La famiglia Crosby, protagonista di Un Buddha in giardino, porta con sé una componente magica di cui Linette non è che la materializzazione. Ciò implica che, verso la conclusione del romanzo, tutti i fili delle vite dei personaggi secondari si uniscano grazie agli interventi più o meno consci degli elementi della famiglia. Lei crede nella possibilità che la nostra esistenza sia influenzata da qualche tipo di energia?».

Anche prima di diventare buddista non ho mai pensato al caso, o al fato come motore dell’esistenza umana. Sono convinto che esista una legge fondamentale, quella di causa ed effetto, credo nel karma delle persone come credo che la buddità esista in ogni essere vivente, e insieme a tutto ciò credo che ci siano delle energie e delle relazioni magiche che uniscono passato e futuro in un grande affresco di cui non ho compreso il senso, ma che non mi interessa scoprire. Non ci incontriamo per caso, non ci ignoriamo per caso, non ci amiamo per caso, non ci uccidiamo per caso, non ci ritroviamo per caso. I gradi di separazione tra gli esseri umani sono mistici, alle volte ci spingono a scelte crudeli e a errori, ma ci riservano pure sorprese imprevedibili.

«So che sta lavorando a un nuovo libro fotografico, intitolato My little America. Si può sperare anche in un seguito delle storie della famiglia Crosby?».

Le storie della famiglia Crosby hanno un seguito appena concluso nella fase di scrittura e assemblaggio a cura del mio editor americano. La seconda parte della storia dei Crosby ha dato origine a un romanzo dal titolo provvisorio Il profumo degli occhi. Il mio progetto è quello di unificare i due romanzi in un unico volume, per avere così l’intera saga familiare dei Crosby raccolta sotto un unico titolo (provvisorio) La canzone dei CrosbyMy little America è il progetto fotografico nato per mostrare quella parte dell’America dove vivo, il New England, fotografando la provincia americana con i suoi paesaggi e i resti del passato dei primi coloni che ancora resiste alla “mania del nuovo” degli americani. Nel frattempo ho iniziato un nuovo progetto, un romanzo storico, frutto di anni di ricerche presso le diocesi di Vienna e la Biblioteca Marciana di Venezia, ritrovando i documenti originali e leggendo gli studi di alcuni autori britannici per raccontare, in stile goldoniano, gli ultimi mesi di permanenza a Venezia di un musicista spesso trascurato, Antonio Lucio Vivaldi. Un ritratto della Venezia del 1740, una città in decadenza desiderosa di recuperare gli antichi splendori, e un romanzo storico sugli ultimi mesi di permanenza nella città lagunare del prete rosso, prima della sua misteriosa fuga verso Vienna.

Antonella Quaglia

Intervista a Christian Rovatti

Christian Rovatti è uno scrittore bolognese, edito da Giraldi Editore. È anche un batterista e un insegnante di musica e, se rispondendo al dilemma del Cappellaio Matto: «perché un corvo è simile a uno scrittorio?» diamo come soluzione che entrambi producono note, benché piatte, si può presumere che il ritmo che scorre nel sangue di un batterista è linfa vitale anche per la penna di uno scrittore. Se riesci a pescare il lettore nel mare della storia già dalle prime pagine, molto dipende anche dalla scorrevolezza e dal ritmo della scrittura. Christian Rovatti riesce a coinvolgerti, a farti ballare con lui. E lo ha fatto, per il momento, in due romanzi: Comodo buco addio del 2014 e Corpi estranei del 2016. In questa intervista ci racconta un po’ di quello che vaga nella sua mente.

A cura di Antonella Quaglia.

«Ciao Christian, benvenuto. Domanda lampo per rompere il ghiaccio e raccontare qualcosa di te. Una citazione da un libro che hai letto, una che ti è entrata dentro e non ti abbandona mai». Resto spesso folgorato da un passaggio letto in qualche libro, ma purtroppo ho una pessima memoria e altrettanto spesso me lo scordo. La citazione più di vecchia data che riesco ancora a ricordare è un aforisma di Nietzsche che ho letto da ragazzo e che ho inserito anche nel mio ultimo romanzo; diceva più o meno così: “La tua vita sia un tentativo; il tuo successo o insuccesso una dimostrazione. Ma fai in modo che si sappia che cosa hai voluto tentare e dimostrare”. Un monito d’altri tempi, pieno di passione e magnificenza. Pensare poi che è stato scritto da un uomo che avrebbe finito i suoi giorni in manicomio, prima ancora di sapere quanta influenza avrebbe avuto il suo pensiero sulla cultura del Novecento, mi mette davvero i brividi.

«Il tuo secondo romanzo, Corpi Estranei, è stato paragonato alle opere di Nick Hornby. Fa parte delle tue fonti di ispirazione? Quali sono gli scrittori e i libri che ami?» Non ho mai letto nulla di Hornby, ma so che è un grande appassionato di calcio e di musica; forse è questo suo secondo interesse ad avere suggerito un tale parallelismo, perché anche nei miei due primi romanzi si parla spesso di musica. In realtà non sono un grande lettore. Lo sono stato da ragazzo, però: amavo Baudelaire, Flaubert e Rimbaud, ed ero un vero divoratore dei libri di Hermann Hesse. Leggevo un po’ tutto quello che mi capitava per le mani, a dire la verità: Oscar Wilde, Virginia Woolf, George Orwell, Henry Miller, John Fante, Charles Bukowski, Jack Kerouac, Johann W. Goethe… Poi per un lungo periodo ho letto pochissimo, assorbito da altri interessi. Ultimamente ho ricominciato, ma sono una vera lumaca: posso metterci mesi a finire un romanzo. Tra gli ultimi libri che mi hanno appassionato potrei citare Il Signore delle Mosche di Golding, Stoner di Williams, Il Giocatore di Dostoevskij, L’autobiografia di Malcolm X e Il Piacere di D’Annunzio; se proprio dovessi citare una fonte di ispirazione per il mio ultimo libro, Corpi Estranei, scomoderei proprio quest’ultima lettura, che terminai proprio la sera prima di mettermi a scrivere il mio romanzo. Ma in generale cerco sempre di evitare influenze troppo ingombranti, quando scrivo qualcosa di mio; preferisco concentrarmi totalmente su ciò che voglio dire e su come lo voglio scrivere. Imitare lo stile di qualche altro narratore non rientra nelle mie capacità, né tanto meno nei miei obiettivi.

Corpi estranei

 

«La nostalgia e la musica sono motivi ricorrenti nei tuoi romanzi. Nelle tue storie parli di rimpianto per un amore perduto, per una identità perduta, per delle occasioni mancate, e lo fai mettendo sempre dei brani musicali di sottofondo. Crei una lettura stratificata, che coinvolge più del senso della vista. Una scelta stilistica o semplicemente una diretta conseguenza del tuo essere musicista e scrittore?» Se non suonassi resterei comunque un grande appassionato di musica, perché trovo che l’espressione musicale sia un mezzo potentissimo per veicolare non solo idee e concetti, ma soprattutto emozioni. La capacità evocativa di un verso poetico viene amplificata in modo esponenziale se anziché essere solo recitato esso viene cantato, o catalizzato in qualche modo da un accompagnamento musicale; lo sapevano bene anche gli antichi Greci, da cui tutta la metrica classica prende origine. Il ruolo che certe canzoni hanno ricoperto nella mia crescita personale è incalcolabile, e travalica ogni insegnamento scolastico. Sono stato molto fortunato, in questo senso, perché ho vissuto la mia adolescenza negli anni novanta, un’epoca in cui la musica era ancora in grado di aggregare le persone in una grande famiglia, trasmettendo valori e regalando emozioni autentiche. Basta confrontare la top ten di oggi con quelle di quegli anni, per dedurre che forse i ragazzi di quest’epoca non sono stati altrettanto fortunati, ma è una considerazione del tutto personale (forse sto solo invecchiando). È per questa ragione che, scrivendo i miei primi due libri, mi sono trovato spesso a considerare una citazione musicale il modo più efficace per fare pervenire al lettore l’emozione precisa che volevo trasmettergli: laddove la parola in sé non riesce, la musica può arrivare. Ora però vorrei liberarmi di questo espediente, e nel mio terzo lavoro sto cercando di evitare accuratamente ogni “scorciatoia emotiva” che la musica potrebbe fornirmi, demandando alle mie sole capacità narrative l’arduo compito di suscitare le sensazioni che intendo evocare.

«Il tuo primo romanzo, Comodo Buco Addio, prende spunto dai diari in cui raccontavi delle inquietudini della tua adolescenza. In Corpi Estranei ritroviamo ancora il tema dell’angoscia esistenziale, vista con gli occhi di un adulto. Mettendo nero su bianco una parte così intima di te, pensi che la scrittura ti abbia salvato?» Risposta numero uno: magari ci fosse riuscita, risparmierei molti soldi in alcool e psicoterapia. Risposta numero due: per poterlo affermare dovrei prima sapere che fine avrei fatto se non avessi deciso di cominciare a scrivere… In realtà non credo che esista una vera salvezza, ma solo un tentativo di restare a galla in attesa del grande vortice finale, che presto o tardi finirà per risucchiarci tutti negli abissi dell’ignoto. Può sembrare pessimista, ma è la realtà, e scrivere non salverà di certo nessuno né da questo destino né dall’inquietudine che questa inevitabile prospettiva può infondere. Però, trovarsi da soli davanti a una pagina bianca può avere una grande funzione liberatoria: può regalare la sensazione che la nostra breve esistenza su questa Terra abbia un senso profondo e permanente, elevandoci al di sopra della mera sopravvivenza. Qualcuno ha detto che ci sono tre modi per diventare immortali: fare un figlio, piantare un albero, o scrivere un libro. Per ora non ho figli, e non so se pianterò mai un albero, ma intanto sto cercando di scrivere libri, non si sa mai… Di certo, immergermi nella scrittura mi dà una certa soddisfazione e a tratti mi fa stare bene: questo basta e avanza. Tutti dovrebbero provare a farlo, ogni tanto; in una società che impone l’ipocrisia come abilità imprescindibile per conquistarsi la sopravvivenza, scrivere è di certo uno dei metodi più efficaci per restare in contatto con se stessi, evitando di immedesimarsi troppo in quella maschera che si è spesso costretti ad indossare nella vita cosiddetta adulta. In questo senso, forse, può davvero salvarci: non dall’angoscia, che in una qualche misura è probabilmente una componente inalienabile dell’esistenza umana, ma dal profondo disagio che questa angoscia può procurarci se non le diamo ascolto e se non individuiamo un canale attraverso il quale permetterle di fluire dall’interno verso l’esterno; proprio come una penna di tanto in tanto deve lasciare riversare il proprio inchiostro su un foglio di carta se non vuole che si secchi, inceppando la sua sfera.

Comodo buco addio

«Raccontaci delle tue abitudini nella scrittura. In che luogo preferisci scrivere? Ascolti della musica, che poi inserisci nei tuoi romanzi, per ispirarti? Fai leggere ciò che scrivi a una o più persone fidate, o ti chiudi nella solitudine dello scrittore?» Scrivo nei ritagli di tempo, solitamente di sera. Ho la mia piccola postazione: una scrivania, un pc, una stampante e una piccola abat-jour rossa. Scrivo possibilmente in silenzio, spesso in compagnia di una birra, o di un bicchiere di rum. Ogni poche righe mi alzo e faccio lunghi giri per la casa parlando da solo, in cerca magari di un termine più calzante, o di una frase più fluida. Capita però che mi prenda una gran voglia di scrivere nei momenti meno opportuni, magari mentre sono alla guida, o quando sono impegnato in altre faccende; in tal caso mi segno qualche idea sul bloc-notes del cellulare, ripromettendomi di elaborarla quando ne avrò l’opportunità (cosa che poi spesso non accade). Ho il telefono pieno zeppo di queste brevi annotazioni, che dimostrano quanto sia difficile fare coincidere i momenti prolifici con quelli effettivamente liberi e produttivi. In fase di revisione sì, chiedo una mano a qualche malcapitato per aiutarmi a scovare errori e ricevere una prima impressione del manoscritto; solitamente sono persone che mi sono vicine e di cui mi fido, anche a livello tecnico. Una di esse è Francesco Cunsolo, un amico che ha già scritto una splendida prefazione al mio primo libro, e che spero vorrà curare anche quella della mia prossima (mi auguro) pubblicazione.

«In Corpi Estranei racconti della crisi di Ivan, un trentenne in fase di transizione. È un uomo anestetizzato dalla routine e da un’ideale di vita borghese, che si chiede se sia in pace con le scelte che ha fatto nella vita. Ivan si trova faccia a faccia con lo spettro del «E se…». È successo anche a te, quando hai scelto di scrivere, dopo una vita dedicata alla musica? Ti sei voluto aprire un possibilità che, forse per paura, non avevi considerato?» Il mio primo libro è in realtà una sorta di diario che avevo scritto nel 1996, quando avevo diciassette anni, cui sin dal principio avevo tentato di dare un taglio romanzato, forse per allontanare dalla realtà le spiacevoli vicende che mi stavano accadendo. Poco dopo averlo concluso, lessi Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di Enrico Brizzi. Mi piacque, ma al tempo stesso mi scoraggiò, perché assomigliava molto, se non altro per stile, ambientazione e tematiche, al mio manoscritto. Nel frattempo la mia vita, proprio a causa delle vicissitudini narrate in quel racconto, era cambiata drasticamente, e cercare di pubblicare un libro diventò l’ultima delle mie priorità. Fu un periodo molto intenso, ricco di stravolgimenti, pieno di energie, di nuove amicizie e di emozioni. Fu in quegli anni che decisi di concentrarmi sulla musica: studiavo dalle quattro alle sei ore al giorno, poi andavo alle prove, o a suonare da qualche parte. Molti anni più tardi, durante alcune faccende domestiche, mi è capitato di ritrovare quella vecchia bozza scritta a mano in una carpetta che non ricordavo neanche più di avere in casa, e rileggendola mi si è acceso il desiderio di dare finalmente voce a quell’antico urlo adolescenziale. Ricopiai il testo sul mio pc, aggiustandolo un po’, e lo inviai a diverse case editrici. Se la Giraldi non mi avesse risposto, dichiarandosi intenzionata a pubblicarlo, probabilmente la mia parentesi da scrittore emergente si sarebbe chiusa prima ancora di aprirsi. Trovare un canale editoriale che credeva in me mi ha spinto a risuscitare una passione che evidentemente non si era mai spenta del tutto, e ora eccomi qua… Che poi questo sia stato un bene o un male non saprei dirlo: già faccio uno dei mestieri più precari e peggio retribuiti che si possano svolgere in Italia, ossia il musicista; ora che mi sono messo pure a scrivere non saprei proprio immaginarmi un quadro professionale più disastroso. Ma è così che è andata, e con gli “E se…” si potranno anche scrivere un paio di libri, ma di certo non la vita.

«Che significa per te vivere a Bologna, città che fa da sfondo a entrambi i tuoi romanzi?» Non saprei dire con esattezza cosa significhi vivere a Bologna, poiché sono nato e cresciuto qui e non ho alcun raffronto con quella che avrebbe potuto essere la mia vita abitando altrove. Posso dire che di Bologna mi piace molto lo slang, quel modo di parlare che se vieni da fuori non puoi comprendere senza qualcuno del posto che ti faccia da traduttore simultaneo. Una lingua vivace non può che rappresentare un popolo vivace, e per certi aspetti i bolognesi sono effettivamente persone piacevoli e dalla mentalità aperta, se non altro paragonati agli abitanti di altre città del nord delle dimensioni di Bologna. Per altri versi, però, ciascun bolognese nasconde un animo irremovibilmente borghese e provinciale, ben rappresentato dalla classe politica che da tempo immemore amministra la città. I miei romanzi sono ambientati a Bologna soltanto perché è qui che abito ed è questa la dimensione che ho avuto modo di conoscere meglio. Mi piace partire dalla realtà, quando scrivo, e ambientare un mio racconto in un posto che non conosco profondamente quanto la mia città natale, mi sarebbe risultato un po’ artificioso, sebbene non creda che avrebbe alterato così significativamente le tematiche e le idee di fondo che emergono dai miei scritti; a ben vedere, come si dice, tutto il mondo è paese.

«Il romanzo Corpi Estranei è, a mio parere, il ‘diario di un’inadeguatezza’ in cui si intravede una delle più grandi paure dell’uomo contemporaneo: essere un perdente. Si è pronti a calpestare i propri ideali e i propri sogni per non esserlo, spesso diventando la versione peggiore di se stessi. È quello che è accaduto a Ivan, o a te?» Non è accaduto del tutto né a Ivan né a me. Ma il prezzo da pagare è molto alto in entrambi i casi. Ivan resta intrappolato in un disagio che non ha la forza di contrastare, alla ricerca disperata di un filo di Arianna che lo aiuti a trovare la strada per uscire dal labirinto della sua desolata perdizione. Forse lo trova, forse no. Ma lui è solo un personaggio di carta. Nella vita reale, certi smarrimenti hanno talvolta esiti drammatici e molte persone, da adulte, si ritrovano a essere qualcosa di molto diverso da ciò che in gioventù avrebbero voluto diventare. Forse questo processo fa parte della crescita e della maturazione di un individuo, o forse è solo una triste degenerazione di tutti quegli ideali giovanili che alla prova dei fatti si rivelano incompatibili con i modelli di sopravvivenza che questa società, nel bene o nel male, impone. Come diceva il buon vecchio Aristotele: “l’uomo è un animale sociale” ed è impensabile che possa sfuggire all’influenza dell’ambiente che lo circonda. La grande magia di questa epoca è che, instillando in ogni singolo individuo il terrore di essere un perdente, e di trovarsi in quanto tale escluso dalla società, ha creato in realtà una massa di perdenti, eleggendo la mediocrità come rassicurante parametro di finta fratellanza e reciproca complicità. Se siamo tutti dei mediocri e dei perdenti, il vero escluso è chi cerca di emergere e di distinguersi. Questo processo, catalizzato in particolar modo dai social media e dai talent show, ha reso molto meno problematica la rinuncia ai propri sogni e l’abdicazione ai propri ideali, rendendole persino alla moda. In un mondo di zoppi, il vero storpio è chi cerca di camminare normalmente. Al di là di queste considerazioni di carattere generale, posso dire che, alla soglia dei quarant’anni, poche cose della mia vita hanno seguito il corso che speravo. E l’insoddisfazione ha un sapore molto più amaro, quando si diventa adulti; finché si è ragazzi si guarda avanti e si confida nel futuro, poi a un certo punto ti accorgi che il tempo a tua disposizione per aggiustare certe cose si sta riducendo, e da predatore cominci a sentirti preda. Non corri più per raggiungere qualcosa, ma per fuggire: fuggire dalla paura di avere giocato male le tue carte, paura di avere puntato sul cavallo sbagliato, paura di cadere e non riuscire più a rialzarti, paura di non essere all’altezza delle tue stesse aspettative, paura di non avere più il tempo e le risorse per trovare una via di fuga alternativa. Puoi continuare a credere in te stesso fino a un certo punto, ma quando ti rendi conto che più corri e più il traguardo si allontana, il rischio di crollare sotto il peso di un’invincibile frustrazione è molto concreto.

«Sei un musicista e uno scrittore. Hai altri sogni nel cassetto?» Trovarmi un lavoro serio? Oppure imparare a dare il massimo in quello che già faccio, senza farmi ostacolare dall’insicurezza, dalla paura di fallire, dal timore del giudizio degli altri, e da tutte le altre insidie caratteriali con cui spesso mi trovo a fare i conti. L’unica alternativa sarebbe scappare… dove, a fare che, e con quali soldi non lo so, ma lasciatemi sognare. Andrei a vivere in un posto lontano dalla città, magari vicino al mare, circondato dagli animali. Gli animali non si fanno cambiare dalle epoche in cui vivono. Un gatto era un gatto anche nell’antico Egitto, e sarà sempre un gatto. Le sue esigenze non cambiano, la sua anima è inaccessibile, inalterabile. Dagli animali c’è molto da imparare. Quando tutto intorno ci appare falso, corrotto e snaturato, guardare un cane negli occhi può aiutarci a ritrovare il senso arcaico e immutabile della vita, quel punto zero da cui un giorno l’umanità sarà costretta a ripartire.

Rovatti
Christian Rovatti

«Jennifer Egan ne Il tempo è un bastardo scrive del passare del tempo, della paura di crescere e fallire, e anche nel suo romanzo la musica è parte integrante della trama. Come reagisci al passare del tempo? Pensi anche tu che sia un bastardo?». Sì. Il tempo è come la madre: ti dà la vita e al tempo stesso ti condanna a morte. Ma al contrario della madre non muore mai; ti consuma, ti seppellisce e si dimentica di te, proseguendo beffardo il suo corso eterno. Credo però che, come dice Seneca, l’uomo abbia in qualche modo la possibilità di imparare a gestirsi la fugacità della sua vita, sfruttando al meglio il tempo che gli è concesso. Di un nemico troppo potente si dice: “Se non puoi sconfiggerlo, fattelo amico”. Quale nemico è più potente del tempo? E quale alleato è più prezioso di lui? Da batterista, poi, il tempo è di certo un problema che non posso ignorare; però posso imparare a giocarci, nella musica come nella vita. Anche i cani più aggressivi diventano dei cuccioloni mansueti, se impari a giocarci. E non dimentichiamoci che il tempo, per quanto bastardo sia, aggiusta tutto: appiana i problemi, guarisce le ferite, perdona i peccati, dimentica gli errori, lenisce il dolore, e talvolta dona anche belle sorprese. Come si fa a non amarlo? Proprio come una madre.

«So che stai scrivendo un nuovo romanzo. Puoi darci qualche dettaglio? Stai esplorando nuove strade?» I miei primi due romanzi, seppure diversi tra loro da tanti punti di vista, hanno in comune alcuni tratti distintivi, come l’utilizzo frequente della citazione, la tematica della musica, l’ambientazione strettamente territoriale e il linguaggio diretto e colorito dei dialoghi (spesso in netto contrasto con lo stile volutamente sobrio e introspettivo della narrazione). Nel terzo romanzo sto cercando di affrancarmi da questi cliché, concentrandomi maggiormente sulla tessitura di una trama uniforme e priva di riferimenti culturali e spazio-temporali precisi. Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che possa risultare attuale e coinvolgente anche a un lettore di un’altra epoca e di un’altra città. Non so se ce la farò, ma almeno in questo racconto sto elaborando un vero e proprio plot, che negli altri due romanzi, molto focalizzati sull’interiorità emotiva del protagonista, mancava quasi del tutto. Di certo sarà un romanzo più lungo degli altri e, sebbene ne abbia già scritto più di duecento pagine, non ho la minima idea, io per primo, di come andrà a finire. Quando scrivo arrivo sempre a un punto in cui il racconto acquista una vita propria, e da lì in poi non so più che direzione prenderà; se voglio scoprirlo posso solo continuare a scrivere e stare a guardare cosa succede.

a cura di Antonella Quaglia