Alberto Calandriello è un assistente sociale e scrittore. Ha pubblicato nel 2014 Scusa, Ameri e nel 2016 I diari della varicella, entrambi per Matisklo Edizioni. Collabora con Radio Savona Sound al programma Mr. Rock e con BRG Radio, per cui ha ideato e conduce il programma Championship Vinyl. Da sempre grandissimo appassionato di musica, vanta una collezione di più di 9000 dischi oltre che un enorme assortimento di magliette rock. Da questa sua passione nasce il romanzo Abbassa quello stereo! edito da Gli Elefanti, in cui racconta della sua storia d’amore con la musica, e di ciò che significa per lui assistere con il cuore e con l’anima a un concerto. Ripercorrendo gli anni insieme alla sua fedele compagna, Alberto Calandriello racconta di sé, delle sue vittorie e dei suoi dolori, e del potere salvifico di piccoli romanzi scritti su un pentagramma.

A cura di Antonella Quaglia

alberto calandriello

«Nel tuo romanzo Abbassa quello stereo! parli di musica come solo chi l’ha capita fino in fondo sa fare. Nella musica tu trovi la prova più concreta di essere vivo, di avere un cuore che batte forte e tanti sogni nella testa. Nella musica cerchi anche un consiglio sulla strada da seguire, sulle scelte da intraprendere. Per dirlo “alla Dylan” la musica ti dona un riparo dalla tempesta. Cosa racconteresti del tuo romanzo/memoir? Cosa ha significato per te scriverlo?». Alla base di “Abbassa quello stereo” c’è la mia grande passione per la musica e la voglia di condividerla; è stato scritto in un arco di tempo molto lungo perché le prime cose risalgono a più di una decina di anni fa e le ultime sono state scritte un paio di mesi fa; è un po’ un modo per raccontare quello che provo per la musica e raccontare me stesso, sperando quantomeno che si capisca che cosa vuol dire per me essere appassionato di musica e questo magari spieghi anche un po’ determinati i miei atteggiamenti oltranzisti

«Raccontaci qualcosa del tuo lavoro in radio». Ho iniziato a fare radio perché il mio amico che si chiama Roberto aveva messo su una web radio all’Università di Savona qui vicino e mi aveva invitato per parlare di calcio e del mio primo libro Scusa, Ameri; poi avevo chiesto se qualcuno avesse voglia di farmi fare un programma e si era resa disponibile Arci Liguria e per un paio di anni su Radio Gazzarra avevo condotto un programma che si chiamava Come Don Chisciotte. Dopodiché sono entrato in contatto con dei ragazzi di Finale Ligure che hanno una web radio che si chiama BRG Radio e sto facendo da tre anni un programma che si chiama Championship Vinyl (ennesimo tributo e citazione di Alta fedeltà) dove racconto la storia del Rock. Poi ho conosciuto Sabrina, una delle speaker storiche di Radio Savona Sound che è una delle radio più longeve qui in Liguria ed ho incontrato Marco, in arte Mr rock e mi sono proposto, così adesso una volta al mese faccio anche l’ospite fisso a Mr Rock; quest’anno da gennaio una volta al mese ci siamo inventati una sorta di sfida tra le band, con puntate dedicate ai Beatles agli Stones, Bob Dylan, Springsteen mettendoli per gioco uno contro l’altro. Come penso si sia capito, a me piace parlare e piace proporre musica e l’idea che ci sia qualcuno che mi che mi ascolti sicuramente mi diverte molto.

«Ampia parte del tuo romanzo è dedicata al racconto dei concerti a cui hai partecipato. Tu parli di vera e propria catarsi, di momenti in cui tutti i pezzi della tua anima vanno al loro posto e tutto appare nuovo ai tuoi occhi, rigenerato. Riesci a emozionare, a far ricordare a chiunque legga la sensazione di completezza che si prova stando ai piedi di un palco. Per chi non ha ancora letto il tuo romanzo, che importanza riveste per te la musica, quanto pensi possa cambiare la vita di una persona?». La musica può cambiare la vita di una persona nella misura in cui questa persona si predisponga a farsela cambiare da una canzone di 4 minuti o da un disco o appunto da un concerto; ognuno trova ispirazioni e consigli e dove ritiene opportuno trovarli. Io ho incominciato ad ascoltare musica in maniera sempre più intensa e mi sono accorto che lì dentro trovavo risposte alle mie domande e soprattutto dubbi che mi facevano porre ulteriori domande da cui poi penso di aver sviluppato il mio percorso di maturazione.

«Durante la lettura del tuo romanzo mi sono divertita a mettere in sottofondo i brani di cui parlavi, di fermarmi ad ascoltare i testi e compararli all’analisi che ne facevi. Che consigli musicali vuoi dare ai tuoi lettori? Quali sono gli autori imprescindibili che dovrebbero essere presenti nella vita di ognuno?».  Gli autori imprescindibili secondo me sono quelli che hanno cambiato qualcosa, che hanno portato qualcosa di nuovo nella nella musica; quindi in ordine assolutamente cronologico direi Robert Johnson Woody Guthrie, Elvis, Bob Dylan, i Beatles, Jimi Hendrix e David Bowie. Questi sono quelli senza i quali la musica oggi (e per musica intendo chiaramente quella con la M maiuscola) sarebbe diversa e probabilmente più povera; poi chiaramente ognuno trova dentro alla singola canzone ed al singolo gruppo motivi personali per per entrarci sempre più a fondo e quindi per renderli più presenti nella vita di tutti i giorni. Questi sono secondo me i punti cardinali senza i quali non si riesce a capire veramente che cosa sia la musica contemporanea. Se invece devo dire nomi nuovi da scoprire dico Filippo Andreani, Davide Geddo, Lorenzo Piccone, Samuele Puppo

«Rimanendo in tema di consigli, nel tuo romanzo citi spesso lo scrittore Nick Hornby e il suo lavoro Alta fedeltà. Come te Hornby è un grandissimo appassionato di musica, che è presente in molte sue opere. Hai altri scrittori che ti sono stati di ispirazione, e che vuoi condividere con noi?». Alta fedeltà non è stato un libro, è stato un un’epifania, perché mi ricordo esattamente il momento in cui ho iniziato a leggerlo, una sera in cui avevo la febbre ,ma sono rimasto sveglio penso fino alle 2 di notte, perché dovevo assolutamente leggerlo tutto. Sono arrivato a un certo punto in cui ho iniziato a seriamente a pensare che parlasse di me, quindi è un qualche cosa che va oltre alla semplice ammirazione letteraria. Da un punto di vista musicale, ci sono diversi autori che mi hanno ispirato, uno fra tutti Peter Guralnick. Poi ci sono i giornalisti musicali, persone che grazie ai loro articoli mi hanno fatto venire voglia di andare ad ascoltare musica che non conoscevo, che è una cosa che molto umilmente spero possa succedere anche a chi leggesse il mio libro; sono ad esempio Mauro Zambellini, Paolo Vites, Roberta Maiorano (che mi ha regalato una meravigliosa introduzione) Daniela Amenta; persone che raccontano la musica e e parlano di musica in modo da fartene innamorare prima ancora appunto di conoscere realmente la musica in senso stretto uno ad esempio è Antonio Gramentieri in arte Don Antonio che è un musicista magistrale, che per assurdo fa musica per la maggior parte strumentale, ma che ha un modo di parlare di scrivere di raccontare che mi affascina sempre.

ABBASSA-QUELLO-STEREO copertina

«In Abbassa quello stereo! racconti delle storie narrate nelle canzoni e delle tue impressioni su di esse, e ci tieni a precisare come ogni brano musicale sia un piccolo romanzo, un pezzo di letteratura. La musica è cultura, ma spesso il suo potere narrativo viene cancellato dalle logiche di mercato. Nel tuo romanzo fai un’aspra critica ai testi telecomandati della musica dei nostri giorni, a come essi nascano per toccare corde precise che antepongono una effimera visibilità emotiva alla profondità del messaggio di una canzone. È un panorama davvero così desolante, o pensi ci sia una parte della produzione musicale odierna che ancora ha da dire qualcosa di importante?». Io penso che al giorno d’oggi ci sia un sacco di bella musica in giro, quello che trovo veramente desolante non è il panorama degli artisti ma il panorama del pubblico; pubblico assolutamente anestetizzato, pubblico senza la minima volontà di cercare qualche cosa che vada oltre al piatto pronto che gli viene propinato in diverse salse, ma sempre con pochissimi ingredienti: pubblico che quindi non cerca e non va a scoprire, una cosa che è lontanissima dal mio essere e soprattutto lontanissima dal mio modo di approcciarmi alla musica; per quanto io abbia, come questo libro dimostra, dei punti fissi su cui sono abbastanza ripetitivo come lo stesso Springsteen, i Pearl Jam gli U2, gli Stones, ho anche una grande voglia di scoprire cose nuove e di andare ad approfondire territori sconosciuti. Quindi secondo me la musica odierna magari con modalità diverse da quelle della musica che amo e quindi ad esempio con sempre meno strumenti e sempre più elettronica, ha ancora un sacco di cose da dire di importante. Bisogna capire se i ragazzi trovano i canali giusti per per ascoltarli; l’esempio secondo me più lampante e tragico è Spotify; Spotify al di là di quello che rappresenta ti da la possibilità di accedere a tutta la musica del mondo, ma se tu vai a vedere soprattutto in Italia, quali siano gli artisti più ascoltati, sono gli stessi che trovi ogni 5 minuti delle radio commerciali; questo vuol dire che tu hai a disposizione una cucina con tutti gli ingredienti possibili e ti fai una pasta olio e formaggio

«Sei un assistente sociale e consideri la tua professione come un modo positivo di approcciarsi al mondo, così come quando si accende uno stereo. Per te la musica, e in generale l’arte, ha lo scopo nobile di migliorare la realtà, e di dare esempi concreti per poter attuare un cambiamento. Citi Thunder road di Bruce Springsteen, in cui si cerca una via per fuggire dalla città dei perdenti, o come affermi “perché apre porte”, e citi Darkness on the edge of town, un’altra canzone del Boss, in cui si insegna a resistere, a non rinunciare a vivere. Quanto degli insegnamenti della musica metti nel tuo lavoro? Hai esempi in cui sei riuscito ad aiutare qualcuno anche grazie ad essa?». Sì io faccio l’assistente sociale e ritengo di fare un lavoro Politico, nel senso Alto del termine, cioè di servizio alla comunità; la musica ritengo sia un’arma politica fortissima, potremmo fare milioni di esempi su come determinate canzoni abbiano cambiato il corso della storia non soltanto raccontandola ma anche influenzando le generazioni che le ascoltavano; nel mio lavoro trovo spesso spunti collegati alla musica; ad esempio un cardine del mio lavoro è l’autodeterminazione delle persone, Born To Run è un disco che parla principalmente di autodeterminazione, Thunder Road, che nel libro spiego in maniera penso abbastanza esauriente essere la mia “Canzone Assoluta” è un inno all’autodeterminazione, una canzone che finisce dicendo “questa è una città di perdenti e io me ne sto andando per vincere” vuol dire “voglio farcela, voglio cavarmela da solo, voglio diventare autonomo e indipendente”; altro esempio sicuramente sono i Pearl Jam, che sono venuti fuori a inizio anni 90 quando io ho iniziato a fare la scuola per assistente sociale, quindi contemporaneamente mentre studiavo determinati principi e determinate idee, sentivo parlare di Jeremy che in classe era bullizzato, della ragazzina di Why go, che veniva inserita contro la sua volontà in un istituto e i genitori non andavano a trovarla; queste due cose sono andate molto in parallelo e sono cresciute insieme

«In Rob di Alta fedeltà di Nick Hornby riconosci il tuo credo che nei dischi c’è un mondo migliore. Citi Rain King dei Counting Crows che si riferisce a sua volta al romanzo di Saul Bellow Henderson, il re della pioggia, in cui il protagonista trova il coraggio di reagire e di capire il vero sé stesso. In Furore di John Steinbeck si racconta della vita di Tom Joad, ripresa da Bruce Springsteen nella canzone The ghost of Tom Joad, in cui parla di chi combatte per la libertà. Un matrimonio intenso e significante, quello tra musica e letteratura. Cosa ne pensi?». La musica è sicuramente letteratura e mi fermerei a Bob Dylan, per motivi abbastanza chiari, il premio Nobel per la letteratura! È stata una dimostrazione lampante che raccontando storie, parlando di emozioni, raccontando vite, anche musicandole si può assolutamente fare letteratura! È un matrimonio che non bisogna trascurare, cosa che in realtà vedo purtroppo che accade soprattutto da parte dei giovani, perchè se per letteratura intendiamo una parola scritta che lasci un segno e che tracci un cammino, se questo avviene con una base musicale, con un apporto musicale, secondo me il segno ed il tracciato sono ancora più forti, ancora più incisivi nella vita di chi li ascolta.

«Il titolo del romanzo Abbassa quello stereo! rimanda ai tuoi giorni da adolescente e a quando i tuoi genitori ti intimavano di non distruggere le loro orecchie, e come tu racconti fa riferimento anche al momento in cui diventi padre ma non sei tu, bensì le tue figlie a chiederti di abbassare lo stereo. Corsi e ricorsi storici raccontati in un libro che comprende circa trent’anni di amore per la musica e soprattutto di passione per artisti quali Bruce Springsteen, Pearl Jam e U2. A che livello di rassegnazione è arrivata la tua famiglia?». Le mie figlie sono abbastanza rassegnate al fatto che papà ogni tanto esca: “dove vai?” “a sentire suonare” “Oh di nuovo!”; mia moglie invece più che rassegnata ha capito che la musica comunque è una benzina importante per me. Anzi spesso è lei che mi spinge ad andare ai concerti qua in zona o comunque a uscire se sa che c’è qualcuno che mi piace che suona dalle mie parti, proprio perché è un modo per tirar via un po’ di ruggine, di stanchezza dalla giornata. Quindi forse è talmente rassegnata che ormai è oltre e dice “va bene, vai, tanto abbiamo capito che se non ci vai è peggio quindi esci sentiti un po’ di musica”.Pensa che ad esempio in casa mia quando tocca a me lavare i piatti non si può fare conversazione perché io lavo i piatti usando le cuffie e quindi anche lì ormai sono rassegnate che se qualcuno ha bisogno di parlarmi deve venire in cucina a tirarmi per il braccio sennò non sento; questo perché io ho dei momenti in cui DEVO sentire musica, spesso anche una sola, particolare canzone, ma DEVO farlo, subito.

«A quando il prossimo concerto di Bruce Springsteen? Arriverà il momento in cui dirai: “Basta, non vedrò più un suo live”?». Ti dirò in linea di massima il concertone da stadio mi ha un po’ stufato, nel senso che non ho più la voglia ed il fisico, nè la tolleranza di fare ore di coda sotto il sole, circondato da tanta gente. Sono andato l’estate scorsa a vedere gli U2 a Roma e sono felicissimo di esserci stato ma ho veramente patito il prima, mentre quando avevo vent’anni stavo giorni sdraiato sul marciapiede; ad esempio sempre gli U2, a Reggio Emilia quando fecero il concerto in quello che adesso si chiama Campovolo, fu una una cosa fuori dal mondo da quanto venne organizzato male il prima ed il dopo, però fu una bellissima avventura; invece adesso questa cosa mi pesa e soprattutto mi piace molto l’atmosfera da piccolo club, da circolo, da teatro, con poca gente, un po’ più raccolta e tranquilla, dove magari ti puoi godere il concerto senza dover difendere la postazione come in trincea. Però ho comunque il biglietto per i Pearl Jam a Padova! Devo dire che io ho Bruce l’ho visto 20 volte che è un numero un po’ carogna perché per chi non segue Bruce la reazione è “Così tante??” per chi invece è uno Springsteeniano Vero porta alla reazione opposta cioè “Così poche???” Però se anche non riuscissi più a vederlo, ma ovviamente spero di no, comunque ne sarei sarei soddisfatto.Non sono riuscito ad andare l’ultima volta, quando fece due serate a Milano ed il mio rimpianto principale è che la prima sera fece Independence Day che è una canzone di cui parlo anche nel libro, per motivi molto personali e tristi, ed è una canzone che probabilmente non riuscirò più a sentire dal vivo.

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